L’articolo di Rossana Rossanda pubblicato a p.2 de Il Manifesto lo scorso 28 novembre 2006 ha sucitato non poche polemiche.
Numerose le repliche alla posizione presa dalla giornalista de Il Manifesto, soprattutto dopo la decisione del Comitatone di proseguire i lavori della grande opera contestata, noncurante del parere espresso dalle comunità locali (il Comune di Venezia) e delle denunce che da più parti attaccano quest’opera e il modus operandi. Vi proponiamo alcune risposte all’articolo di Rossana Rossanda
Cara Rossana
Un’anticipazione del n. 45 di Carta, 9 dicembre 2006
Dall’editoriale di Eddyburg
Non meraviglia che Francesco Indovina e Rossana Rossanda, nei loro interventi a favore del MoSE, abbiano ritenuto irrilevante il vulnus ambientale che quel progetto arreca a un ecosistema unico al mondo.
Molti di noi soffrono per l’incapacità del pensiero politico di individuare un soggetto sociale capace di assumere oggi il ruolo salvifico che il proletariato svolse nella dialettica del sistema capitalistico-borghese. E’ comprensibile che ciò induca a conservare la bussola dell’operaismo come unico strumento d’orientamento. Da qui a diffidare delle posizioni che criticano le basi del modello economico di cui il proletariato è parte, e a negare la novità delle questioni poste dall’ambientalismo (in particolare, la critica a uno sviluppo basato sull’indefinita produzione di merci), il passo è breve.
Meraviglia invece che autorevoli esponenti della sinistra trascurino due aspetti altrettanto rilevanti della questione: l’illegittimità di numerosi passaggi della gestazione e realizzazione del progetto; la distorsione del sistema dei poteri operata con l’attribuzione al Consorzio Venezia Nuova (un pool di imprese private di costruzione) di compiti e risorse pubblici. Sul primo punto in eddyburg.it abbondano i materiali di conoscenza; sul secondo un’analisi accurata sarebbe molto utile.
Cara Rossana
di Gianfranco Bettin
(articolo pubblicato su Il Manifesto il 3 dicembre 2006)
La lunga querelle sui mezzi più idonei a salvare Venezia e il suo ambiente, sulla quale è tornata qui, con molta onestà e disincantata premura per una città che ama, Rossana Rossanda, incomincia con l’alluvione del novembre 1966. Si capì allora, traumaticamente, quanto manomesso fosse stato l’ambiente lagunare nel corso di un secolo.
Ci si accorse che Venezia sprofondava, soprattutto perché, per usi industriali, se ne succhiava l’acqua dal sottosuolo. L’emungimento - cioè il prelievo d’acqua - fu quindi fermato e la subsidenza rallentò fin quasi a cessare. Si scoprì che l’entroterra cominciava a essere stravolto dallo sviluppo del nascente «modello Nordest», e scaricava disordinatamente in laguna troppa acqua (inquinata, peraltro). Per rimediare a quel dissesto non si fece nulla, anzi. Ancora oggi, perciò, in Veneto, le alluvioni avvengono in grandissima parte nella regione e non in laguna. Se il Mose fosse la soluzione, ce ne vorrebbe uno per ogni corso d’acqua, dalle Alpi ai litorali.
In terzo luogo, ma in realtà per primo, il ’66 rivelò le devastanti manomissioni subite da una laguna ridotta nello spazio (dagli interramenti per usi industriali e urbani) e nella quale entrava una crescente massa d’acqua a velocità sempre maggiore, appiattendone il fondo, azzerandone la morfologia secolare (che, con la sua trama di canali e rii e barene e velme, «addomesticava» l’onda di marea e la diluiva gradualmente). Si corse, parzialmente, ai ripari e vennero, tra l’altro, concepiti e via via realizzati molti interventi (cosiddetti «diffusi») che non sono affatto «minori» come spesso si dice (quando non si dice, vaneggiando, che da trent’anni a Venezia si parla e basta). Alcuni sono davvero ciclopici: ricostruire le barene, scavare e reinventare canali e rii, rifare le rive, le fondamenta, sollevare parti sempre maggiori di città! Sono attività complesse e impegnative, che hanno anche aperto nuove prospettive di lavoro e di ricerca.
