Bush aspetterà solo altri sette giorni
Oltre 300 lavoratori della Ederle manifestano in viale della Pace
di Gian Marco Mancassola
Un’altra settimana, non di più. George W. Bush avrebbe imposto la data del 19 gennaio ai suoi emissari in Italia per chiudere la partita del Dal Molin: se il Governo Prodi avrà risposto bene, altrimenti gli Usa prenderanno le loro decisioni, che potrebbero portare la riunificazione della 173a brigata di paracadutisti lontano da Vicenza. I contorni esatti dell’ultimatum sono trapelati ieri mattina al termine dell’assemblea convocata nel teatro interno alla caserma Ederle, dove il generale Frank Helmick ha incontrato i dipendenti civili italiani alle dipendenze della Setaf.
I tempi sarebbero quindi molto più stretti rispetto ai due mesi di cui si era vociferato al termine del blitz vicentino dell’ambasciatore americano Ronald Spogli. Proprio il diplomatico, pranzando con l’alto ufficiale avrebbe indicato la data oltre la quale i finanziamenti stanziati da Washington verrebbero distratti altrove, spostati su altri progetti.
La notizia dei tempi ridotti al lumicino ha gettato nel panico i lavoratori italiani della Ederle, che in pochi minuti hanno deciso di organizzare per il pomeriggio un sit-in davanti al cancello di viale della pace. La protesta, capitanata dal portavoce del comitato per il Sì, Roberto Cattaneo, è andata in scena fra le 17 e le 18, quando sulle strisce pedonali dell’arteria si sono concentrate oltre 300 persone, che hanno iniziato ad attraversare ripetutamente la strada, mandando in tilt la circolazione e provocando lunghi incolonnamenti in entrata e uscita dalla porta est della città.
Meccanici, cuochi, insegnanti, autisti, paramedici, magazzinieri, ingegneri, idraulici, elettricisti e molte altre figure professionali hanno riversato sull’asfalto di viale della Pace tutta la loro angoscia per il rischio di perdere il proprio posto di lavoro. Con loro c’erano anche i sindacalisti Costantino Vaidanis della Cisl e Maria Grazia Chisin della Uil. Come riferisce Cattaneo, il generale Helmick ha detto che «la riunificazione della 173ª è per il governo americano una priorità al di là del luogo dove questa avverrà. Al momento non ci sono siti alternativi a Vicenza, perché fino a oggi il governo americano si è fidato della consolidata amicizia con il governo italiano. In due anni sono stati già investiti nell’operazione Dal Molin e nella progettazione della caserma 23 milioni di dollari».
«Forse i vicentini non si rendono conto di cosa significa l’eventuale chiusura della Ederle - attacca Cattaneo - qui dentro vivono, lavorano e si addestrano 12 mila persone». L’occasione della manifestazione è servita anche per fare il punto sull’effettivo numero dei dipendenti, che sono 750 come precisano quelli del comitato favorevole al progetto Dal Molin. Meno, quindi, dei 1.200 di cui avrebbe parlato l’ambasciatore durante i suoi incontri istituzionali di martedì. «Se sparisce la Ederle, però, sparisce anche un indotto che dà lavoro ad altri 3 mila lavoratori», incalza Cattaneo, che annuncia per i primi giorni della prossima settimana una spedizione romana a cui hanno aderito già un centinaio di persone per urlare il sì davanti ai ministeri. La manifestazione si è svolta senza tensioni né disordini, sorvegliata da polizia, carabinieri e vigili urbani. In viale della Pace si è visto anche il questore Dario Rotondi, che ha coordinato l’operato delle forze dell’ordine. «Siamo stati il popolo dei corretti - afferma la Chisin - e oggi per questa correttezza stiamo perdendo il lavoro. La Ederle rappresenta una grande azienda, una delle più grandi del Vicentino. Per questo abbiamo informato il presidente del Consiglio Romano Prodi e i suoi ministri di quanto sta accadendo. Il caso Maddalena dimostra che ci ritroveremo con il sedere per terra».
I lavoratori contestano anche chi va ripetendo che esistono leggi per la tutela dell’occupazione dopo la dimissione di insediamenti militari: «Le leggi ci sono, ma non c’è copertura economica, non ci sono soldi per tutelarci e in ogni caso la maggior parte dei lavoratori non verrebbe tutelata da queste norme.
In strada, bandiere italiane e americane e mille cartelli. Dal 26 ottobre è stato riesumato il gettonatissimo “Sei del No? Allora aggiungi 744 posti a tavola”. Accanto a slogan lapalissiani come “Sì al Dal Molin” e “Alla base vogliamo restare perché abbiamo bisogno di lavorare”, si è vista anche tanta ironia: come il maiale di cartone con la scritta “Mortadella non ci rovinare” e la riedizione di una vecchia canzone: “Avanti popolo alla riscossa, col Dal Molin ci diamo una mossa”.
Nessuna tensione, infine, anche quando a sit-in ormai concluso si è presentato Germano Raniero, esponente del fronte del no, che ha voluto ascoltare le ragioni dei lavoratori e discutere sulle prospettive future.