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Martedì 23 gennaio 2007 14:18 Afghanistan - Change strategy

Ed è change strategy. la parola chiave sull’Afghanistan a pochi giorni dal rifinanziamento della missione militare italiana.
Nessun ritiro quindi del contingente militare italiano dal territorio afghano, "nessun ritiro": come hanno più volte ripetuto in questi giorni Romano Prodi e Massimo D’alema dagli impegni presi, siano essi quelli militari all’interno della nato a Kabul o direttamente con gli Stati Uniti a Vicenza.
Resta la consapevolezza della necessità di un cambiamento di strategia per il fallimentare conflitto in Afghanistan e su queste ragioni sembra di sentire l’eco delle motivazioni adottate dal presidente statunitense per gestire il pantano iracheno. Non si parla in Italia di aumento delle truppe ma il ministro degli esteri D’Alema parla di "risoluzione della missione". Due le proposte.
L’aumento della presenza dei civili accanto al contingente militare - senza alcuna specificazione di modi e tempi e senza tener conto che l’associaizone contingente militare - aiuti umanitari si è quasi sempre rivelata fallimentare per la popolazione civile coinvolta in lunghi anni di guerra.
In secondo luogo la proposta di costruzione di una conferenza multilaterale di pace in cui saranno coinvolti il maggior numero possibile di paesi per un rilancio della missione in Afghanistan. Conferenza che sarà organizzatata con il beneplacito della Nato il cui segretario incontrato proprio ieri da d’Alema sulla questione. Di fronte al multilaterale, questo sì, riconoscimento della fallimentare situazione che si è creata in territorio afghano il governo italiano sceglie quindi di andare avanti: nessuna "exit strategy" ma l’apertura di una discussione internazionale. Non si fermano invece le discussioni a livello nazionale sulla questione della base militare usa a Vicenza.
120 sono i parlamentari mobilitati contro il Dal Molin che questa sera si riuniranno a palazzo Valdina presso la camera mentre nella città di Vicenza continua il presidio permanente poco distante dall’aereoporto.

Le basi di guerra targate Stati Uniti legate al conflitto iracheno e afgano vengono affiancate da altre basi in questo caso navali per Golfo e Corno D’Africa.
Protagonista la città di Palermo dove tacitamente è stata collocata un’altra base di guerra: si tratta del Bataan expeditionary strike group.
Il gruppo navale di spedizione d’attacco composto da 7 navi da guerra e 6000 marines. Manlio Dinucci - sulle pagine de “il Manifesto” - sottolinea il ruolo che questo gruppo navale dovrà ricoprire all’interno del Mediterraneo dove opererà non nel quadro della Nato ma quale forza da sbarco della sesta flotta generale delle forze navali Usa in Europa, situata a Napoli.
Davvero di change strategy si tratta, ma in senso opposto da quanto dichiarato: l’Italia si conferma, con la 173esima brigata aviotrasposratta di Vicenza e con il colosso navale d’attacco di Palermo, come il trampolino per le operazioni militari Usa verso sud est: la concomitanza delle due notizie - il raddoppio della base vicentina e la presenza del Bataan a Palermo - si spiegano proprio all’interno del conflitto Usa e dell’impegno militare in Afghanistan, Iraq, Iran e Somalia.
Il servizio di Maria Fiano.
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