RASSEGNA STAMPA

il Giornale di Vicenza sul Dal Molin..

Articoli del 17 gennaio 2007

Vicenza - Mercoledì 17 gennaio 2007
"Sto per comunicare all’ambasciatore statunitense che il governo italiano non si oppone alla decisione presa dal governo precedente e dal Comune di Vicenza a che venga ampliata la base militare di Vicenza"

Prodi a sorpresa annuncia la sua decisione
Da Bucarest il via libera alla cessione del Dal Molin

Diciamoci quello che in fin dei conti già si sapeva. Romano Prodi non aveva vie d’uscita.
Opporsi all’allargamento, ma sarebbe più corretto dire alla diversa e massiccia presenza americana a Vicenza, con una base tutta rinnovata e spostata in altro luogo cittadino, era impossibile. E non tanto per la minaccia americana di chiudere la Ederle e volarsene in Germania. Anche se poi i bluff bisogna avere il coraggio di andarli vedere benché li si possa pagare talvolta salati. E nemmeno per smentire l’antiamericanismo di cui l’opposizione l’ha accusato per bocca dell’ex premier e «amico» di Bush, Silvio Berlusconi. Bush non è suo amico come certo non lo è di Prodi. A quei livelli non si hanno amici. Un pò di gratitudine sì. Ma reciproca e altalenante. Tutto qui.
Ed è proprio per questo motivo che Prodi non poteva che dare il via libera alla richiesta americana. Come altri presidenti italiani hanno fatto in passato, il capo del governo ha scelto di poter dire la sua sulla politica estera degli Stati Uniti piuttosto che sulla politica logistica e strategica. Nel grande Risiko del nuovo secolo, dove Putin manovra il rubinetto del gas e la nuova Europa ha mille problemi, conta più alzare la voce davanti alle morti irachene, agli attacchi israeliani, all’indipendenza palestinese o chinare il capo rispetto alle bandierine poste sulle basi a tutela del territorio? Politicamente e per numero di consensi la risposta è quasi scontata. Per poter fare la prima cosa si deve cedere un po’ sull’altra. Tanto - si sostiene - non è un problema di natura politica ma soltanto urbanistica e territoriale. Le falde dell’acqua di mezzo Veneto sotto la nuova base? Tutto da dimostrare il rischio eventuale. Ben chiaro e dimostrato è invece il rischio di farsi nemici realmente gli americani. Se un governo gli dice sì sul territorio poi il sì deve restare granitico. E con questo «sì», ribadito anche dal centrosinistra, il governo attuale si è portato almeno quattro «no» da spendere nei prossimi anni della sua vita. È così. È da sempre così.
Non aveva Prodi la possibilità di annullare una decisione presa dal precedente governo e dal comune? Forse. Ma è stato più semplice un gesto che è una via di mezzo tra il mantenere un impegno preso con gli alleati in quanto Italia, e lo «scaricare» sul passato governo il peso della scelta. Che poi, aggiunge Prodi, non è una scelta politica ma più che altro urbanistica e territoriale. Come hanno sostenuto le istituzioni e le amministrazioni. E questa è l’unica nota veramente stonata della questione.
Anche un bambino di Crotone, per dirla come l’ha detta un pò inelegantemente Cinzia Bottene a nome dei dodici comitati per il no, capisce che la questione è soprattutto politica.
La città la pensa diversamente? Un referendum, come dicono le sinistre e le associazioni, potrebbe cambiare le cose? Solo l’abbandono della maggioranza da parte delle sinistre potrebbe dare il via al cambiamento di programma. Ma, probabilmente, solo a parole. In Parlamento la decisione verrebbe confermata da una nuova maggioranza orizzontale, con buonapace del bipolarismo. In realtà nulla può più cambiare nulla. Il raddoppio dei posti di lavoro, il movimento crescente intorno all’area, le simpatie e le amicizie italo-americane che si intrecciano sempre più fitte da generazioni, lo impediscono. E l’Italia come è noto a tutti oramai, è un paese a cui l’America non rinuncerà per niente al mondo. Per questioni, geografiche, politiche, storiche, culturali, e anche di mera convenienza.