Salvare (e studiare) Venezia è diventato così anche un volano per nuove dimensioni socioeconomiche e nuove attività tecnologico-scientifiche. E’ la questione cruciale che segnala Rossanda quando pone il tema di come stia evolvendo, o degenerando, la città. In realtà, Venezia sfuggirà infine al destino di trasformarsi in un «parco a tema» solo aprendosi a nuove prospettive, e a nuovi cittadini, legati a nuove funzioni (come quelle citate), come ha sempre fatto nella storia. Per questo, accanto alla tutela del suo residuo popolo tradizionale, deve saper essere fino in fondo «città globale» e, per così dire, deve saper inventare nuovi veneziani, «chiamandoli» da tutto il mondo con le opportunità e con l’ambiente che può loro offrire. E’ questo che può farne una città del futuro, e non la reliquia, più o meno tutelata, di ciò che fu. La partita è drammaticamente aperta e la politica e le istituzioni dovrebbero giocarla con lucidità e lungimiranza, non solo in laguna.
Da ultimo, dopo il ’66, si capì che un altro grave rischio, il più globale fra tutti, incombeva: quello derivante dal mutamento del clima e cioè dall’aumento del livello dei mari (eustatismo). Si cominciò così a pensare di intervenire alle tre bocche di porto (Lido, Malamocco, Chioggia) dalle quali l’Adriatico entra in laguna. Secondo la legge speciale per Venezia - i cui estensori, quasi come gli antichi savi, sapevano che l’ecosistema lagunare è uno di quei luoghi in cui «anche gli angeli dovrebbero esitare prima di poggiare un piede», pur essendo un luogo in cui naturale e artificiale agiscono sempre insieme: si legga, o rilegga, su questo, ad esempio, il più bel libro sulle origini della Serenissima, Venezia. Nascita di una città di Sergio Bettini, appena ristampato da Neri Pozza - secondo la legge, dunque, questi interventi dovrebbero essere «graduali, sperimentali, reversibili». Il Mose non è niente di tutto questo: è un intervento drastico e definitivo, irreversibile. Per questo fu contestato, già alle origini, dal Consiglio superiore dei lavori pubblici negli anni ’80, dalla commissione statale Valutazione di impatto ambientale (Via) nel 1998, dai ministeri dell’Ambiente, dei Beni culturali e della Ricerca scientifica a più riprese (e fino ad oggi). Queste valutazioni negative, di tipo tecnico-scientifico, sono state sempre superate solo con decisioni politiche che hanno eluso i nodi critici evidenziati e non hanno mai degnato di vera attenzione le soluzioni alternative proposte. Il Consorzio Venezia Nuova ha una tale capacità di promozione - con soldi pubblici - dell’opera che ha avuto, senza gara, l’esclusiva di realizzare e finanche di controllare (bell’esempio di controllore-controllato), da far apparire quantomeno improbabili le alternative, malgrado siano proposte da tecnici di vaglia e da imprese che altrove le hanno sperimentate efficacemente (mentre il Mose, pensato più di vent’anni fa, non è mai stato sperimentato da nessuna parte: Venezia farà da cavia e da paziente insieme!).
Non ho lo spazio, qui, per parlarne diffusamente. Ma non potrebbe il manifesto dedicare una mezza pagina a qualche scheda sulle alternative? O a mostrare come, se fosse stato operativo, in tutto il 2005 (più o meno come negli anni precedenti) il Mose avrebbe funzionato per 4 ore soltanto, dato che il metro e dieci cm. di marea sul medio mare, misura dalla quale entrerebbe in funzione (al modico costo di oltre 4 miliardi di euro, e di decine di milioni annui di ostica manutenzione di una macchina stabilmente poggiata sul fondo lagunare, pesantemente compromesso, come le sponde, dall’intervento). Viceversa, se la soglia per la messa in funzione fosse stata abbassata, ad esempio a 80 cm di marea, sempre nel 2005 il Mose avrebbe chiuso la laguna per 61 volte, compromettendo il vitale scambio con il mare e stroncando l’economia portuale (decisiva per la città). Essendo un sistema rigido, il Mose è infatti condannato o a servire pochissimo (come sarebbe stato in questi anni) o, se la frequenza delle chiusure aumentasse (se si abbassasse la soglia della messa in funzione o se il mutamento del clima producesse, come è probabile, un aumento del livello dei mari) a essere inservibile o controproducente (perché servirebbe allora un sistema diverso, capace di consentire comunque lo scambio mare-laguna, senza il quale l’effetto palude sarebbe garantito). Il Mose, quindi, è la via sbagliata per difendere Venezia in una fase nella quale certi calcoli sono ancora approssimativi (ad esempio, la reale misura del mutamento climatico: qui si parla di centimetri e decimetri e la variazione è decisiva per capire come agire).
