GLOBAL PROJECT ITALIA

Prefazione di "Moltitudine"

Antonio Negri - Lunedì 13 dicembre 2004

Moltitudine
Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale
Di Michael Hardt e Toni Negri

Prefazione

Vita in comune

La possibilità di una democrazia globale sta emergendo solo oggi per la prima volta. Questo libro verte su questa possibilità, che chiamiamo "progetto della moltitudine".
Il progetto della moltitudine non esprime soltanto il desiderio di un mondo caratterizzato dall’eguaglianza e dalla libertà, non esige soltanto una società democratica globale aperta e inclusiva, ma ha in sé anche gli strumenti per tradurli in realtà. Questa, che sarà la conclusione del nostro libro, non poteva essere il suo punto di partenza. La possibilità della democrazia è oggi oscurata e minacciata da una conflittualità di portata mondiale che sembra essere diventata permanente. Il libro deve iniziare da questo stato di guerra.
E’ vero che durante la modernità, la democrazia – in tutte le sue forme sia locali sia nazionali – è rimasta effettivamente un progetto incompiuto e che negli ultimi decenni i processi della globalizzazione hanno aggiunto nuove sfide; tuttavia, il principale ostacolo della democrazia è oggi rappresentato dallo stato di guerra globale. In questa età della globalizzazione armata il sogno modernista della democrazia potrebbe sembrare definitivamente tramontato. La guerra è sempre stata incompatibile con la democrazia, che durante i conflitti veniva generalmente sospesa per affidare la gestione della guerra a una forte autorità centrale. Al giorno d’oggi, lo stato di guerra non solo ha una portata globale, ma sembra durare all’infinito senza che se ne possa scorgere la fine; di conseguenza, anche la democrazia è sospesa a tempo indeterminato o addirittura definitivamente.
La guerra assume un carattere generalizzato, capace di soffocare tutti gli aspetti della vita sociale e di imporre un proprio ordine politico. La democrazia sembra perduta per sempre, seppellita dalle bombe e dai regimi sicuritari dello stato di guerra globale.
E tuttavia, la democrazia non è mai stata così necessaria come lo è oggi. Essa è l’unica via d’uscita che ci permetta di superare la paura, l’insicurezza e il dominio che permeano il nostro mondo in guerra; è la sola strada in grado di condurci verso una pacifica vita in comune.

Questo libro è il seguito di Impero, in cui avevamo messo in evidenza la nuova forma di sovranità globale. Quel libro cercava di interpretare la tendenza di un ordine politico globale nel corso della sua formazione, cioè di comprendere in che modo stesse sorgendo, attraverso una molteplicità di processi, quella nuova forma di ordine globale che abbiamo chiamato Impero.
Il nostro punto di partenza era il riconoscimento che l’ordine globale contemporaneo non può più essere adeguatamente inteso nei termini degli imperialismi praticati dai poteri della modernità, basati sulla sovranità dello stato nazionale estesa ai territori esterni. Al suo posto sta invece emergendo una sorta di "potere reticolare", una nuova forma di sovranità capace di includere, in qualità di suoi elementi primari (o nodi), i principali stati nazionali, le istituzioni sopranazionali, le maggiori imprese capitalistiche e altri poteri. Il potere in rete di cui parliamo è ‹‹imperiale›› e non ‹‹imperialista››.
Naturalmente non tutti i poteri sono equivalenti nella rete dell’Impero – alcuni stati nazionali possiedono ancora un enorme potere, mentre altri quasi non ne possiedono affatto, e lo stesso vale per le corporazioni capitalistiche e le altre istituzioni capitalistiche e le altre istituzioni che compongono la rete – e tuttavia, malgrado le disuguaglianze, essi devono cooperare per creare e mantenere l’attuale ordine globale con tutte le sue divisioni interne e le sue gerarchie.
La nostra nozione di Impero taglia trasversalmente il dibattito in cui l’unilateralismo o il multilateralismo, l’americanismo o l’antiamericanismo vengono presentati come le uniche alternative politiche globali.
Da un lato, abbiamo sostenuto che nessuno stato nazionale – nemmeno il più potente, gli Stati Uniti – può ‹‹fare da solo›› e mantenere l’ordine globale senza collaborare con i grandi poteri della rete imperiale. Dall’altro, abbiamo detto che l’attuale ordine globale non è caratterizzato e non può essere sostenuto da un’uguale partecipazione di tutti, o anche solo di un’élite di stati nazionali (come nel modello del controllo multilaterale sotto l’egida delle Nazioni Unite). L’ordine globale è infatti definito da nette divisioni e da rigide gerarchie che si sviluppano lungo linee regionali, nazionali e locali.
La nostra tesi si basa sul fatto che sia l’unilateralismo sia il multilateralismo, così come sono stati presentati, non solo non sono desiderabili, ma non sono neanche possibili nelle condizioni attuali, e che i tentativi di affermarli non riusciranno a mantenere l’attuale ordine globale. Quando affermiamo che l’Impero è una tendenza, intendiamo dire che è la sola forma di potere in grado di mantenere durevolmente l’attuale ordine globale. In tal senso, si potrebbero apostrofare i progetti globali dell’unilateralismo statunitense aggiornando un’ironica ingiunzione del marchese de Sade: ‹‹Americani, ancora uno sforzo se volete essere imperiali!››.
L’Impero domina un ordine globale che non è soltanto fratturato da divisioni interne da divisioni interne e da gerarchie, ma che è soprattutto afflitto da una guerra perpetua. Nell’Impero, lo stato di guerra è inevitabile e funziona come forma di dominio.
L’attuale Pax Imperii, come ai tempi di Roma antica, è un simulacro di pace che in realtà governa uno stato di guerra permanente. Queste analisi dell’Impero e dell’ordine globale, tuttavia, sono state sviluppate in Impero e non è dunque necessario ripeterli qui.

