“Il mio bisnonno Rocco, fondatore al paese della Società Operaia e Contadina di Mutuo Soccorso, andava a Chianciano per curarsi il fegato; io ci sono andato a rovinarmelo. Che sia questo l’esito della mutazione antropologica, cui è stata condannata la mia generazione?”
Anonimo delegato, Chianciano Terme (SI), luglio 2008
Il congresso di Rifondazione, con l’elezione di Paolo Ferrero a segretario, ha concluso la breve stagione delle assise dei partiti dell’ex “sinistra radicale”, ovvero dei soci fondatori della fallimentare impresa de “La Sinistra l’Arcobaleno”, ovvero di quella sinistra istituzionale che si è ritrovata, per forza e non per scelta, extraparlamentare all’indomani del voto politico nazionale del 13 aprile scorso.
Che lezione hanno tratto Sinistra democratica, Verdi, Comunisti italiani e Prc da quella sconfitta epocale ? A scorrere le cronache dei loro congressi, semplicemente nessuna. Dal dibattito dei tre partiti e mezzo, che – non dimentichiamolo – due anni fa contavano oltre il dodici per cento del consenso elettorale e che oggi valgono complessivamente poco più del tre per cento dell’elettorato, è del tutto mancata qualsiasi analisi seria delle radici profonde dello tsunami elettorale che si è abbattuto sul loro ceto politico, ossia qualsiasi tentativo di lettura delle trasformazioni produttive e sociali che hanno attraversato la società italiana nell’ultimo trentennio, della metamorfosi dello spazio politico nazionale investito dalle correnti mutagene della globalizzazione economica e della sua costituzione imperiale, degli effetti di questi fenomeni sulla crisi della rappresentanza politica e, nello specifico, dell’identità e del ruolo di una cosiddetta “sinistra”. Ma è pure mancata un’altrettanto profonda, e doverosa, e che forse sarebbe stata più facile a compiersi, autocritica sull’esperienza di due anni di governo Prodi.
Peccato, perché si è così trattato nell’ennesima occasione perduta e, dalla pesantezza della sberla ricevuta, ci si poteva attendere la messa in campo di qualche maggior sforzo di creatività politica. E, invece, i congressi si sono svolti e conclusi all’insegna della “voglia di tornare a casa” (nel PD) per la Sinistra democratica di Mussi e Fava, del marketing di nicchia della falce&martello come brand su cui lucrare ancora qualche voticino per i Comunisti italiani di Diliberto, del “prendiamoci un annetto, vediamo che legge elettorale fanno per le europee e guardiamoci un po’ attorno per decidere dove conviene collocarci” dei Verdi che ripropongono l’inconsistente Francescato, dell’orgoglioso scannarsi reciproco tanto caro alla gloriosa tradizione comunista, con il prevalere del ripiegamento identitario di Ferrero sulla poetica dell’equivoco di Vendola, nelle fila di Rifondazione.
Un quadro sconfortante, dove nei gruppi dirigenti regna il “si salvi chi può” e dove, se guardiamo alle prospettive politiche, trionfa uno stato confusionale, assai simile a quello diffuso nelle stanze del Partito democratico. E questo mentre, nel tessuto diffuso dei militanti e delle persone vicine alla “sinistra”, anche dentro il PD, va in scena – soprattutto nel proliferare, a livello locale, di iniziative di confronto e di discussione costruite “dal basso” – uno spettacolo letteralmente (absit iniuria verbis) “penoso”, cioè carico di poena , di sofferenza e di fatica reali, che ci parla di una ricerca, ai limiti dell’ “autocoscienza collettiva”, di risposte non retoriche di fronte ad una vera e propria crisi di senso del proprio agire. Ma esistono delle risposte possibili alle loro domande, alle domande di tante donne ed uomini di buona volontà che spesso abbiamo trovato al nostro fianco nelle lotte, se si resta dentro quella cornice di riferimento della “sinistra” istituzionale italiana? Dentro al linguaggio e alle pratiche del “popolo della sinistra” ?
