Il panorama che circonda tutti noi, nonostante lo sfavillio delle olimpiadi, è fosco: Kosovo e Georgia ci ricordano la fine del diritto internazionale e riaffermano la trasformazione – in questa fase della globalizzazione – della guerra in guerra permanente, interna ed esterna, di autodifesa dei blocchi esistenti di potere, a fronte di una impossibilità di normalizzare uno ‘status quo’ economico, politico e sociale di una qualche efficacia e durata: siamo nel mezzo di una fase di transizione verso nuovi dislocamenti di potere.
A livello interno, in tutti i paesi, con le singolari diversità, si impone un modello di governo autoritario e disciplinare che sta stratificando, non solo economicamente, ma anche sul piano dello status giuridico soggettivo, la società: si profila la fine dello Stato di diritto così come lo abbiamo conosciuto finora. Viene meno la formalità del tutti uguali propria del diritto costituzionale occidentale moderno, per vestire legislativamente e giuridicamente le stratificazioni e le diversificazioni sociali. Ora la Costituzione materiale è molto – paradossalmente – più aderente a quella formale che non nel passato recente o remoto. È con questo significato che va letto l’allarme lanciato da alcuni ambienti ecclesiastici in questi giorni.
La reattività sociale si manifesta più con un diffuso malessere comportamentale che con forme di conflittualità, tranne che episodicamente [vedi pescatori e camionisti in Francia e Spagna] e spesso con venature ‘corporativistiche’ oppure in particolari situazioni territoriali, dove il fango della rappresentazione istituzionale è stato superato – temporaneamente, con alti e bassi – dalle nuove forme di partecipazione e rappresentanza territoriale [Vicenza, Napoli, Valle Susa ma anche USA, UK ecc].
Cosa possiamo fare noi
Le elezioni di aprile 2008 hanno evidenziato, oltre il palese sfondamento del modello politico-culturale neoliberista, anche il rifiuto della politica prodiana dei piccoli passi e la bocciatura di tutti quelli che hanno usato strumentalmente i movimenti che si sono espressi in questi ultimi 10 anni, ma hanno liberato – pensiamo - delle potenzialità, prima, in parte, impastoiate per un nuovo percorso dei movimenti. In quest’ottica vanno favoriti tutti i percorsi aggregativi che si esprimono e si daranno a livello nazionale e territoriale: in questa direzione ci sembra andare la proposta aperta di sciopero generale nazionale del 17 ottobre lanciata da Cobas – RdB – CUB – SDL. Ma gli scioperi – pur importanti – non bastano: è necessario – in specie nella scuola – lanciare una vera e propria campagna culturale e sociale per arginare o slittamento dei nostri valori fondanti, anche costituzionalmente, la trasmissione dei saperi e la formazione dei cittadini del futuro prossimo, in questo, un ruolo efficace può essere svolto dal potenziamento del CESP, da un’informazione puntuale ed argomentata e il più possibile diffusa e accessibile, valorizzando a pieno giornali e siti finora trascurati. Lo strumento dello sciopero – dunque – deve essere riconsiderato a fronte degli esiti degli anni scorsi, dove gli scioperi spesso si sono ridotti a mera testimonianza o adesione ad un percorso di autorganizzazione. Va ripreso, con un lavoro capillare magari minimalista, lo strumento del boicottaggio, dello sciopero bianco, prolungati nel tempo e rivendicati socialmente, in un rinnovato rapporto con le famiglie e gli studenti. Il rivitalizzato movimento dei precari ha prodotto – a tal proposito – dei materiali interessanti, che ci offrono la possibilità di sperimentare una comunicazione fattiva con queste fasce di lavoratori, che finora non siamo riusciti ad intercettare.
Il mercato della scuola
Appena insediato il governo, la neo presidente della commissione cultura della Camera, Valentina Aprea, ha presentato il 12 maggio il disegno di legge "Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti". Questo ddl è molto simile a quello esaminato in commissione durante il precedente governo Berlusconi, che venne avversato dai lavoratori e dai sindacati di base tanto che non se ne fece nulla. L’obbiettivo principale è di rendere il funzionamento della scuola pubblica del tutto simile a quello della scuola privata in modo che "l’utenza", non vedendo differenze, scelga indifferentemente l’una o l’altra.
Le scuole verranno trasformate in fondazioni (proposta già contenuta nel decreto Bersani del 2007): un altro risvolto della privatizzazione sarà quindi la loro consegna ai privati (industriali, cordate di genitori, etc.), i quali entreranno nei consigli d’amministrazione (che sostituiranno gli attuali consigli d’istituto) e, versando un obolo, diverranno i veri padroni della scuola. Il ddl prevede inoltre all’art.11 il passaggio completo alle regioni della gestione delle scuole di ogni ordine e grado, in linea con quanto previsto dalla "devolution" votata nel 2000. Al capo terzo viene riproposto il decreto sul reclutamento varato dalla Moratti e abolito da Fioroni: concorsi con cadenza triennale banditi dalle scuole stesse (niente più concorsi nazionali e graduatorie). La carriera dei docenti verrebbe articolata in 5 livelli ("inserimento formativo, iniziale, ordinario, esperto e vicedirigente"); l’aumento stipendiale sarebbe determinato da selezioni interne operate dal dirigente, e quindi dall’appartenenza al singolo livello.
