C’è una lingua che dobbiamo dimenticare. La lingua della sinistra, con la sua grammatica del pauperismo e della vittimità, funzionale al culto dello Stato e all’esercizio della rappresentanza. Quella che dobbiamo iniziare a parlare è la lingua del comune, mettendola subito a verifica dentro i mutamenti globali di scuola e università. Questo è il punto di partenza: un’azione politica che non sappia collocarsi all’altezza delle coordinate spazio-temporali di questa sfida, rischia di trovarsi con armi spuntate. Perché europeo e transnazionale è il contesto delle trasformazioni del sistema di produzione e trasmissione dei saperi: dall’aziendalizzazione al Bologna Process, dalla creazione di un mercato della formazione, ai meccanismi di differenziazione e gerarchizzazione interni, fino al processo di precarizzazione. Questi mutamenti, poi, hanno delle forme di declinazione particolari. Si pensi all’aziendalizzazione: nell’università italiana il potere feudale dei baroni non solo non è in controtendenza con il trend globale, ma anzi ne costituisce la peculiare condizione di possibilità e traduzione. Diversamente dagli allarmi provenienti da sinistra, le imprese italiane non hanno mai dimostrato alcun interesse ad investire in formazione e ricerca, da un lato rinunciando completamente all’innovazione, dall’altro giocando un ruolo puramente parassitario rispetto all’investimento statale. La stessa proposta di trasformare le università e le scuole in fondazioni di diritto privato si rivela, come molti osservatori di parte liberale hanno ironicamente evidenziato, un "passaggio al buio". Oltre alla sconcertante vaghezza dei parametri e dei meccanismi che dovrebbero governare il passaggio, osservano gli ormai sconsolati aziendalisti, nessun potenziale partner pubblico o privato accetterà mai di investire in una fondazione a perdere, per nulla garantita economicamente da governi che già da tempo hanno deciso di abbandonare il mondo della formazione.
In realtà, dunque, non vi è nessuna strategia, occulta o palese, che da destra a sinistra guidi le politiche sull’istruzione. O meglio, ve n’è una sola: l’abbandono dell’università alla sua inerziale dismissione e la dequalificazione della scuola, con fondi generosamente spartiti per vie clientelari, la drastica riduzione degli insegnanti, l’apertura delle porte dei consigli d’istituto persino a piccoli finanziatori, la complessiva precarizzazione della forza lavoro, la chiusura degli spazi di socializzazione e confronto. Dopo la parentesi del catto-familista Fioroni e del ministro senza qualità Mussi, Mariastella Gelmini riunisce in sé istruzione e università, nel segno della dequalificazione e degli ulteriori tagli. Il tremontiano Dpef assesta un colpo quasi mortale al sistema formativo, mentre Gelmini tenta di riportare – in chiave catto-imprenditoriale – la scuola all’"egualitarismo" compassionevole e disciplinare del libro Cuore. Le linee guida vengono ricalcate sulla base dell’esigenza di flessibilità del mercato, per cui la formazione deve mantenere da un lato il carattere alienante di una istituzione che è direttamente apparato di cattura del sapere e dall’altro è il tentativo di garantire al massimo la possibilità di normare i comportamenti, di non farsi sfuggire eccedenze e voci fuori dal coro. E tuttavia, chi dipinge un quadro di controllo totale, o un semplice ritorno al regime disciplinare, si sbaglia. Peggio ancora, trascura il segno di parte sui mutamenti in corso. Il grado di aggressività normativa delle misure adottate – dal ritorno al maestro unico, alla divisa scolastica, fino alla restaurazione del voto per la condotta – è inversamente proporzionale alla loro capacità di incidere sulla libertà dei comportamenti. Allo stesso modo, con pacata sobrietà, possiamo finalmente dire che la riforma Berlinguer-Zecchino non è fallita motu proprio, ma per le espressioni di movimenti, i comportamenti diffusi e le pratiche soggettive di resistenza che ne hanno a lungo termine messo in crisi i dispositivi di disciplinamento e misurazione del sapere. In questo quadro, attestarsi sulla difesa del valore legale del titolo di studio, sulla semplice battaglia contro l’aumento delle tasse o sulla riaffermazione della mission pubblica delle istituzioni moderne preposte alla trasmissione dei saperi, laddove è proprio il confine tra pubblico e privato a scomparire, laddove sono scuola e università a diventare direttamente aziende, è di dubbia utilità, se non dannoso. Allora, come Marx ci ricorda, per possedere lo spirito della nuova lingua ed esprimersi liberamente in essa, è necessario dimenticare quella vecchia, ripulire il movimento dalle reminiscenze. Così, noi non abbiamo nessuna nostalgia per ciò che ci lasciamo alle spalle, per le macerie della scuola e dell’università statale. Anzi, ne rivendichiamo la distruzione. Senza lacrime per il passato, senza