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Al Capannone Sociale di Vicenza

Report assemblea nazionale del 5 novembre

delle realtà contro le servitù militari e la guerra verso il 2 dicembre

Vicenza - Martedì 7 novembre 2006

Il 5 novembre si è svolta al Capannone Sociale a Vicenza una partecipata assemblea nazionale di lancio della manifestazione del 2 dicembre. Di seguito un resoconto degli interventi più significativi.

Il primo intervento è di Cinzia Bottene dell’ assemblea permanente cittadina di Vicenza che presenta l’attuale situazione di militarizzazione di Vicenza sottolineandone l’impatto ambientale. A Vicenza sono presenti la caserma Ederle, con 2000 soldati, 1 villaggio residenziale e una zona che in passato era adibita allo stoccaggio di testate atomiche.
Il progetto del Dal Molin interessa un’area densamente popolata, che verrebbe occupata per costruire la nuova base. Non si tratta, come i media affermano, di un ampliamento, ma di una vera e propria nuova base.
È previsto l’aumento del numero dei soldati presenti a Vicenza da 2000 a 5000 unità.
Al momento nella zona sono presenti un campo da rugby, un aeroporto civile e un’area militare in dismissione. La base sorgerebbe dove al momento si trova l’aeroporto, non al posto dell’ex base militare, arrivando ad occupare quindi 50.000 metri quadri di terreno. Il prossimo ampliamento potrebbe arrivare a ben 1.250.000 metri quadri. È prevista la costruzione di 1900 appartamenti di 150 metri quadri l’uno, e anche questo fatto pone dei seri problemi a livello di approvvigionamento idrico. Nella zona della futura base sono presenti falde acquifere che servono Vicenza e Padova, senza parlare dell’inquinamento atmosferico, acustico e dei problemi di viabilità che ne deriverebbero.
La presenza della 173° Brigata a Vicenza, in grado di agire nel giro di 24 ore, trasformerebbe Vicenza nell’obiettivo più sensibile in Europa.
Le motivazioni dei costruttori della base hanno natura economica, ma in realtà i costi per la comunità sarebbero elevatissimi, ponendo dei problemi economici alla città.
Infatti sono previsti approvvigionamenti al puro costo, pertanto non si rientrerebbe nemmeno nelle spese di gestione, con conseguente aumento dei costi per i Vicentini, costruzioni esenti dall’ICI, benzina a puro costo, il 37% del costo delle basi militari statunitensi viene rimborsato mediante le tasse per una politica di "condivisione del peso".
Pertanto i benefici economici interesserebbero soltanto i costruttori, che peraltro a Vicenza controllano anche l’informazione.
È vero che verranno creati 200 nuovi posti di lavoro, ma una città come Vicenza non ne ha bisogno.
La presenza statunitense, tra militari e civili, raggiungerebbe le 15.000 unità. Si noti che non c’è mai stata una vera integrazione tra Vicentini e militari statunitensi a Vicenza, in quanto questi ultimi vivono in una realtà diversa, specialmente dopo l’11 settembre hanno ricevuto direttive specifiche che impediscono loro di integrarsi con la popolazione vicentina. Inoltre trovano tutto ciò di cui hanno bisogno nella base e pertanto non hanno bisogno di usare negozi e servizi all’esterno.
Il generale statunitense ha assicurato che dal Dal Molin non partirebbero aerei militari per missioni operative (cioè per esempio diretti in Irak, ecc.) perché in effetti questi voli partono da Aviano, ma questa affermazione non esclude i voli di esercitazione e di rifornimento, pertanto la stampa sta giocando sull’equivoco.