Per i docenti verrebbe istituito un organismo tecnico e fittizio di rappresentanza con il solo compito di stilare il codice deontologico ed istituire commissioni disciplinari. Sparirebbero le RSU d’istituto, verrebbe istituita una rappresentanza sindacale unitaria regionale per i docenti e l’area contrattuale della docenza (ma sempre interna all’impiegatizio DL.vo 29/93, con il blocco all’inflazione programmata per i rinnovi contrattuali, l’eliminazione del ruolo e degli scatti d’anzianità). Resta escluso da qualsiasi rappresentanza sindacale il personale ATA! Onde foraggiare i vari carrozzoni "formativi", alle associazioni professionali verrebbero affidate funzioni oggi peculiari dei sindacati. Verrebbero eliminate le norme contenute nel T.U. del 1994 e quelle relative alla contrattazione sui luoghi di lavoro previsti dal D.lgs 165/01, con molto più potere economico e disciplinare ai dirigenti. Questi diverrebbero effettivamente "datori di lavoro", presiederebbero la commissione che abilita e poi assume il docente, con tutte le possibili degenerazioni clientelari del caso.
Si aggiunga l’aspetto più succulento sul piatto del mercato della scuola che riguarda tutto quello che esula dalle ore canoniche di lezione che divengono terreno di caccia per tutte le imprese e/o cooperative sociali, educative, formative, ludiche che si stanno attrezzando per completare l’offerta pomeridiana nel ciclo primario e quella specialistica e di approfondimento per quella secondaria. Se il vecchio Berlinguer ha promosso la scuola azienda con sullo sfondo un investimento di tipo sociale, questi vendono la scuola tout-court ai pescecani di passaggio senza alcuna remora di carattere sociale.
Riforma a mezzo atti amministrativi
La ministra Gelmini ha atteso la fine delle lezioni per uscire allo scoperto con un grande programma di tagli. A decorrere dall’anno scolastico 2009/2010, ed entro tre anni, saranno cancellati 70.000 cattedre e 40.000 ruoli ATA. Un taglio che va ad aggiungersi a quello realizzato dal governo Prodi nelle finanziarie precedenti (47.000 posti in meno, comprese le riduzioni già attuate per il prossimo anno scolastico). Con queste misure si produrranno risparmi di spesa per 7,832 miliardi di euro. Solo il 30% di questi risparmi, sarà utilizzato a fini contrattuali per presunte "iniziative dirette alla valorizzazione ed allo sviluppo professionale della carriera del personale della scuola" (quelle stabilite dal ddl Aprea!). In percentuale a cosa equivalgono questi tagli? La riduzione sarà del 10% per i docenti e del 18% per il personale ATA. Una media del 12%. Come verranno realizzati questi tagli? Tramite regolamenti ministeriali! Verranno modificati orario di lavoro, durata delle lezioni e struttura dei programmi. Si spingerà per tornare al maestro unico alle elementari e per eliminare il tempo prolungato alle medie. Verranno rivisti gli ordinamenti della secondaria, onde ridurre drasticamente materie e ore di insegnamento. Forse si porteranno le ore a 50 minuti con l’obbligo di recupero dei 10 rimanenti. Una vera controriforma della scuola in linea con la legge Moratti. Per fare il tutto, la Gelmini avrà 12 mesi di tempo. Ovviamente questi tagli penalizzano le nuove assunzioni: i precari di ogni tipo sono il soggetto più debole dove si scaricano gli effetti già da subito. Aldilà della propaganda mediatica ministeriale la scuola resta un paese per vecchi!!
Anche per il rinnovo contrattuale(biennio economico 2008-9) il responso è negativo, visto che persino Prodi per l’anno in corso non ha stanziato un euro.
Se ne riparlerà nel 2010. La finanziaria prevede inoltre l’innalzamento drastico di un punto percentuale, dall’anno scolastico 2009/2010, del rapporto docente-alunni, con conseguente "ingrossamento" e diminuzione delle classi. Non male per un paese che in Europa è agli ultimi posti: 69% di diplomati tra i giovani contro il 73% della Germania, il 77% della Gran Bretagna, l’80% della Francia, l’81% del Belgio e della Grecia, l’84% dell’Irlanda, l’86% della Finlandia e la metà dei laureati della media UE. Per realizzare questi tagli la finanziaria assegna alla Gelmini un forte potere sanzionatorio nei confronti dei dirigenti ministeriali e scolastici "non collaborativi": l’’arti. 70 prevede per loro la riduzione dello stipendio, il cambio di sede e addirittura il licenziamento.