No

E Vicenza occupa la stazione ferroviaria

 
La risposta dei comitati del No è arrivata con una manifestazione cui hanno partecipato oltre 5 mila persone. Il corteo, una fiaccolata che ha girato le vie del centro, ha raggiunto la stazione ferroviaria dove sono stati occupati i binari, cosa, questa, che ha costretto a grossi ritardi una ventina di treni.
La protesta è cominciata con l’allestimento di un ampio tendone vicino al perimetro dell’aeroporto Dal Molin, il presidio dei comitati per il No alla nuova base Usa a Vicenza. Il Dal Molin è la struttura dove dovrebbe sorgere il complesso che ospiterà tutta 173ª brigata aviotrasportata dell’esercito americano.
Alcuni manifestanti passeranno qui la notte, per rimarcare con la loro presenza l’opposizione al progetto cui anche il Governo ha dato oggi la propria disponibilità. Il corteo si è concluso a tarda ora senza incidenti o particolari momenti di tensione.
 
La manifestazione, tenuta sotto controllo dalle forze dell’ordine, ha visto una partecipazione piuttosto eterogenea dato che, con la componente prevalente di centrosinistra dei comitati per il No, c’erano anche un gruppetto di giovani no global e, in coda al corteo, una rappresentanza di Alternativa Sociale, il partito di Alessandra Mussolini, con il responsabile locale Alex Cioni. Presenza particolare quella di suor Francesca, arrivata da Padova «per la pace».

Dal Molin e il Governo

Ore 18, arriva il sì di Prodi alla base
«Non ci opponiamo, decida Vicenza»

«Non è un problema di natura politica ma urbanistico-territoriale della comunità locale»
di Alessandro Mognon

Il D-day o Dal Molin-day di Vicenza scatta alle 18.09 di ieri, agenzia Radiocor-Sole 24 Ore: «Il governo italiano non si opporrà all’ampliamento della base militare Usa di Vicenza. Lo annuncia lo stesso presidente del Consiglio Romano Prodi da Bucarest dove è in visita ufficiale...». E l’invasione ha inizio: quella delle dichiarazioni tra il furibondo e lo stupito degli alleati di governo contrari alla base e quelle ironico-compiaciute dell’opposizione. Spiazzati (tutti) a metà pomeriggio dopo che lo stesso premier aveva fatto sapere che «non prenderò decisioni qui a Bucarest ma riferirò al mio ritorno in Italia». In realtà, tutto era stato deciso l’altro ieri sera quando Prodi aveva chiamato al telefono i segretari dei vari partiti per avvisarli del suo sì.
In realtà è dalla mattina che parlamentari, sottosegretari e comitati di ogni colore possibile intervengono per dire la loro sulla base Usa di Vicenza. La prima addirittura alle 8.42 (Pecoraro Scanio). Poi avanti: dal centrodestra annunciano che «il governo risponderà giovedì alla nostra interrogazione» (Bosi dell’Udc e Gamba di An). Dal centrosinistra dicono che «nonostante le rumorose dichiarazioni sono convinto che il governo non abbia ancora preso una decisione favorevole» (Russo Spena, capogruppo Prc). Due delle centinaia. Poi dalla Romania arriva il «non ci opponiamo» di Prodi. E nonostante le giornate primaverili da effetto serra gela un bel pezzo della sua maggioranza.
Dice il presidente del Consiglio: ««Sto per comunicare all’ambasciatore statunitense che il governo italiano non si oppone alla decisione presa dal governo precedente e dal Comune di Vicenza a che venga ampliata la base militare». E ricorda che il suo Governo «si era impegnato a seguire il parere della comunità locale. Non abbiamo quindi ragioni ad opporci all’ampliamento che rappresenta un problema non di natura politica ma di natura urbanistica e territoriale». Prodi rivela anche che il Governo italiano aveva «offerto altre soluzioni che sembravano più equilibrate» ma che alla fine «non è stato possibile accettare queste soluzioni».
«Qualcuno ha parlato di referendum - ha continuato il premier - ma anche queste sono tutte decisioni locali: noi non siamo chiamati ad atti amministrativi o a decisioni locali. Questo non è un problema che riguarda l’attività del Governo. A tutt’oggi lo strumento del referendum non è stato attivato e sono quindi solo mere ipotesi. Ma ribadisco che non è un problema del Governo, ma urbanistico e amministrativo». Qualcuno gli chiede anche se visti i contrasti ci fosse una posizione del Governo sul perimetro della base e sul numero di truppe da ospitare. E Prodi risponde «c’è un progetto, un progetto che ha alcune riserve. Se ne occuperà però il Comune di Vicenza e il problema sarà gestito in una dialettica tra chi fa l’insediamento e le autorità amministrative». Il premier lo aveva detto ai suoi alleati la sera prima: «Il governo italiano non ha nessun fondamento giuridico per dire no agli Stati Uniti». Così dopo otto mesi di furiose discussioni seguite alla presentazione in consiglio comunale del mega-progetto americano, è tutto finito (o quasi) in poche righe. Dopo una serie di rimpalli fra l’amministrazione Hüllweck, accusata di aver nascosto e sottovalutato la questione della base Usa, e il ministero della Difesa. «È un problema di politica nazionale e internazionale» diceva il sindaco scaricando il problema a Roma; «Vogliamo il parere della popolazione locale» replicava Arturo Parisi. E intanto si formavano comitati per il No e per il Sì, si facevano assemblee e riunioni, intervenivano parlamentari vicentini e non, si urlava agli «estremisti antiamericani» e ai «servi di Bush». Tutti comunque a chiedere «una decisione». Fino alla grande manifestazione dei 15 mila contro la nuova base del 2 dicembre scorso che sembrava aver dato una scossa anche all’interno del Governo.
La decisione è arrivata: «Non ci opponiamo». Anche se il premier avrebbe detto che un eventuale referendum «cambierebbe le carte in tavola». Sembrava troppo facile.