Parla ora Patrizia dei Comitati contro il Dal Molin. I Comitati si sono aggiunti a comitati già esistenti, a cui poi si è aggiunto anche il comitato di Vicenza est e probabilmente se ne aggiungeranno altri. Sono state presentate inizialmente delle richieste di informazioni al Comune, senza ottenere risposta. La prima manifestazione ha avuto luogo il 3 luglio in Piazza Castello, presso la sede del Comune, quindi abbiamo organizzato una fiaccolata dal Dal Molin fino a Caldogno (paese confinante). Abbiamo diffuso informazioni, abbiamo cercato di sensibilizzare i partiti, sia di destra (la maggioranza) che di sinistra. Abbiamo ottenuto una grande vittoria con la presenza di oltre 2000 persone alla manifestazione davanti al consiglio comunale. In Corso Palladio manifestavano contemporaneamente i rappresentanti del Comitato del Sì, non più di 70 persone, dipendenti della caserma Ederle. Infatti la minaccia è che se non viene realizzato il Dal Molin dovrà essere chiusa la caserma Ederle, ma questo è altamente improbabile. Nonostante il consiglio cittadino abbia votato il Sì al progetto i Comitati non si considerano sconfitti. In effetti questo risultato era scontato. Ora vogliamo parlare con Parisi.
Abbiamo già parlato con il prefetto perché interceda con Parisi. Il prefetto l’ha chiamato, ma non è ancora stato fissato un incontro.
Il 15 novembre a Caldogno si svolgerà un importante consiglio comunale. Il sindaco di Caldogno è di Forza Italia, ma si è esposto dicendo che non è mai stato interpellato sulla questione Dal Molin. Il sindaco di Dueville, un paese limitrofo, ha già detto no al progetto e si spera di riuscire a coinvolgere altri comuni sul no. Indipendentemente dall’incontro con Parisi, abbiamo intenzione di manifestare a Roma. Nel frattempo vogliamo coinvolgere il maggior numero possibile di persone per la manifestazione del 2 dicembre. I comitati hanno presentato una procedura di referendum. L’altro giorno si è svolta la riunione per decidere se ammetterlo o no. C’è un mese di tempo a disposizione, comunque finora è stato dato l’ok alla procedibilità, ora è in esame l’ammissibilità del referendum.
Probabilmente se tutto va bene il voto avverrà a primavera.
Prende la parola Olol Jackson dei Verdi del Veneto. Abbiamo registrato delle differenze tra ciò che decide la politica e ciò che vuole la cittadinanza. Questo è emerso dalla manifestazione di giovedì. E queste differenze non riguardano solo il governo passato, ma anche l’attuale. In Parlamento Parisi ha affermato che il progetto è coerenze e compatibile con le politiche militari del Governo italiano. Ma a Vicenza è nato un nuovo meccanismo, che non coinvolge soltanto i movimenti pacifisti, ma anche le realtà che prima non si erano mai esposte contro la guerra. C’è uno stretto rapporto con la difesa del territorio in quanto identità collettiva (contro la cementificazione). Sono stato addirittura chiamato da consiglieri della Lega Nord che mi chiedevano di costruire iniziative comuni. Naturalmente essi partono da presupposti diversi dai nostri, cioè loro hanno la filosofia del “paroni a casa nostra”, comunque sia si tratta di un evento eccezionale. E inoltre si noti che la tanto discussa contestazione all’inno di Mameli durante il comizio di Berlusconi era una contestazione di un gruppo di leghisti al Sì di Manuela Dal Lago.
Comunque sia ciò è prova di trasversalità, di ricchezza di questa battaglia. E si ricordi che non si deve cadere nella sindrome del governo amico, cioè non è vero che siccome sono di sinistra allora non protestiamo contro di loro. Se si riescono ad organizzare delle iniziative davanti alle prefetture di diverse città da qui al 2 dicembre, non si dimostrerà soltanto solidarietà a Vicenza, ma si rilancerà anche la battaglia a livello nazionale, infatti le ricadute sono a livello nazionale, non semplicemente locale.
Monia Giacomini da Pordenone, Comitato contro la base di Aviano. Questa battaglia non riguarda soltanto i Vicentini, ma tutti coloro che vivono questa situazione già da anni. Noi abbiamo fondato il Comitato Aviano 2000, e poi c’è stato un risveglio di questo comitato nel 2003, quando abbiamo organizzato una manifestazione di fronte alla base. Ora grazie ai comitati vicentini (che venerdì scorso hanno partecipato all’iniziativa a Pordenone), la cittadinanza ha dimostrato di essere pronta a partecipare a questa battaglia. È importante che ci sentiamo vicini gli uni agli altri. Noi sosterremo la manifestazione del 2 dicembre e organizzeremo delle iniziative a Pordenone. Il Comitato Gettiamo le bombe nasce perché ad Aviano ci sono 50 testate nucleari. 5 cittadini di Pordenone hanno intentato un’azione civile contro il Governo statunitense, ma Condoleeza Rice ha affermato di non avere ricevuto i relativi documenti.