Questo libro parla della moltitudine, l’alternativa vivente che cresce all’interno dell’Impero. Semplificando i termini di una tematica in sé complessa, si potrebbe dire che ci sono due volti della globalizzazione. Se, da un lato, l’Impero distende globalmente le sue gerarchie e impone le sue divisioni per mantenere l’ordine mediante nuovi dispositivi di controllo e conflitto permanente, dall’altro, la globalizzazione significa anche creazione di nuovi circuiti di collaborazione che attraverso le nazioni e i continenti, facilitano un illimitato numero di incontri.
Questo secondo volto della globalizzazione non comporta un’omologazione universale, ma fa sì che ognuno, rimanendo differente, scopra quell’elemento comune che ci permette di comunicare e di agire insieme. Anche la stessa moltitudine potrebbe essere concepita come una rete aperta e in espansione in cui tutte le differenze possono egualmente e liberamente esprimersi, una rete che ci offre i mezzi per incontrarci in modo da poter lavorare e vivere in comune.
In primo luogo, dovremmo distinguere la concettualmente la moltitudine dalle nozioni rappresentative di altri soggetti sociali, come il popolo, le masse e la classe operaia. Del popolo si è sempre avuta una concezione unitaria. Benché la popolazione sia certamente caratterizzata da ogni sorta di differenze, il popolo riduce questa diversità a un’unità e sussume la popolazione in un’unica identità: "il popolo" è uno. La moltitudine, al contrario, è intrinsecamente molteplice. La moltitudine è composta da innumerevoli differenze interne- differenze di cultura, etnia, genere e sessualità, ma anche da differenti lavori, differenti stili di vita, differenti visioni del mondo, differenti desideri- che non possono mai essere ridotte a un’unità o a una singola identità. La moltitudine è una molteplicità costituita da tutte queste differenze singolari.
Anche le masse si differenziano dal popolo, in quanto possono essere ridotte a un’unità o a un’identità.
Anche le masse sono infatti costituite in molti e diversi modi, ma non si può dire che siano composte da differenti soggetti sociali. La loro essenza è piuttosto l’indifferenza. Le masse assorbono e sommergono le differenze: tutti i colori della popolazione tendono al grigio. Le masse sono capaci di muoversi all’unisono per la semplice ragione che formano un conglomerato uniforme e indistinto. Nella moltitudine, invece, le differenze sociali restano differenze. La moltitudine è multicolore come il mantello magico di Giuseppe. La sfida lanciata dal concetto di moltitudine è quello di una molteplicità sociale che è in grado di comunicare e di agire in comune conservando le proprie differenze interne.
Occorre infine distinguere la moltitudine anche dalla classe operaia. Il concetto di classe operaia è finito per diventare una nozione esclusiva a cui è affidato il compito non solo di distinguere i lavoratori dai padroni che non hanno bisogno di lavorare per vivere, ma anche di separare la classe operaia da altri lavoratori.
Nel suo significato più ristretto, questo concetto viene impiegato per indicare i lavoratori dell’industria separandoli dai lavoratori dell’agricoltura, dei servizi e di tutti gli altri settori; nella sua accezione più ampia, la classe operaia indica invece tutti i lavoratori salariati separandoli però dai poveri, da chi lavora in casa senza essere pagato e da tutti coloro che non ricevono un salario. La moltitudine, al contrario, è un concetto aperto e inclusivo, pienamente in sintonia con i più recenti e rilevanti mutamenti dell’economia globale.
Da un lato, la classe operaia industriale, malgrado la sua dimensione non sia numericamente ridotta a livello mondiale, non svolge più un ruolo egemonico nel quadro dell’economia globale; dall’altro, al giorno d’oggi, la produzione non può essere concepita in termini meramente economici, ma più ampiamente, come produzione sociale - non solo, dunque, di beni materiali, ma ance di comunicazione, relazioni e stili di vita. La moltitudine è potenzialmente composta da tutte le differenti figure della produzione sociale.
Indubbiamente, Internet è un modello, un’immagine utile per comprendere la moltitudine: in primo luogo, i suoi differenti nodi sono tutti ugualmente connessi nella rete e, in secondo luogo, i confini esterni della rete restano aperti affinché possano sempre aggiungersi nuovi nodi e nuove relazioni.
Ci sono due caratteristiche della moltitudine che rendono particolarmente chiaro il suo contributo alla possibilità della democrazia oggi. La prima è quella che possiamo definire il suo aspetto "economico", anche se, in questo caso, la separazione della sfera economica dagli altri ambiti sociali cade rapidamente. Nella misura in cui la moltitudine non ha né l’identità che contraddistingue il popolo, né l’uniformità che caratterizza le masse, le sue diversità intrinseche devono rivelare il comune che la fa comunicare e agire insieme.
