IL PROGETTO

Global Project Marghera

Internet/Outernet: la strategia del Global Project

Venezia - Venerdì 8 aprile 2005
Pensare e praticare il Global Project significa avere sempre a mente una semplice proposizione e cioè che non è tanto il di-più di tecnologia a offrirci le possibilità di potenziare la nostra capacità di intervento - e quindi di dialogo con e dentro la moltitudine - ma il di-più di politica, o meglio, di biopolitica che siamo capaci di infondere nella comunicazione. Cosa che sembrerebbe scontata.
Certo è che sono, almeno in gran parte, ancora da comprendere in termini razionali i significati di una biopolitica e di una comunicazione dal basso all’interno delle condizioni materiali dettate dall’attualità; una attualità segnata dall’egemonia della digital economy, dei new media (Net+Set), dell’enorme massa di informazione che bypassa e spesso cancella – volutamente – il senso delle informazioni stesse. In una parola dall’egemonia del lavoro immateriale.
L’economia della conoscenza se da un lato significa considerare l’affermazione del General Intellect in quanto figura complessiva dell’organizzazione della produzione, dall’altro pone il problema dell’apprezzamento delle nuove articolazioni del dominio. L’informatica del dominio, come la chiama Donna Haraway, è infatti una tecnologia di potere che utilizza l’informazione come un’arma complessa che crea un rumore continuo, un caosmos semiotico che appunto sopprime il significato e d’altra parte produce le condizioni di possibilità per le quali i significati vengano forniti passivamente dagli stessi utenti-consumatori-produttori dell’informazione. Il vuoto barrato del significante del Potere viene così riempito volta a volta dalle pulsioni del negativo espresso dalle singolarità trasformandosi in quei famosi blocchi, limiti, ombre della potenza che abbiamo discusso a Padova nelle sessioni di Uninomade dedicate al tema “Guerra e Democrazia”. La cosiddetta produzione di paura ma anche di indignazione di massa (si pensi a quella per la “condizione delle donne” in Afghanistan che è servita a giustificare quella guerra, ma anche a quella per la “mancanza di democrazia” in Iraq o negli altri luoghi fuori-controllo) sono elementi di senso prodotti soprattutto dalla messa a valore del negativo comunicate dalle singolarità “qualunque”, le quali sono portate a selezionare nella massa di informazione un determinato flusso piuttosto che un altro e a ibridarli in maniera del tutto compatibile, assoggettata, alle parole d’ordine dell’Impero. A volte – e lì è avvenuta anche la scoperta di un altro modo di pensare l’attivismo – può però succedere che un cortocircuito informativo produca un effetto di ritorno negativo per il potere, che il negativo divenga arma biopolitica della moltitudine contro il dominio, quando cioè i media mainstream e quelli che invece sono agiti dal basso entrino in una strana forma di ibridazione che permette alle singolarità qualunque di selezionare altri flussi che determinano altre passioni o altri obiettivi di quelle passioni. Quando cioè si creano le condizioni di possibilità dell’autonomia.
Per un progetto come il nostro rimane essenziale sperimentare le possibilità di agire per produrre determinati flussi o, meglio ancora, di deviare alcuni flussi in modo tale da facilitare l’organizzazione delle passioni della moltitudine dentro un telos di rivolta. In alcuni momenti questo può significare, anche per noi, la creazione un enorme flusso di “rumore” senza necessità di dargli un significato, ma che crei le condizioni di possibilità nelle quali le singolarità possano estrarre configurazioni di azioni e passioni che esercitino una forma di potere costituente, un esercizio del comune che sorge dal caos informazionale più che dall’aspetto comunicativo in senso proprio. Decisione in questo caso significa esattamente imprimere una accelerazione di senso nel vuoto del significante.
A partire dal fatto che la definizione del significato viene comunque “dopo”, possiamo anche pensare che in altrettanti momenti sia necessario introdurre - a partire da sé, da noi stessi - artefatti di senso dentro il flusso di rumore informazionale per riuscire a far esplodere determinate questioni, per rompere i blocchi della soggettività, per creare vie di fuga. Qui decisione significa essenzialmente stringere in un dispositivo monadico azione diretta e discorso indiretto, distruzione materiale dello sfruttamento e sabotaggio del consenso mediatico. In entrambe i casi, però, è sempre la biopolitica, che comanda sulla tecnologia. La tecnologia è semplicemente l’insieme di protesi corporee che ciascuno, nel comune, decide volta a volta di utilizzare come medium tattico della propria azione. Oggi è una e domani è l’altra, siamo sospesi in un divenire tecnopolitico continuamente sollecitato alla scoperta di nuovi e più potenti medium di soggettivazione volti alla sua discontinua metamorfosi. Ma ci sembra anche di non dover dimenticare che la tecnologia della comunicazione ci pone, in quanto cognitari, direttamente nel flusso di valorizzazione del capitale globale. Non esiste, al momento, possibilità di un “fuori” del capitale tecno-finanziario, non c’è alcuna utopia realizzata e realistica di dot.communism. Siamo dentro lo sfruttamento, al suo punto più alto, ed è da quel di-dentro che dobbiamo agire il conflitto. Essere consapevoli di ciò credo ci mantenga al riparo da tentazioni di autonomizzare in una sfera a sé stante tutto il cosiddetto agire comunicativo, cosa che infatti spesso ritroviamo in alcune esperienze di movimento che non incontrano l’apprezzamento della nostra ‘etica-estetica’.