Le alternative proposte consentono, invece, alcuni degli stessi vantaggi che garantisce il Mose (come l’interruzione, quando serve, dello scambio mare-laguna) senza avere il suo impatto duro e irreversibile. Ripeto: non potrebbe il manifesto approfondire questo tema? Sarebbe l’unico giornale nazionale a farlo.
Su Venezia si straparla spesso, ma di questo aspetto cruciale - le alternative al Mose, per evitare di vagliare seriamente le quali il governo Prodi ha eluso l’impegno sottoscritto da tutti nel programma dell’Unione - si parla pochissimo con serietà. Non è un po’ strano?
Cara Rossana
di Stefano Micheletti
Venezia, 29 novembre 2006
articolo pubblicato su il Manifesto venerdì 1 dicembre 2006
In riferimento all’articolo di R. Rossanda su Il Manifesto del 28 novembre scorso sul MoSE, nel botta e risposta con G. Migliore, vorrei fare le seguenti considerazioni.
Il naturale fenomeno delle acque alte a Venezia aumentato, in frequenza ed altezza, nel corso del novecento, per una serie di concause tutte dovute agli interventi dell’uomo nell’ecosistema:
1. l’aumento del livello dei mari (eustatismo) per effetto del riscaldamento dovuto all’effetto serra;
2. l’abbassamento del suolo; anche se dal 1973 la subsidenza di origine antropica si è fermata, dopo il divieto di utilizzare l’acqua delle falde freatiche per i cicli produttivi di P. Marghera;
3. gli interramenti di aree lagunari effettuati per insediare il polo di Marghera ed altre infrastrutture, assieme con la chiusura delle valli da pesca al flusso di marea: ben un terzo dell’intero bacino lagunare è stato imbonito;
4. lo scavo di canali navigabili, vere e proprie autostrade per l’onda di marea, per le superpetroliere ed ora le mega navi da crociera, assieme con lo scavo dei fondali alle bocche di porto (i varchi che uniscono il mare alla laguna).
Il risultato è stato che più mare entra, e più velocemente, in laguna, un bacino ridotto di superficie, trasformatosi - appunto in età industriale in un vero e proprio braccio di mare.
Il buon senso direbbe di ripristinare l’equilibrio idrogeologico per limitare il fenomeno delle acque alte. Ed infatti la legislazione speciale per Venezia prevedeva tutta una serie di interventi mai effettuati come la chiusura del Canale dei Petroli, l’estromissione del traffico petrolifero dalla laguna, l’apertura delle valli da pesca al flusso di marea, il restauro della morfologia lagunare, ecc..
Tutti interventi mai fatti. La stessa legislazione prevedeva dopo tutti gli altri interventi già citati e l’eventuale chiusura con opere mobili e/o fisse delle bocche di porto per regolare il flusso di marea. Le opere comunque devono avere la caratteristica della sperimentabilità, gradualità e reversibilità .
Il sistema MoSE invece non rispetta questi requisiti: non c’è nulla di reversibile in 8 milioni di metricubi di cemento armato, 12.000 pali in calcestruzzo di fondazione conficcati fin sotto i fondali delle bocche di porto. Se tutto va bene servirà a fermare solo le acque alte eccezionali (una due volte all’anno per una spesa di 4,3 miliardi di), non le medio alte, le più frequenti. Questo per non chiudere troppe volte le paratoie, impedendo il ricambio tra mare e laguna e danneggiando l’attività portuale. Senza contare che se dovesse alzarsi il livello degli oceani nei prossimi decenni, l’intera opera diverrebbe obsoleta, proprio perchè è un’opera irreversibile.