Il retroscena
La scelta spiegata agli alleati al telefono l’altro ieri

Sembrava un blitz rumeno, deciso nella camera da letto a Bucarest dove Romano Prodi è in vista ufficiale. Invece era già tutto deciso, anche se pretoriani e pedoni del Parlamento non ne sapevano nulla. I soli informati erano i segretari dei partiti dell’Unione. Che l’altra sera si sono sentiti dire via telefono dal premier in terra di Romania che avrebbe detto di sì alla base Usa di Vicenza. Prodi insomma ha chiamato i leader alleati per spiegare quelle che sarebbero state le sue parole di fronte ai cronisti. E cioè che il governo italiano non ha nessun fondamento giuridico per dire no agli Stati Uniti, dopo che il comune di Vicenza ha dato il proprio via libera. Insomma il presidente del Consiglio non deve firmare nessun documento, nessun atto e quindi per un eventuale rifiuto ci sarebbe un problema politico.
Certo non tutti, nella maggioranza, evidentemente erano stato avvertiti. Anche se in alcune dichiarazioni il parere positivo di Prodi sembra nascosto fra le righe. Poi, dopo la conferenza stampa delle 18 e il sì del Governo, il via alle opinioni. In libertà, stavolta.

Le prime dichiarazioni dalla maggioranza. Cento (Verdi): pronti alla mobilitazione
Diliberto, il grande deluso
Casarini: «Lotta continua»