Il comune che condividiamo, in realtà, non viene tanto scoperto quanto prodotto. (Siamo piuttosto riluttanti a caratterizzare il comune nei termini dei "commons", dal momento che questa nozione indica i beni e gli spazi precapitalistici collettivi distrutti dall’avvento della proprietà provata.
Benché apparentemente più grezzo, l’uso del singolare, il "comune" appunto, mette maggiormente in evidenza il contenuto filosofico del termine e garantisce che per suo tramite non si vuole veicolare un ritorno al passato, ma una nuova concezione.) La nostra comunicazione, collaborazione e cooperazione sono basare sul comune e, a loro volta, lo producono in una spirale de relazioni in espansione.
Questa produzione del comune tende oggi a essere il centro de qualsiasi forma di produzione sociale, indipendentemente dalla sua localizzazione, ed è di fatto la caratteristica più saliente delle nuove forme del lavoro.
In altre parole, il lavoro stesso crea, attraverso le trasformazioni economiche, reti cooperative e comunicative nelle quali, a sua volta, viene incorporato. Chiunque lavori, per esempio, con l’informazione e la conoscenza – dai lavoratori del settore agricolo che sviluppano le proprietà specifiche delle sementi ai programmatori di software – si riallaccia a una conoscenza comune che gli è stata trasmessa dagli altri e crea, a sua volta, una nuova conoscenza comune.
Questo vale, in modo particolare, per tutti i lavori che animano progetti immateriali che includono idee, immagini, affetti e relazioni. Chiameremo questo nuovo modello dominante "produzione biopolitica", per sottolineare che esso implica non solo la produzione di beni materiali in senso strettamente economico, ma sopratutto coinvolge e produce tutte le sfaccettature della vita socaile, economica, culturale e politica. La produzione biopolitica, con la crescita che essa fa fare al comune, costituisce una potente architrave della possibilità della democrazia contemporanea.
La seconda caratteristica della moltitudine, particolarmente rilevante per la democrazia, è la sua organizzazione "politica" (ma, non dimentichiamolo, l’aspetto politico si miscela immediatamente con quello economico, quello sociale e quello culturale).
Un primo indizio di questa nuova attitudine democratica emerge nella genealogia delle forme di resistenza, delle rivolte e delle rivoluzioni della modernità, le quali mostrano - a partire dai modelli della dittatura e del comando rivoluzionari fino alle organizzazioni in rete che stemperano l’autorità in un complesso di relazioni cooperative - la tendenza a un’organizzazione sempre più democratica.
In altri termini, la genealogia rivela che le forme di organizzazione della resistenza e quelle rivoluzionarie, oltre a rappresentare gli strumenti per realizzare una società democratica, sono capaci di creare relazioni democratiche all’interno delle stesse strutture organizzative. Inoltre, nelle innumerevoli proteste e forme di resistenza contro l’attuale ordine globale, la democrazia sta diventando un’istanza sempre più diffusa, espressa talvolta esplicitamente, spesso invece in forma implicita.
La parola d’ordine ricorrente nelle tante lotte e nei movimenti di liberazioni che attraversano il mondo – a livello locale, regionale o globale- è il desiderio e l’esigenza di una democrazia globale non sono ovviamente garanzie sua realizzazione, e tuttavia non dovremmo sottovalutare il potere di queste istanze.
E’ bene ricordare che questo è un testo filosofico.
Offriremo molti esempi dei modi con cui oggi gli individui si impegnano per porre fine alla guerra e per rendere il mondo più democratico; il nostro libro non può però rispondere a domande del tipo "che fare?", né può fornire un concreto programma di azione.
Crediamo che, alla luce delle sfide e delle possibilità del mondo contemporaneo, sia necessario ripensare i concetti politici fondamentali come quelli di potere, resistenza, moltitudine e democrazia. Prima di impegnarci in un concreto progetto politico capace di creare nuove istituzioni e strutture sociali democratiche è necessario chiedersi se siamo veramente in grado di comprendere che cosa significa attualmente (o che cosa potrebbe significare) la democrazia.
Il nostro obiettivo di fondo è fabbricare delle basi concettuali in grado di sostenere un nuovo progetto democratico. Ci siamo perciò sforzati in tutti i modi di scrivere in un linguaggio comprensibile, impegnandoci a definire i termini tecnici e a spiegare in concetti filosofici. Questo non significa che la lettura sarà sempre facile.
Vi capiterà senz’altro, prima o poi, di incontrare una frase o un paragrafo che non vi risulteranno immediatamente chiari. Dovrete avere pazienza. Continuate a leggere. A volte ci vuole tempo per comprendere le idee filosofiche. Immaginate il libro come un mosaico il cui disegno generale emerge gradualmente.