Il sistema MoSE non ha neppure un progetto esecutivo complessivo dell’opera, stanno lavorando per stralci. Il MoSE non ha neppure la Valutazione dell’Impatto Ambientale, quella negativa del 1998 è stata annullata dal Tar del Veneto per motivi formali e non di merito. Il MoSE - e qui sta l’anomalia non è stato dato con libera gara d’appalto al Consorzio Venezia Nuova, ma in concessione unica, in spregio a tutta la normativa europea e nazionale.
In pratica un unico soggetto è una vera e propria corporation che fa lobby trasversalmente con tutte le compagini governative - ha il monopolio sia degli studi, delle sperimentazioni, della progettazione e della realizzazione di una delle grandi opere più controverse, e senza alcun controllo terzo.
Il MoSE non serve a fermare le acque alte, serve solo a chi lo fa.
Cara Rossana
di Cristiano Gasparetto
Venezia, 29 novembre 2006
Che bello sarebbe se gli ambientalisti e tutti i contrari alla costruzione del MoSE, per salvare la vita ad una garzetta fossero disposti a sacrificare Venezia ed i suoi abitanti, a sollevare l’intera Piazza San Marco; se, con evidente ulteriore stupidità, pensassero che la chiusura delle bocche di porto con dighe mobili, ipso facto, trasformerebbe la laguna in un lago! E altrettanti bello sarebbe se, a dispetto di tutte le analisi scientifiche e tecniche comparative si potesse pensare che il MoSE fosse un sistema ad alta tecnologia, già sperimentato, modificabile e reversibile all’occorrenza, come prescrivono il buon senso e le leggi. O se una commissione di esperti non l’avesse collocato al 13° posto su 14 ipotesi ad esso alternative.
Sarebbe molto facile scegliere in che campo stare, mentre, cara Rossana, non saprei proprio scegliere se sia meglio sperare di affondare lentamente nelle acque della laguna veneziana con il MoSE o, senza, essere travolti da una nuova grande mareggiata: perché questa è la sola alternativa che tu prospetti.
E’ evidente che le cose non stanno così.
Il MoSE è un sistema che non combatte le cause delle aumentate alte maree in laguna (per altezza e frequenza) ma ne combatte (e malamente) gli effetti perché su 87 acque alte che hanno invaso piazza San Marco nel 2003 ne farebbe risparmiare 3 o 4; perché è costosissimo (4,2 miliardi do euro per costruirlo e 630 milioni ogni anno, per 100 anni, per la manutenzione); perché non è sufficientemente sicuro in condizioni estreme; perché, se le condizioni meteorologiche sfavorevoli si prolungassero molto, l’acqua continuerebbe a salire in laguna da 3 a 23 cm . ogni 11 ore; perché durante la costruzione ma soprattutto dopo, con un livello marino esterno aumentato per l’effetto serra, renderebbe assolutamente non competitivo il porto di Malamocco - con le conseguenti difficoltà all’economia di Porto Marghera e quindi alla sua bonifica e riconversione (con mare esterno cresciuto di 30 cm , in tre anni le chiusure potrebbero essere 548 con la perdita all’ingresso di 5.014 navi: studi CNR depositati in Comune)-.
Il MoSE è assolutamente illegittimo, violando - come riscontrato dal Comune di Venezia - norme di Piani Regolatori Comunali e Territoriali e direttive ambientali europee (è in corso una procedura d’infrazione del Parlamento Europeo); non ha avuta la necessaria Valutazione d’Impatto Ambientale favorevole (ne è stata fatta una, con esito assolutamente negativo, annullata per vizi formali, che non è stata mai rifatta); i lavori vengono eseguiti senza che sia stato approvato un progetto esecutivo complessivo, come previsto per ogni opera pubblica.
Ma se non ci fossero alternative, saremmo forse obbligati alla sua costruzione. Le alternative però ci sono e sono tutte verificabili.