Da «molto, molto deluso e dispiaciuto» a «il governo si deve vergognare» passando per un «siamo increduli» e «decisione grave e inaccettabile» che diventa anche «gravissima». Il vocabolario del centrosinistra contrario alla base americana dopo l’ok di Prodi va da depresso all’arrabbiato. Quello della destra gongolante va da «ha rispettato gli impegni con gli Usa» a «procedura grottesca» fino a «situazione tragicomica» e «governo spaccato». Nel fiume delle note di agenzia seguite al «non ci opponiamo» del premier da Bucarest, ecco i principali interventi.
Il «molto molto deluso» è Oliviero Diliberto, segretario dei Comunisti italiani: «Posso capire i problemi di Prodi - dice il leader Pdci - ma non condivido assolutamente la decisione. A questo punto chiedo, a maggior ragione, che si coinvolga la popolazione e si faccia subito il referendum». Più duro il leader dei Disobbedienti del nord est Luca Casarini: «Non pensi che sarà così facile allargare la struttura: la lotta continuerà e il governo italiano sarà costretto a reprimere con la violenza, come abitualmente fa, il dissenso della maggioranza della città. Il governo si deve vergognare e, soprattutto, devono vergognarsi quei ministri di Rifondazione, Comunisti Italiani e Verdi che hanno sacrificato gli ideali della pace alla poltrona».
Arriva Cossiga il picconatore: «Non capisco come il governo Prodi con la sua maggioranza possa dare quel permesso». Assicura che, se chiamato a farlo, voterà al Senato a favore dell’allargamento della base di Vicenza «salvo che il governo non ponga la fiducia sul no». In ogni caso, boccia la proposta di un referendum fra i cittadini di Vicenza avanzata dal segretario Ds Fassino «perché dopo aver subordinato la politica delle grandi infrastrutture d’interesse nazionale ed europeo ai comuni di una piccola valle (Tav e Val di Susa: ndr), non è proprio il caso di subordinare le scelte di politica estera alle preferenze della popolazione di un comune». E l’ex Kossiga con la k annuncia la presentazione in Senato di un disegno di legge per cancellare gli accordi politico-militari fra Italia e Usa che sostengono le basi americane».
«Una decisione sbagliata che rischia di diventare come il caso della Tav - dice il sottosegretario all’Economia Paolo Cento, deputato dei Verdi -. Noi continueremo ad opporci e faremo diventare la questione della base protagonista di una grande mobilitazione nazionale». Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi e ministro dell’Ambiente: «La volontà popolare, contraria all’ampliamento della base militare, è stata tradita dal Comune e per questo è necessario indire subito un referendum. Non condividiamo la decisione di Prodi e lo invitiamo ad ascoltare i cittadini». «Continueremo la nostra battaglia contro l’ampliamento della base Usa a Vicenza insieme ai cittadini e al movimento pacifista». A dirlo è il segretario del Prc, Franco Giordano, che non considera chiusa la partita della base militare. «Noi ci auguriamo si possa riprendere la discussione - dice Giordano - e che si trovino delle forme per dare la possibilità alle popolazioni locali di pronunciarsi».
Sprizzano gioia invece nel centrodestra. «La questione dell’ampliamento della base Usa di Vicenza potrebbe non essere ancora risolta - è il commento del capogruppo di Forza Italia al Senato, Renato Schifani -. Quello di Prodi era un atto dovuto, per non dimostrare una totale inaffidabilità rispetto agli impegni internazionali assunti dal nostro governo. Ora bisogna capire se Prodi avrà la forza politica di mantenerli o se cederà ancora una volta alle pressioni dei suoi alleati della sinistra radicale. In ogni caso, il premier è sempre più solo».

Il ministro e leader dell’Udeur: «Il Governo ha mostrato gli attributi»
Mastella: «Rischiavamo il ritiro di tutte le basi Usa»
di G. M. Mancassola

