COMUNICATI

Lettera al Manifesto

Venezia - Venerdì 1 dicembre 2006

In riferimento all’articolo di R. Rossanda su Il Manifesto del 28 novembre scorso sul MoSE, nel botta e risposta con G. Migliore, vorrei fare le seguenti considerazioni.

Il naturale fenomeno delle acque alte a Venezia aumentato, in frequenza ed altezza, nel corso del novecento, per una serie di concause tutte dovute agli interventi dell’uomo nell’ecosistema:

1. l’aumento del livello dei mari (eustatismo) per effetto del riscaldamento dovuto all’effetto serra;
2. l’abbassamento del suolo; anche se dal 1973 la subsidenza di origine antropica si è fermata, dopo il divieto di utilizzare l’acqua delle falde freatiche per i cicli produttivi di P. Marghera;
3. gli interramenti di aree lagunari effettuati per insediare il polo di Marghera ed altre infrastrutture, assieme con la chiusura delle valli da pesca al flusso di marea: ben un terzo dell’intero bacino lagunare è stato imbonito;
4. lo scavo di canali navigabili, vere e proprie autostrade per l’onda di marea, per le superpetroliere ed ora le mega navi da crociera, assieme con lo scavo dei fondali alle bocche di porto (i varchi che uniscono il mare alla laguna).

Il risultato è stato che più mare entra, e più velocemente, in laguna, un bacino ridotto di superficie, trasformatosi - appunto in età industriale in un vero e proprio braccio di mare.

Il buon senso direbbe di ripristinare l’equilibrio idrogeologico per limitare il fenomeno delle acque alte. Ed infatti la legislazione speciale per Venezia prevedeva tutta una serie di interventi mai effettuati come la chiusura del Canale dei Petroli, l’estromissione del traffico petrolifero dalla laguna, l’apertura delle valli da pesca al flusso di marea, il restauro della morfologia lagunare, ecc..

Tutti interventi mai fatti. La stessa legislazione prevedeva dopo tutti gli altri interventi già citati e l’eventuale chiusura con opere mobili e/o fisse delle bocche di porto per regolare il flusso di marea. Le opere comunque devono avere la caratteristica della sperimentabilità, gradualità e reversibilità .

Il sistema MoSE invece non rispetta questi requisiti: non c’è nulla di reversibile in 8 milioni di metricubi di cemento armato, 12.000 pali in calcestruzzo di fondazione conficcati fin sotto i fondali delle bocche di porto. Se tutto va bene servirà a fermare solo le acque alte eccezionali (una due volte all’anno per una spesa di 4,3 miliardi di), non le medio alte, le più frequenti. Questo per non chiudere troppe volte le paratoie, impedendo il ricambio tra mare e laguna e danneggiando l’attività portuale. Senza contare che se dovesse alzarsi il livello degli oceani nei prossimi decenni, l’intera opera diverrebbe obsoleta, proprio perchè è un’opera irreversibile.

Il sistema MoSE non ha neppure un progetto esecutivo complessivo dell’opera, stanno lavorando per stralci. Il MoSE non ha neppure la Valutazione dell’Impatto Ambientale, quella negativa del 1998 è stata annullata dal Tar del Veneto per motivi formali e non di merito. Il MoSE - e qui sta l’anomalia non è stato dato con libera gara d’appalto al Consorzio Venezia Nuova, ma in concessione unica, in spregio a tutta la normativa europea e nazionale.

In pratica un unico soggetto è una vera e propria corporation che fa lobby trasversalmente con tutte le compagini governative - ha il monopolio sia degli studi, delle sperimentazioni, della progettazione e della realizzazione di una delle grandi opere più controverse, e senza alcun controllo terzo.

Il MoSE non serve a fermare le acque alte, serve solo a chi lo fa.

Stefano Micheletti
Assemblea Permanente NoMoSE di Venezia e Chioggia

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