L’aumentata frequenza ed altezza delle acque alte in laguna, nell’ultimo secolo e mezzo, è dipesa essenzialmente da lavori che hanno, a vario titolo, ridotto di un terzo la capacità del bacino lagunare, variandone la morfologia e, per questo, facendo aumentare quantità e forza dell’acqua entrante dal mare. Studi ed analisi di ricercatori ed idraulici, universitari e dei CNR italiano e francese, assunte dallo stesso comune di Venezia, dimostrano che è possibile ridurre di 17- 21 cm . tutte le maree. Bisogna ridurre i fondali alle tre bocche di porto, in ragione dell’uso differenziato delle stesse e utilizzare navi-porta da collocare periodicamente nella stagione invernale per rallentare ulteriormente l’accesso e la forza della marea. Bisogna riaprire al flusso di marea le valli da pesca (come prevede da decenni la Legge Speciale ). Con tutto ciò si riporta l’intera laguna alla situazione mareale di metà Ottocento: qualche alta marea, molto contenuta d’altezza, ogni uno-due anni. L’innalzamento del fondale alla bocca di Lido precluderà l’ingresso al bacino di san Marco alle meganavi, che sono un pericolo per la città, ma è possibile costruire uno specifico avamporto galleggiante in mare. Salvata così la laguna dalle acque alte la si salverà anche nel suo complesso (come obbliga, inascoltata, la legge) riducendo la perdita di milioni di metri cubi di sedimenti dei fondali (sabbie sottili e fanghi in sospensione) inducendo virtuosamente una naturale ricostruzione morfologica.
Per finire, cara Rossana, il vero punto su cui tutti interrogarsi, è come sia potuto accadere di arrivare ad una situazione simile, con un via libera dato dal Governo, a maggioranza, disattendendo l’accordo con le Istituzioni locali previsto nel Programma dell’Unione ed a opere complementari iniziate.
La verità è che l’opera non poteva essere pensata, studiata, progettata e realizzata dallo stesso soggetto: il Consorzio Venezia Nuova è un pool di poteri così forte da essere entrato trasversalmente in tutte le istanze decisionali, e da aver cooptato, con la forza economica, intelligenze, indipendenze e informazione in tutte le aree politiche. Non è tanto una questione di libera concorrenza, come l’Europa continuamente predica ma mai verifica. E’ invece una questione di interesse generale: la laguna rappresenta un bene comune e come tale va studiata e vi si interviene con opere pubbliche, trasparenti, condivise, congrue con norme e leggi vigenti, tecnicamente sperimentate e efficienti.
Come vedi, cara Rossana, in questo mio ragionare non ho mai usato la parola ambiente: non era proprio necessario. Necessario è invece continuare ad essere – quando serve - dalla parte del torto.
Cara Rossana di Mario Santi
29 novembre 2006
Ricorderai quel canale che divide S. Marta dalla Marittima, collegando Piazzale Roma al Porto. Si chiama rio della Scomenzera.
E’ un paradigma di metodo per affrontare gli interventi su quell’organismo delicato che è la Laguna. I veneziani lo chiamarono così perché cominciarono ("scomenzar") a scavare, avviarono il passaggio delle acque, e conclusero l’opera solo quando furono certi che non c’erano effetti negativi. La Repubblica di Venezia disponeva di grandi idraulici, ma negli interventi in Laguna chiese sempre alla scienza di lavorare con il vincolo della reversibilità delle opere: si prova, si studiano gli effetti sull’equilibrio del sistema, si va avanti e si conclude.
Non può essere obiettivo di una breve lettera rifarsi alla grande produzione scientifica e sistemica - non ti devo certo convincere io che qualsiasi opera va valutata anche per gli effetti collaterali che produce - che hanno indotto la gran parte della città a cercare in ogni modo di difendersi dal Mose.
Utilizzo solo questo apologo per dirti dello stupore e del dolore provocato in me, e in molti amici e compagni, dal leggere sul manifesto parole così semplicistiche a sostegno dei tre argomenti che metti in campo per dichiarare quel "sono per il Mose per diversi motivi" che mi ha agghiacciato.
Le fondazioni. interventi come l’isola artificiale che ci porterà via la spiaggia del Bacan, tutto nel Mose è il contrario dell’ipotesi "sperimentale e reversibile" che ci voleva.