«Il Governo ha dimostrato di avere le palle». Clemente Mastella, ministro della giustizia e leader dell’Udeur, è appena rientrato dalla missione a Dresda, in Germania. Sono le 19 quando nel suo studio affrescato riceve la delegazione del comitato del Sì. Da un’ora il caso Dal Molin ha avuto una risposta: il premier Prodi ha annunciato l’orientamento del Governo. E sono parole che spaccano in due l’Unione. Mentre nel resto della capitale la polemica infiamma, nell’ovattata atmosfera del ministero in via Arenula, Mastella non nasconde la sua soddisfazione, consapevole che lo yes consegnato a George W. Bush rischia di essere deflagrante per gli equilibri della coalizione.
«Attenzione, questa risposta positiva annunciata da Prodi è un impegno preciso del Governo. Se avesse detto no, sarebbe stato no definitivamente. Per arrivare a questo risultato ci siamo esposti in anteprima io e il ministro degli Interni Giuliano Amato». Il Guardasigilli è affiancato dal capogruppo dell’Udeur alla Camera, l’on. Mauro Fabris, che aveva trascorso la giornata su e giù per le scale dei palazzacci romani, dove sono di stanza i big del Governo Prodi, alla ricerca della quadratura del cerchio. Dà una rapida sbirciata ai lanci d’agenzia. Ce ne sono centinaia, ma l’occhio gli cade sulle dichiarazioni al vetriolo del leader dei Disobbedienti triveneti, Luca Casarini, che dice: «Si vergognino». «Perché non si vergogna lui - ribatte Mastella - che non pensa alle centinaia di disoccupati che si ritroverebbero per strada, senza un lavoro».
E dire che appena due giorni fa l’esecutivo dell’Unione passava per antiamericano, sotto le bordate del centrodestra e di Silvio Berlusconi. «Come si può pensare - ribatte - che io stia in un governo antiamericano, proprio io che ho una moglie italoamericana. Qui forse non si è riflettuto a sufficienza sul fatto che in ballo c’era il rischio del ritiro di tutte le basi americane in Italia. A questa prospettiva io non ci sto, a meno che il Consiglio dei ministri non decida di ridiscutere la politica estera, avviando strategie diverse. A quel punto, però, io non ci sarò più e ci sarà un altro Governo. Di sicuro, non un Governo di sinistra, perché la sinistra senza le forze moderate di centro non ha la possibilità di vincere le elezioni».
Quando gli viene chiesto chi vince in questa vicenda, il Guardasigilli non ha dubbi e delinea tre capisaldi: «Con questa decisione il Governo ha dimostrato che ha le palle, che l’Italia è un Paese di grande dignità, che c’è attenzione per i lavoratori, per quelli che ci sono e per quelli che verranno. Questa operazione porterà investimenti per 800 milioni di euro, altro che ponte sullo Stretto».
Mastella fa poi capire, in linea con Fabris, «che il progetto può essere migliorato in sede locale sotto il profilo urbanistico. L’importante era onorare gli impegni, anche se questi impegni erano stati assunti dal Governo precedente. Noi abbiamo fatto il massimo, mostrando grande correttezza».
A conti fatti, il centro moderato batte la sinistra radicale, che tuttavia promette battaglia e ritorsioni. «Ci sarà un passaggio in consiglio dei ministri, probabilmente venerdì. Immagino che ci saranno voti contrari, pazienza. L’importante è che si capisca che questo è un Governo di centrosinistra. Noi ci siamo assunti le nostre responsabilità, adesso tocca all’amministrazione comunale assumersi le sue. Non sarò certo io ad andare a risolvere i problemi del sindaco. Io devo difendere l’onorabilità del Paese e l’ho fatto». E qui si interrompe, perché gli squilla il cellulare. È Bruno Vespa: «Clemente, vieni ospite a “Porta a Porta” lunedì sera?». «Fammi controllare. Sì, lunedì sono da te, ciao Bruno».

Dal Molin, Le Reazioni

Il centro destra: «Finalmente»
Rabbie, proteste e ironie nelle parole di politici di centrosinistra