Cosa dovremmo intendere dunque per biopolitica al tempo della rete? Utilizzando un termine coniato da Tiziana Terranova potremmo dire che è l’insieme delle azioni situate che mediano – in termini di espressione di potenza - l’Internet con l’Outernet, ovvero il cyberspazio in senso tecnologico con la rete di relazioni sociali, culturali ed economiche che sono corporee, situate; esattamente quelle relazioni che sono l’origine senza fondamento del potere costituente, o meglio del comune, le quali non solo attraversano ma eccedono l’Internet. La cooperazione sociale dentro la quale i precognitari vivono, odiano e amano tende all’eccedenza, al conflitto costituente, ma non si può certo negare l’accumulo di elementi negativi, di passività e asservimento volontario. Per questo la cura dell’Outernet – cioè delle relazioni situate che quotidianamente possiamo incrementare e valorizzare – è fondamentale anche per la riuscita di una politica dell’Internet.
Internet ed Outernet non sono semplicemente l’uno l’interfaccia dell’altro bensì un unico e solo mondo percorso da conflitti e possibilità di scelta (e quindi di decisione). Internet è il terreno astratto sul quale si vanno ibridare i segni e i sensi delle singolarità della moltitudine e che poi ritornano concretamente nei modi di vita quotidiani. Ma facciamo attenzione anche alla parola “ibridazione”.
Spesso infatti si parla di “ibridazione” come una caratteristica positiva e democratica della globalizzazione, quasi che possa essere la rappresentazione della risoluzione di qualsiasi conflitto, di qualsiasi striatura e riportare tutto anche i soggetti, la singolarità, a uno spazio liscio. Invece noi abbiamo necessità che le contraddizioni, i conflitti, le striature non si risolvano, non si chiudano, non si appiattiscono ma, anzi, che la contraddizione esploda per separare radicalmente una parte dall’altra, che il conflitto si espanda e che la striatura si moltiplichi. Abbiamo desiderio e necessità che il soggetto, fin dentro la singolarità, si interroghi e si divida, che affronti il negativo che percorre le sue carni, che il sé decida su di sé. Questo solo può essere il senso complessivo di stare, come stiamo, in un lavoro di comunicazione complesso come il Global Project. Una rete tendente alla affermazione di resistenza – ovvero la strategia del Global Project – in questo senso da un lato è ovviamente un sistema aperto, cioè capace ogni volta di accogliere elementi di soggettivazione differenti e, dall’altro, un sistema capace di una continua autoridefinizione in relazione alle differenze che la incrociano e le permettono costantemente di eccedersi. Ogni eccedenza è una specie di salto quantico nell’organizzazione del conflitto proprio in quanto permette alla rete di rideterminarsi incorporando le differenze ma senza doverle ridurle tramite un codice prefissato – come fa il tecnopotere - ma anzi cambiando ogni volta il suo codice: opaco per il potere, trasparente per la moltitudine. L’organizzazione delle resistenze deve riuscire a utilizzare l’accumulazione ontologica delle lotte senza cristallizzarsi mai in un dispositivo fisso bensì fare di quel sostrato materiale una occasione di continua ridefinizione di sé e del nemico.
La comunicazione in tutto ciò ha un valore importantissimo se evitiamo di farne un feticcio, un trascendente del politico, un sistema di circolazione semplice dei segni. La comunicazione è invece protesi e circolazione complessa di un corpo cyborg insorgente se diviene immediatamente autovalorizzazione di sé e del di-più di senso e di vita che procede dalla moltitudine, se è fino in fondo blocco di antagonismo – permeato e composto di affetti, emozioni, determinazioni – che continuamente si pone dentro e contro il caosmos capitalistico. Nel nostro piccolo noi stessi possiamo e dobbiamo divenire un negativo del potere, l’ombra cancerosa del suo corpo politico, il limite invalicabile della sovranità. Una silicea organizzazione della libertà.
Questo significa ritrovare il potere costituente nella rete tramite la riconnessione di ciò che continuamente il potere frammenta in termini spaziali e temporali e non per farne una improbabile sintesi ma per ogni volta rideterminare il livello di scontro effettivo sul quale poniamo la nostra azione e contemporaneamente ridefinire la nostra stessa ontologia, perché ogni nuova connessione che siamo in grado di mettere in rete significa un aumento della potenza. E la potenza è la rivoluzione.
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