Questo è il metodo che ci ha conservato la Laguna, e per "limitare e rallentare l’impatto delle molto alte maree" erano state messe in campo dal Comune alcune "ipotesi alternative" (tutte dotate del carattere fondamentale delle reversibilità).
Secondo molti pareri queste opere, se unite agli "interventi diffusi" e complementari, che tu stessa ritieni utili e necessari, sono in grado di creare lavoro in misura forse maggiore, e sicuramente più stabile, del Mose. Penso a interventi di sistematica manutenzione urbana e lagunare - quello fondamentale è costituito dal riequilibrio idrodinamico - interramento canale dei petroli ed espansione della marea nelle parti intercluse, come le valli da pesca.
Metodologia dell’amministrazione. E’ vero, non tutto è limpido nel processo che porta a formare le decisioni, e spesso non c’è coerenza nel comportamento dei singoli politici. Ma devo dirti che questo episodio mi induce soprattutto una amara riflessione sull’impotenza della politica di rappresentanza. Ma come: il "governo amico" ha un mandato programmatico a rispettare l’orientamento delle comunità locali e passa sopra a questo e all’assenza di una Valutazione d’Impatto Ambientale (poi ci lamentiamo per l’atteggiamento dell’Europa nei confronti della nostra capacità di by passare le regole …), per servire un "blocco dei produttori" (il Consorzio Venezia Nuova, controllore e controllato) che ormai nelle sue ramificazioni ha messo le mani sulla città, nel controllo dei suoi processi di trasformazione e delle sue rendite e, fortunatamente non del tutto, sul suo ceto intellettuale.
Con amarezza
Cara Rossana Rossanda
di Paolo Lanapoppi*
Venezia, 28 novembre 2006
ah, che dispiacere! Se perfino lei, che stimo tanto per dirittura morale e acutezza d’ingegno, ritiene buona cosa la costruzione del Mose a Venezia, vuol dire proprio che i gruppi dei contrari al progetto non sono stati capaci di mostrare le loro ragioni, le quali pure sono così lampanti. Vuol dire che la macchina di relazioni pubbliche del consorzio costruttore è arrivata fino alle vene capillari della società italiana, fino a giornali come il Manifesto e a guardiani attenti come lei. Me ne dispiace per Venezia, ma anche per i lettori del Manifesto che questa volta non hanno ricevuto una buona informazione ma soltanto l’eco di quelle (interessate, bisogna dirlo) ubiquamente diffuse da raffinati consulenti mediatici.
Io non posso certo opporre la mia semplice esperienza di veneziano alla forza di convinzione che emana dalla sua autorità. Però mi pare giusto rapidamente rispondere ai tre punti che hanno spinto lei a convincersi per il sì.
Primo: Venezia lentamente affonda. Questo però non è più vero. Il fenomeno è stato interrotto anni fa sospendendo i pompaggi d’acqua dal sottosuolo. Le previsioni per i livelli futuri sono molto incerte.
Secondo:il Mose può portare a Venezia del personale altamente specializzato accanto ai troppi camerieri e simili. E’ vero che il livello culturale della città continua a decadere. Ma la sua soluzione sarebbe come bombardare San Pietro per poter poi mandare a Roma dei bravi architetti e restauratori.
Terzo: se ne parla da troppo tempo. Ma questa sarebbe una ragione egualmente valida per decidere per un no definitivo.
Sono ragioni così deboli che resto sorpreso. Perché dalla parte opposta ce ne sono altre molto più importanti.
Primo. Non si tratta di "salvare"Venezia ma di impedire la risalita di cinque-dieci centimetri di acqua in molte parti della città due volte l’anno. L’alluvione del 1966 non c’entra per niente.
Secondo. Lo stesso risultato si può ottenere con opere sperimentate e reversibili, come tra l’altro richiederebbe (condizionale degli italiani) la legge.
Terzo. L’opera costa 4,5 miliardi, che diventeranno di più, mentre non troviamo 200 milioni per bonificare la grande area di Marghera da decenni d’inquinamento industriale e liberarla dal pericolo chimico.