Il tutto avviene attraverso un’attività normativa che scavalca il Parlamento, non tiene in alcun conto la funzione storica fin qui svolta dalle Organizzazioni Sindacali, praticando nel concreto una sorta di discrezionalità operativa propria delle peggiori imprese private multinazionali: per quanto riguarda l’esperienza italiana non è assolutamente esagerato parlare di bonapartismo ministeriale.
Fine della contrattazione
Poi c’è Brunetta, che non ha certo perso tempo. Dietro i sermoni antifannullone si nasconde un progetto devastante: la fine della Pubblica Amministrazione e la sua sostituzione con soggetti di natura privatistica. Sorta di "centri polifunzionali" dove i servizi verranno venduti ai cittadini-clienti. Questo perfettamente in linea con la logica neoliberista della privatizzare totale.
Per ottenere il risultato Brunetta deve mettere alle corde i lavoratori ed i sindacati che li rappresentano, ecco quindi che la contrattazione si riduce a consultazione delle confederazioni sindacali (non dei sindacati di settore), dopodiché il ministro decide per via legislativa dandosi deleghe per emanare decreti successivi. Brunetta ha raccolto il tutto in un disegno di legge ("delega al governo per ottimizzare la produttività del lavoro pubblico") di cui pubblichiamo alcuni stralci estremamente significativi:
Art. 3 (Valutazione del personale delle amministrazioni pubbliche): "f) prevedere l’obbligo, per le pubbliche amministrazioni statali, di individuare le unità di personale le cui prestazioni risultano di utilità minima o nulla per l’amministrazione stessa a causa di grave e colpevole inefficienza o incompetenza professionale, nonché l’obbligo di collocamento a disposizione e riassegnazione del suddetto personale anche ad altra pubblica amministrazione entro il medesimo ambito territoriale, con mantenimento della sola parte fìssa della retribuzione ed esclusione delle indennità a qualunque titolo corrisposte e con risoluzione del rapporto in caso di rifiuto; richiamare Cassa Integrazione per pubblico impiego e prevedere il divieto di opzione nel caso di trasferimento del personale..."
Art.6 (Contrattazione collettiva e integrativa e funzionalità delle amministrazioni): "prevedere la piena autonomia e responsabilità del datore di lavoro pubblico nella gestione delle risorse umane attraverso la competenza esclusiva in materia di valutazione del personale, progressione economica, riconoscimento della produttività e mobilità; inserzione automatiche delle clausole in caso di nullità delle disposizioni contrattuali per violazione di legge e dei limiti fissati dalla contrattazione collettiva nazionale".
Brunetta ha iniziato con l’esclusione dei lavoratori pubblici dai benefici fiscali sugli straordinari, riservati ai soli lavoratori privati ed ha proseguito con l’Art. 71 del DL 112 del 25 giugno 2008 e la Circolare n. 7 del 17 luglio 2008 che attuano una vera e propria discriminazione inasprendo le norme sulle assenze per malattia solo per i pubblici dipendenti: Nei primi dieci giorni di assenza per malattia è corrisposto solo il trattamento economico fondamentale con esclusione di ogni indennità e di qualsiasi altro trattamento accessorio. Si calcola, quindi, che un dipendente che si ammali per 10 giorni possa rimetterci dai 15 ai 30 euro al giorno. Un vero e proprio ticket/salasso sulla salute. "Le fasce orarie di reperibilità del lavoratore sono dalle ore 8.00 alle ore 13.00 e dalle ore 14.00 alle 20.00 di tutti i giorni, compresi i non lavorativi e i festivi." Recarsi dal medico di famiglia, in farmacia, o andare a fare accertamenti, potrebbe diventare un’impresa! I veri malati verrebbero così penalizzati più di quei fantomatici fannulloni che si vorrebbero perseguire! Nel ddl viene inoltre prevista la triennalizzazione dei contratti. CGIL, CISL e UIL si sono dette disponibili alla trattativa ed alla caccia al fannullone, anzi CISL e UIL apprezzano le prospettive aperte. Forse non hanno capito che proprio il loro "mercato" verrebbe così notevolmente ridimensionato.
Tremonti riassume il tutto nella Legge finanziaria: penalizzazione con una "tassa" variabile dai 10 ai 30 euro al giorno ed "arresti domiciliari" per i malati; smantellamento della scuola pubblica: differenziazioni stipendiali tramite valutazioni espresse dai dirigenti, tagli all’organico ed eliminazione delle rsu di istituto, cospicuo finanziamento alle scuole confessionali e/o private. A questo va aggiunta la gerarchizzazione delle figure docenti prevista ope legis dalla Gemini – Aprea che va a sconvolgere la stratificazione di tutto il personale che opera nella scuola senza neppure fingere di coinvolgere le OO.SS. nella contrattazione. Quello che era materia di confronto sindacale diventa elemento sovradeterminato, alla contrattazione rimangono le briciole della contrattazione regionale e di istituto.
settembre 2008
beppi zambon
COBAS - Comitati di Base della Scuola, Padova