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Venerdì 8 agosto 2008 04:52 Messico: Dias 7 e 8 - La Carovana visita le comunità di Xavier Hernàndez, Rancho de Santa Rita e San Rafael
“Il padrone ci pagava 5 pesos (più o meno 30 centesimi di euro) al giorno. Si cominciava la mattina al levar del sole e si finiva a notte fonda. Poi dovevamo attendere il giudizio degli sgherri del padrone. Se giudicavano il nostro lavoro mal fatto, lui non ci versava un soldo. E il più delle volte era così che andava”. A raccontare ai carovanieri come la gente del Chiapas viveva prima della “rebeldia” è una anziana signora vestita del colorito abito tradizionale e con un cappuccio nero in testa. Lei è stata una delle prime donne del villaggio di Xavier Hernàndez a ribellarsi. La carovana di stanza la caracol La Garrucha era arrivata nella comunità zapatista nella tarda mattinata di lunedì 5, dopo due ore di viaggio in pick up su una strada che definire disastrata sarebbe fargli un complimento, tra violenti scrosci di pioggia ed improvvise apparizioni di solleone. Arrivati a Xavier Hernàndez, neppure il tempo di poggiare giù i bagagli che bisogna salire su una vicina collina, dove sorgeva la “finca” (la tipica casa del latifondista del Chiapas) di padron Fernandez. Nel sentiero che sale ripido, il fango ci arriva alle caviglie ma i disagi sono compensati da un paesaggio bello da togliere il fiato. Una vallata verde brillante si apre a vista d’occhio, racchiusa da una cintura di colline basse coperte dalla tipica flora tropicale della selva Lacandona. “Tutto quello che vedete apparteneva al padron Fernandez - continua l’anziana zapatista - Tutto. Compresi noi che qui vivevamo, lavoravamo e morivamo”. Tra le rovine della casa del padron Fernandez, i carovanieri ascoltano attoniti le testimonianze degli abitanti del pueblo. Agli indios non era consentito tenere animali senza il permesso specifico del padrone. Non potevano neppure coltivare un pezzo di quell’immensa terra. Gli era permesso solo lavorare e lavorare per il padrone. Anche l’accesso al fiume era di esclusiva pertinenza del padrone, dei suoi sgherri e dei suoi animali. Gli abitanti del pueblo dovevano chiedere sempre un permesso che il più delle volte veniva loro negato. I bambini erano costretti a fare legna per la case padronale e una volta che, grazie ad una associazione benefica, era stata costruita una scuola, gli sgherri del padrone l’hanno bruciata. Gli indios dovevano rimanere ignoranti. “Se protestavamo con il poliziotto locale, questo ci rispondeva che il padrone aveva diritto di fare così perché questa era la sua terra e noi eravamo i suoi campesinos - continua la zapatista - Se chiedevamo di più, ci rispondeva che lui non aveva soldi per noi e che dovevamo solo ubbidire, poi ci aizzava contro i suoi sgherri. E quando abbiamo cominciato ad organizzarci, Fernandez ha assunto una banda di pistoleri che ha devastato, violentato ed ucciso”. Ricordiamo che la maggior parte dei latifondisti messi in fuga dall’Eznl è stata in seguito risarcita dal governo Messicano che, in pratica, gli ha “comperato” la terra recuperata dai contadini. La stessa terra che il governo sta ora assegnando a gruppi di indios con la scusa di “riordinare il latifondo” ma con il vero scopo di innescare una guerra tra poveri e mettere contadini contro contadini. Il giorno dopo, la carovana riparte. Tocca al villaggio di San Rafael. Veniamo accolti come di consueto. Bambini, donne e uomini tutti in fila, con cartelli di benvenuto e l’immancabile inno zapatista. Ancora, andiamo alla “finca” del latifondista. Diversi gli occhi che ci guardano dietro i cappucci, ma le storie di violenza e sopraffazione sono le stesse. Qui, se possibile, le cose andavano ancora peggio. Il padrone non riconosceva agli indios neppure il diritto ad una paga. Schiavi. Schiavi e basta. Il giorno dopo, giovedì 7, si ritorna al caracol. Domani è una data importante. Una data che la gente del Chiapas per secoli schiavizzata dai latifondisti non dimentica mai. L’8 agosto 1879 ad Anenecuilco, nello stato di Morelos, nasceva Emiliano Zapata. Al caracol ci attendono tre giorni di festa.
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