Quarto. L’ambiente sarà irrimediabilmente degradato dalla mastodontica opera, con i suoi immensi cassoni di cemento, le decine di migliaia di pali, la perdita dei sedimenti lagunari, l’aumento di velocità delle maree in entrata e in uscita.
Quinto: Le spese di manutenzione saranno centinaia di milioni l’anno, mentre fondazioni e rive della città si sgretolano implacabilmente sotto l’azione delle eliche dei motori e non ci sono fondi né cultura politica per impedirlo. Da questo sì, bisognerebbe salvare la città. Ma vorrei che lei ci dicesse una cosa: chi è stato questa volta ad informarla sui dettagli? E perché questa volta lei non ha voluto controllare la serietà, forse il disinteresse, di quelle informazioni?
(* presidente emerito di Pax in Aqua)
Cara Rossana Rossanda
di Flavio Cogo - Assemblea Permanente NoMose - Venezia & Chioggia
sono un lettore del manifesto dal 1982, e in particolare tuo devoto ammiratore.
Ho sempre apprezzato il tuo anticonformismo e il tuo acume critico su ogni aspetto politico, culturale, economico del nostro paese. Ma stavolta sul Mose mi hai deluso, e credo con me migliaia di lettori. Come può una comunista come te, che si suppone quindi essere contraria allo sfruttamento degli uomini e del territorio in nome del profitto, non vedere quale immane affare sulla pelle della laguna e dei veneziani, e degli italiani che dovranno pagarlo in tasse e con il 50% dell’accantonamento del TFR, si cela dietro al Mose?
Come ignorare, da comunista, cosa si nasconde dietro questo progetto mastodontico, vecchio ed obsoleto, contestato da decenni? Perchè omettere, nel tuo articolo, il reale ispiratore del Mose, un ente a dir poco chiaccherato, il Consorzio Venezia Nuova, che monopolizza ogni intervento di salvaguardia in laguna da anni, alla faccia di ogni legge e delle direttive europee sulla concorrenza?
Perché ignorare l’esistenza di tutti i progetti alternativi, che hanno il pregio di costare molto meno e di aver un impatto ambientale e visivo nullo rispetto al Mose?
Il Mose non è la salvezza di Venezia, ma il colpo di grazia definitivo!!
Come fa la fondatrice del manifesto, quotidiano comunista che è sempre stato attento alle tematiche ambientaliste, e promotore per giunta della prima grande manifestazione nazionale contro le grandi opere l’ottobre scorso a Roma, dipingere gli antimose, che da decenni si battono realmente per la salvezza della città (e a gratis, a differenza delle centinaia di giornalisti, politici di ogni colore, tecnici e docenti universitari che sostengono l’operato del Consorzio Venezia Nuova) come superficiali sostenitori delle garzette?
Non è vetero-industrialismo il tuo, piuttosto un abbaglio grande come una casa, indegno della tua intelligenza!!
Cara Rossana Rossanda
Nicoletta De Grandis
Sono una veneziana doc, faccio parte di quelle persone che Bettin, nella sua lettera pubblicata da voi il 2 novembre, definisce "residuo popolo tradizionale".
Dovrei essere tutelata, ma forse potrei chiedere uno stipendio come comparsa, in fondo vivo all’interno di una grande slot machine truccata, questo Venezia è diventata.
A Venezia arrivano soldi, tanti soldi, ce n’è per tutti.
L’affare Venezia inizia nel dopoguerra, e per capire i diversi intenti, attualissimi anche ora, è utile e interessante leggere gli atti dei vari convegni internazionali, delle leggi speciali, e anche dei piani particolareggiati che negli anni si sono succeduti.
Vorrei fare una parentesi per precisare che l’acqua alta del 1966, che tanto si sbandiera come simbolo di Venezia che affonda, non ha colto Venezia di sorpresa. Diciamo che è stata una tragedia annunciata, come il Vajont, perchè non si è voluto ascoltare chi, già nel convegno internazionale del 1962, aveva fatto presente al governo e al mondo, lo stato di incuria in cui si trovava la laguna e le sue difese a mare, i murazzi. E aveva elencato punto per punto cosa sarebbe accaduto se non si fosse intervenuti immediatamente.