Ritenteremo a marzo. Il Governo italiano non aveva mai parlato della presenza di testate (segreto militare), ma di fatto a Pordenone si registra la percentuale più alta di tumori in Italia e ad Aviano è presente il centro oncologico più importante.
Manila, del Laboratorio Paz di Rimini. L’anno scorso abbiamo organizzato una lotta simile a quella di Vicenza, e siamo piacevolmente sorpresi della capacità dei Vicentini di articolare un discorso che riguarda anche l’ambiente, il territorio e le condizioni di vita dei cittadini.
A Rimini l’aeroporto Fellini è gestito da una societá mista, pubblico.privato, ciè la provincia di Rimini, il Comune di Rimini e comuni limitrofi, la Camera di Commercio e la Confederazione Albergatori. Essi hanno firmato nel febbraio 2005 un accordo con una società statunitense che ha vinto l’appalto per il trasporto dei marines dagli Stati Uniti all’Europa. Erano già stati stipulati contratti con hotel e strutture di ricezione. Noi abbiamo attivato un percorso di opposizione con partecipazione dal basso, abbiamo organizzato come voi una presenza rumorosa in piazza. L’elemento di forza è stato poi l’occupazione dell’aeroporto di Rimini nel marzo 2005 da parte di un centinaio di attivisti, che ha condotto all’inizio di una trattativa con gli amministratori. Abbiamo avuto il vantaggio, rispetto a Vicenza, del sostegno dei media locali. È stato evidenziato come quest’opera era legata agli interessi economici e speculativi di albergatori e appaltatori, gli unici che si sarebbero arricchiti, mentre ci sarebbe stato un impatto molto negativo per la viabilità e l’ambiente.
L’occupazione dell’aeroporto ha ampliato la base di partecipazione e il 12 marzo erano presenti 4000 persone alla manifestazione regionale.
Useremo il parallelismo tra Vicenza e Rimini per far crescere il dibattito a livello mediatico nella nostra città.
Walter Lorenzi - Comitato contro Camp Darby. A novembre verranno organizzate delle iniziative a Livorno, Pisa, Firenze, non soltanto per dimostrare solidarietà, ma anche perché a Vicenza si sta giocando una partita molto pesante. Nel 2004 è stato organizzato un convegno di tutte le realtà che si oppongono alle basi, nel 2005 è stato creato il comitato per lo smantellamento e la riconversione. È fondamentale dare continuità di mobilitazione. A Camp Darby è presente la più grande base logistica al di fuori degli Stati Uniti. Colin Powell inaugurò una nuova strategia in Irak, cioè la proiezione di forze con nuove forme, prevedendo di installare truppe e mezzi in luoghi separati. Pertanto sarebbe possibile in futuro che 2000 militari d’avanguardia provenienti da Vicenza si incontrino con le brigate meccanizzate di Camp Darby in un punto strategico per organizzare un’eventuale offensiva. Quando l’ambasciatore americano afferma che per ora il raddoppiamento dei mezzi non è previsto sta in realtà semplicemente prendendo tempo. Al momento gli Stati Uniti hanno bisogno di rilanciare sul terreno della guerra e quindi è possibile che pensino già a delle guerre contro la Siria e l’Iran attraverso il Libano, che è una miccia pronta a riaccendersi.
Ecco perché il 2 dicembre ha una dimensione nazionale e anche internazionale. Pertanto è necessario fare appello a tutte le reti contro la militarizzazione. Anche a Vicenza si è notata la volontà di autonomia rispetto al ceto politico in questa battaglia. Un altro esempio degno di nota: Elettra Deiana, sottosegretario alla Difesa (che si è sempre espressa contro la guerra) ad agosto, dopo la notizia che da Camp Darby partivano armi per il Libano, si è recata a Camp Darby e ne è uscita affermando che gli Stati Uniti dichiaravano che la notizia era falsa, che non sarebbero partite armi né per il Libano né per l’Irak, a meno che in Libano non si contravvenisse alla 1701. La situazione appare dunque molto preoccupante perché si sono raggiunti livelli di mediazione incredibili da parte dei politici, pertanto dobbiamo agire in modo strategico cercando di capire la loro prospettiva.