Il passaggio da Impero a Moltitudine va letto in senso inverso rispetto allo sviluppo del pensiero di Thomas Hobbes dal De cive (pubblicato nel 1651) al Leviatano (1651).
L’inversione si spiega con la profonda differenza tra i due momenti storici.
All’inizio della modernità, nel De cive Hobbes ha definito la natura del corpo sociale e le forme della cittadinanza adeguate alla nascente borghesia. La nuova classe non era però in grado, da sola, di garantire un nuovo ordine sociale: quest’ultimo esigeva un potere politico trascendente, un’autorità assoluta, un dio in terra.
Il Leviatano descrive la forma della sovranità che in Europa si sarebbe successivamente sviluppata nella forma dello stato nazione.
Oggi, all’alba della post modernità, se con Imperio abbiamo cercato di delineare una nuova forma di sovranità globale, in questo libro, invece, vogliamo comprendere la natura della nuova classe globale che si va costituendo: la moltitudine.
Mentre Hobbes faceva derivare una nuova forma di sovranità da una nascente classe sociale, oggi dobbiamo invece passare dalla nuova forma di sovranità alla nuova classe globale. La nostra dinamica teorico-politica è per l’appunto contraria a quella di Hobbes: mentre la borghesia emergente aveva bisogno di potere sovrano che garantisse i suoi interessi, la moltitudine, costituendo all’interno della nuova sovranità imperiale, indica al di là di essa.
La moltitudine lavora nell’imperio per creare una società globale alternativa. Mentre la borghesia moderna, per consolidare il proprio ordine, ripiegava su una nuova sovranità, la rivoluzione postmoderna della moltitudine guarda in avanti, oltre la sovranità imperiale.
A differenza della borghesia e di tutte le limitate ed esclusive formazioni di classe, la moltitudine è capace di formare autonomamente la società: come vedremo, questo è il punto centrale delle sue attitudini democratiche.
Sarebbe impossibile iniziare il nostro libro dal progetto della moltitudine e della possibilità della democrazia. Questi saranno gli argomenti dei capitoli 2 e 3.
Dobbiamo invece prendere le mosse dall’attuale stato di guerra e dal conflitto globale in corso, che è l’ostacolo apparentemente più insormontabile sul cammino della democrazia e della liberazione. Questo libro è stato scritto, in gran parte, sotto le nubi della guerra: tra l’11 settembre 2001 e il conflitto in Iraq del 2003.
Una volta compreso in che modo, nel nostro tempo, la guerra è cambiata in rapporto alla sovranità e alla politica moderne, cercheremo di articolare le contraddizioni che attraversano l’attuale stato di guerra. Speriamo, comunque, che sia già chiaro come la democrazia –per quanto possa apparire una prospettiva remota- sia la sola risposta alle questioni più pressanti del presente, l’unica via d’uscita dalla guerra perpetua. Nostra responsabilità, in questo libro, sarà quella di convincere i lettori che, oggi, la democrazia della moltitudine non è soltanto necessaria, ma è anche possibile.

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