C’è da dire che dopo la paura del 1966, e solo dopo, molto è stato fatto, interventi continui, che possono garantire che un evento del genere oggi, non avrebbe le conseguenze di allora.
Si capisce che già da allora gli appetiti sono molti e che c’è sempre stata una lotta tra chi voleva realmente garantire a Venezia e alla sua laguna sopravvivenza e dignità, e chi, senza scrupoli pensava di sfruttarla in ogni modo.
E’ ovvio che ha prevalso la seconda via, non certo grazie ai veneziani.
Bisogna riconoscere che se noi siamo comunque in parte responsabili del degrado sociale e ambientale in cui versa ora la città, una più grande responsabilità è da imputare al governo italiano che dal dopoguerra ad oggi in fondo ha sempre privilegiato il partito degli affari.
Non è stato certo il ceto popolare a decidere di fare di Venezia una " non città", a decidere di svuotarla di tutte le moltissime attività produttive, ne a permettere lo sconsiderato sviluppo di Porto Marghera, con annesso inquinamento, e successivo scavo del canale dei petroli.
Ne è stato il popolo veneziano a voler interrare le barene, sottraendo spazio all’acqua, per la costruzione non solo dell’areoporto, ma soprattutto delle nuove zone residenziali ( altro grande affare) per gli abitanti costretti in terraferma.
Non è stata certo la gente comune a voler lasciare la città autosfrattandosi dalle abitazioni, auspicando che una volta restaurate, naturalmente con i fondi previsti per Venezia, vengano ripopolate, non da loro ma dai nuovi ricchi, meglio se non veneziani o stranieri.
Non sono stati i veneziani ad auspicare un’università così potente da mangiarsi interi pezzi di città, a scapito di strutture e servizi e con conseguente aggravamento del problema abitativo.
Nè sono i veneziani contenti di veder crescere alberghi e bed and breakfast come funghi, ne auspicano un nuovo palazzo del cinema, semmai vorrebbero che non toccassero gli ospedali rimasti e probabilmente desidererebbero un cinema in più, visto che dei moltissimi che c’erano, ne è rimasto solo uno.
E non sono sicuramente contenti, anche se ormai molti vivono solo di turismo, di vedersi arrivare quasi quotidianamente navi puzzolenti che passano indisturbate davanti alle loro finestre, che devono prontamente chiudere se non vogliono respirarne i fumi corrosivi, corrodono anche i monumenti, pensa i polmoni. Fanno vibrare tutto al loro passaggio e provocano un risucchio che devasta fondamente e fondali. (ma sembra che siano più dannosi i piccioni, visto che multano chi gli dà da mangiare).
In tutti questi anni ci si è dovuti difendere a fatica da progetti demenziali "stile MOSE", non ultimi nel 90 quelli presentati per l’expo del 2000, e ora siamo costretti a subire il MOSE.
Una città spopolata non avrà certo la forza di opporsi, e così è stato.
Ora siamo costretti a subire anche questo, grazie a lobby così potenti che negli anni hanno saputo sempre più imporre il loro potere trasversalmente a tutta la classe politica.
Così potenti da imporre una legge che toglie potere decisionale a comuni e associazioni ambientaliste, e ora, questa torta chiamata MOSE possono mangiarsela in pace.
Con 4,5 miliardi di euro il buonsenso mi dice che potrebbero fare cose molto più intelligenti, ma sono così ipocriti che continuano a sostenere l’utilità del MOSE, mentre è chiaro a tutti che l’unica cosa a cui sono interessati è il garantirsi vita natural durante la loro fetta.
A questo punto, per quanto mi riguarda, questi soldi potrebbero prenderseli anche senza fare nulla, anzi, meglio se non fanno niente.
Se questo è il "pizzo" per non avere altri danni, per me potrebbero prenderselo e andare fuori dai piedi, almeno sarebbero sinceri.
Aggiungo che è molto gratificante vedere la sede de Consorzio Venezia Nuova protetta giorno e notte dalle forze dell’ordine, sono quasi commossa a vedere come il governo italiano, oggi di “ sinistra”, protegge gli onesti lavoratori.
C’è una cosa che mi sento proprio di dire: sono stomacata.