Lorenzo Milani - Assemblea permanente No Mose. Da anni ci opponiamo alla costruzione di questa opera. Il punto in comune con la situazione di Vicenza è il modus operandi, il tentativo di preservare meccanismi democratici e difendere il territorio. La nascita dei comitati dimostra la necessità di un’alternativa alla politica istituzionale che impone queste opere. Si noti che anche all’interno degli stessi partiti sono presenti degli attriti, ad esempio l’Italia dei Valori a Venezia è contro il Mose, mentre i loro rappresentati a livello nazionale sono a favore. Si assiste a grandi divergenze interne. Ufficialmente il governo non ha ancora preso una decisione sul Mose, ma è un fatto che la finanziaria prevede di triplicare i fondi per la salvaguardia di Venezia secondo modalità diverse da quelle che proponiamo, cioè scavare i rii.
Rappresentante del Comitato contro la base di Sigonella. Saranno spesi 675 milioni di dollari per il previsto ampliamento di Sigonella, che vedrà la presenza di 1100 militari e la creazione di 1100 unità abitative, con un notevole impatto sull’ambiente e anche una ripercussione in contesto mafioso per quanto riguarda l’aggiudicazione degli appalti. Nella zona le risorse idriche sono scarse, e il relativo approvvigionamento crea spesso problemi. Senza contare la futura installazione, quella attuale utilizza già 1 miliardo litri d’acqua l’anno.
Nel 1954 è stata creata la base NATO di Sigonella, con installazioni legate delegate a comandi dell’esercito italiano con inoltre truppe e equipaggiamenti statunitensi. In realtà la situazione è un po’ diversa. Il memorandum afferma che il Governo Italiano non può influenzare gli Stati Uniti all’atto effettivo, infatti il Governo italiano ha semplicemente la “facoltà” di autorizzare la partenza di mezzi e uomini per le missioni militari statunitensi.
In collegamento telefonico con Mariella Cao del Comitato Gettiamo le Basi della Maddalena. Ultimamente è stata diffusa la notizia che gli USA se ne andranno dalla Maddalena, ma non è così, dubitiamo che se andranno veramente. In Sardegna è presente il 70% delle installazioni militari, ci sentiamo complici e vittime di tutte le guerre. La sottrazione di risorse che è derivata dalla presenza di queste installazioni ha comportato un danno sanitario e ambientale. Ormai conosciamo il copione: all’inizio si verifica un potenziamento in segreto, poi quando l’opinione pubblica ne viene a conoscenza e cerca di reagire, si dà la responsabilità ad altri enti, come ha fatto Parisi con Vicenza. Alla Maddalena si disse che i lavoratori avrebbero perso i loro posti di lavoro, ma questa affermazione non convince nessuno. Infatti le basi sottraggono lavoro e strangolano l’economia di un territorio, basti pensare a Capo Teulada: prima della costruzione del poligono di Tiro contava 8000 abitanti, ora 4000. Al momento della costruzione del poligono, nel 2002, erano stati promessi 300 posti lavoro, poi al momento dell’opposizione popolare ne sono stati promessi 600, in seguito 1000, poi alla fine non è stato creato nessun posto di lavoro. Si noti anche che i sindacati si sono resi complici di questo processo. Nel 2001 sono morti 2 militari alla Maddalena per la sindrome del Golfo, ma 1 era andato soltanto in Bosnia, e l’altro era sempre rimasto al poligono di Capo Teulada. La cosa è molto allarmante, e inoltre l’analisi epidemiologica condotte nelle zone coinvolte ha evidenziato, ad esempio, che alla Maddalena si è verificato un aumento del 177% dei tumori del sistema immunolinfatico.
Si conclude l’assemblea con il lancio dell’appello per la manifestazione del 2 dicembre e con il lancio di iniziative per i giorni 24 e 25 novembre di fronte alle prefetture di tutta Italia.

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