A questa domanda, per quanto direttamente ci compete e per quanto riguarda una composizione sociale e una soggettività politica nuove che si affacciano sulla scena dei conflitti contemporanei, abbiamo, in tempi non sospetti e cioè quando il ceto politico della “sinistra radicale” si spartiva allegramente incarichi governativi e relative prebende, risposto negativamente. Insomma, non siamo certo qui a maramaldeggiare! Ma non ci dispiacerebbe se donne e uomini per bene, che in buona fede avevano creduto alle truffaldine amenità bertinottiane, quali il “partito-movimento di lotta e di governo”, potessero tornare – come nei momenti più felici del ciclo di movimento “no-global” – a spendere le proprie energie nella condivisione di quella gioiosa passione per ciò “che trasforma e supera lo stato di cose presenti.”
E per loro, per quella soggettività che residua tutt’altro che irrilevante, la questione se vi sia uno spazio politico, anche elettoralmente significativo, dentro le trasformazioni che stanno lavorando il sistema istituzionale della rappresentanza, è tutt’altro che risolta. Verrebbe da dire, per un verso, che, se guardassimo alla tendenza strutturale in atto, la partita andrebbe considerata chiusa: la tendenza bi-polare quando non esplicitamente bi-partitica alla semplificazione del sistema della rappresentanza politico–istituzionale, con lo sfoltimento della presenza di partiti e partitini e con il concentrarsi della rappresentanza intorno a due aggregazioni che fanno quasi piazza pulita di tutto il resto, ma che sono al loro interno attraversate da profonde contraddizioni. E’ uno schema che, nel pur anomalo caso italiano, abbiamo visto accelerare con disarmante chiarezza. Ma la semplificazione della scena elettorale e la convergenza “al centro” dell’agenda dei soggetti politico-istituzionali comporta anche l’introiezione delle tensioni sociali: le contraddizioni, che attraversano le società dei paesi del “capitalismo maturo”, vengono proiettate all’interno di questo schema apparentemente semplificato. Ecco perché, quando parliamo di crisi della rappresentanza non possiamo riferirci solo agli esiti catastrofici dell’esperienza dei partiti della cosiddetta “sinistra radicale”, ma dobbiamo considerare come la crisi della rappresentanza si stia rapidamente convertendo in crisi della governance tout court, in tutte le sue varianti, di destra e di sinistra. Si obietterà come la governance stessa sia, strutturalmente, “crisis management”; che essa si nutra, costitutivamente, di uno stato permanente di crisi per gestirne con la massima flessibilità gli esiti. Ma le proporzioni della presente crisi finanziaria ed economica, energetica e sociale, la sua velocità, il suo carattere immediatamente globale rivelano una difficoltà di tenuta delle strutture di comando politico, anche di quelle più avanzate proprio sul terreno della governance. E spiegano le difficoltà che, ovunque in Europa come negli Stati Uniti, i cosiddetti “vincitori” delle competizioni elettorali incontrano puntualmente nel concreto dispiegarsi dell’azione di governo. E indicano anche perché si assista oggi a tentativi, di segno diverso, di organizzare veri e propri “regimi di governance”. Di questo ci parla, al di là della spicciola cronaca quotidiana, quel mix inedito tra la greve comicità del Bagaglino e l’odioso stato d’eccezione di Guantanamo Bay, rappresentato dai primi mesi del governo Berlusconi. I tremendi rischi ma anche le nuove occasioni di lotta, che tale scenario presenta, disegnano pure, per tante donne e uomini di buona volontà che smarriti vedono vacillare antiche certezze e messe in discussione scontate appartenenze, lo spazio di una ricerca autentica, in grado di azzardare sperimentazioni che, anche sul terreno istituzionale, cerchino di mettersi in effettiva comunicazione con quanto si determina sul terreno del conflitto, dei movimenti sociali e della loro autonoma capacità di costruzione delle “istituzioni del comune”.
4 agosto 2008
Vedi anche:
La vita rubata
Movimento: tre ipotesi in mezzo al guado