attese per il futuro. Il sol dell’avvenire è finalmente tramontato tra le rovine del sistema di istruzione vagheggiato dalla sinistra e difeso dalle corporazioni scolastiche e accademiche. Questo è lo stile e la forza che ci accompagnano nelle lotte sul presente. Perché questo e non un altro è il tempo del comune. La nuova lingua parla dunque di reddito e autonomia, ovvero rottura dei meccanismi di subordinazione feudale, rivendicazione di fondi per le attività autogestite di studenti e precari, salario per gli stage e per il lavoro fino ad ora gratuito degli studenti, accesso incondizionato al sapere prodotto. Nella crisi finanziaria, poi, alla parola d’ordine dell’inflazionamento dei crediti dobbiamo accompagnarne un’altra: non paghiamo i debiti, dispositivo di regolazione salariale che non solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia si sta affermando nei processi di déclassement. Se per la sinistra il problema è la conservazione del ruolo statale del sistema di istruzione, per noi la questione è il conflitto sulla dequalificazione e la precarizzazione degli studenti – non più forza-lavoro in formazione, ma lavoratori a tutti gli effetti. Anche la lotta per la libertà e contro il disciplinamento, deve essere declinata in quanto affermazione della mobilità e autorganizzazione del lavoro cognitivo. I tradizionali organi della rappresentanza arrivano al prossimo autunno in frantumi. Da quelli politici, sinistra e sindacati, agli organi corporativi (la Crui è stata liquidata – evviva! – dall’Aquis, precaria trovata di un pugno di atenei medio-grandi che si associano per contrattare i pochi fondi rimasti). Tra le macerie delle istituzioni formative statali regna la guerra di tutti contro tutti, uno stato di natura in cui rimbomba la parola d’ordine del "si salvi chi può". La situazione è quindi eccellente. Tuttavia, bisogna fare attenzione: proprio perché stanno sfogando, moltiplicheranno le iniziative e proposte di mobilitazione, per imporre la vigenza di una funzione rappresentativa che ha da tempo perso ogni validità. Il calendario autunnale, così, inizia già a riempirsi di appuntamenti. Dobbiamo allora giocare d’anticipo, e con intelligenza. Come con le rivendicazioni chiare e non negoziabili di autonomia che stanno attraversando già le facoltà e le accademie, come con i cortei diffusi in tutta Italia, organizzati dalle reti degli studenti medi per il 3 ottobre. Non bisogna dimenticare però che non è pensabile alcuna simmetricità rispetto al modus operandi delle strutture della rappresentanza. Dunque, anche la convergenza tra studenti medi, universitari, insegnanti e ricercatori precari non è affatto un presupposto politico, ma è semmai una posta in palio di un processo di lotta e mobilitazione. Muoversi nella differenziazione per colpire uniti. Allo stesso tempo, la generalizzazione dei conflitti nelle scuole e nelle università dentro la composizione sociale della metropoli è un obiettivo decisivo e da costruire ma partendo dall’urgenza con cui il presente pone la sfida. Non si tratta più della solidarietà tra le lotte, ma dell’emergenza del comune: i conflitti di questa generazione metropolitana e meticcia ci parlano di questo, è sempre più evidente infatti la presenza di migranti di nuovo arrivo o di italiani di origine straniera nella composizione studentesca. Questo processo di costruzione dell’unità nelle lotte, indica anche il piano della sperimentazione politica. Lo spazio organizzativo non può pensarsi a priori, ma si costituisce solo combinando l’estensività delle reti con l’intensità della decisione, bilanciando dinamicamente i due termini, senza che nessuno sia alternativo all’altro. Tradurre nel linguaggio del comune non significa omogeneizzare: questa è la grammatica della rappresentanza. Vuol dire invece comporre le differenze su una linea di forza, che chiamiamo autonomia. Insomma, bisogna divenire autonomia. Questa vive nelle pratiche di autoformazione e di autogestione di spazi e tempi, nell’autoriforma dell’università e nella nuova composizione degli studenti medi. Ora si tratta di trasformarla in programma generale. Dimenticare le reminiscenze stataliste e lavoriste della lingua della sinistra, non significa abbandonare a loro la questione della scuola e dell’università pubblica, che sarà un tema ricorrente nei prossimi mesi. Anche perché, dietro a quella parola d’ordine, vi sono spesso espressioni soggettive che non coincidono con la sua rappresentanza simbolica. Il problema è trasformare la difesa del pubblico in organizzazione delle istituzioni del comune. E a chi ci dice che si tratta di costruire un fronte per difendere quello che c’è, ovvero ciò che noi abbiamo contribuito a mettere in crisi, noi rispondiamo: istituzioni del comune o dismissione, non vi è più nulla al di fuori di questa alternativa.
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