Il sì di Prodi scatena la reazione da alleati e opposizione. Ecco una raccolta di interventi. «Continueremo la nostra battaglia contro l’ampliamento della base Usa a Vicenza insieme ai cittadini e al movimento pacifista». Il segretario del Prc, Franco Giordano non considera chiusa la partita della base militare anche dopo il sì di Prodi. «Ci auguriamo si possa riprendere la discussione - dice Giordano - e che si trovino delle forme per dare la possibilità alle popolazioni locali di pronunciarsi». «Il governo sbaglia a non opporsi all’ampliamento della base Usa a Vicenza: in questo modo tradisce la vocazione di pace iscritta nel programma dell’Unione e manifestatasi in alcune scelte di politica internazionale e reitera una concezione subalterna dell’alleanza con la potenza americana» Parola di vice presidente della commissione Difesa alla Camera, Elettra Deiana. Poi la senatrice Prc Tiziana Valpiana: «L’Italia non è un paese sovrano ma una colonia, dove gli americani fanno e disfano a proprio piacimento. La decisione del presidente del Consiglio sull’ampliamento della base militare Usa a Vicenza ci lascia esterrefatti e sconcertati, anche perché in Parlamento non c’era questo tipo di orientamento. Noi del Prc restiamo fermamente contrari. Nell’incontro con Enrico Letta cercheremo di fargli capire che non si tratta così il territorio e la popolazione che si è sempre dichiarata contrarissima al progetto e, certamente, faremo pesare la nostra contrarietà all’interno del Governo».
Pecoraro Scanio, leader dei Verdi e ministro dell’Ambiente: «I Verdi saranno al fianco dei cittadini ed impugneranno la decisione del Comune di Vicenza in ogni sede. Il governo dovrebbe rivedere la propria posizione pilatesca ed ascoltare i cittadini, sapendo che rispettare le alleanze non significa rinunciare alla propria sovranità».
Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia: «C’è da strabiliare: costretto “obtorto collo” a rispettare gli impegni internazionali del nostro Paese dicendo sì all’allargamento della base di Vicenza, Prodi ha cercato di minimizzare la questione riducendo i rapporti con gli Stati Uniti a “un problema urbanistico e territoriale” e mettendo così la politica estera italiana al livello di un piano regolatore». In sintonia con il vicecoordinatore azzurro Fabrizio Cicchitto: «Ci fa piacere che le decisioni del governo Berlusconi e la linea del Comune di Vicenza abbiano costretto Prodi a dar via libera alla conferma e all’ampliamento della base Usa, nella logica della tutela dell’alleanza politico-militare fondamentale a cui è legata l’Italia».
Ed ecco il presidente della giunta regionale del Veneto, Giancarlo Galan: «Mi complimento con il Presidente Romano Prodi per una decisione assai positiva per il Veneto e che si allinea a quella presa a suo tempo per il Mose e che mi attendo altrettanto positiva in merito alle questioni che riguardano il Passante di Mestre». «Sono felice - prosegue Galan - innanzitutto per chi si è battuto a Vicenza in difesa del proprio posto di lavoro. Sono felice di essere stato fin dal primo momento, assieme al Comune di Vicenza, dalla parte giusta, dalla parte cioè di chi non voleva che gli americani fossero costretti ad andarsene». «Sono convinto che, cessato il momento dello scontro e della insensatezza politica - conclude - sia necessario avviare subito la fase delle proposte concrete, compatibili, di un progetto insomma che metta assieme le esigenze della cittadinanza e le ragioni della presenza americana a Vicenza».
Alessandra Mussolini, eurodeputato di Alternativa Sociale e segretario di Azione Sociale è nera in tutti i sensi: «È un errore grave aver ceduto. Oltre ad aver umiliato i vicentini il Governo dimentica le responsabilità Usa sul Cermis e su Calipari.
Sensatamente il Governo dovrebbe dimettersi per le lacerazioni al proprio interno». «Risultato positivo, procedura grottesca» invece per Adolfo Urso, dell’esecutivo di An. «Ora sappiamo che il Comune di Vicenza ha salvato l’immagine e il ruolo internazionale dell’Italia - dice -. Inquietante l’escamotage con cui Prodi ha evitato di esprimersi sull’ampliamento della base americana di Vicenza: un atto di estrema debolezza che denota l’assoluta incapacità di questo governo ad esprimere una chiara politica estera e di difesa».

Il Cavaliere ha ricordato l’impegno preso con l’amico Bush
L’ex premier Berlusconi
«Il no ci rende inaffidabili»

«Anche all’opposizione abbiamo appoggiato le missioni militari»

E figurarsi se perdeva l’occasione. Prima della notizia del sì di Prodi al Dal Molin fra le tante agenzie ecco l’intervento di Silvio Berlusconi: «Sarebbe di straordinaria gravità che il governo attuale si dimostrasse così inaffidabile nei confronti degli Stati Uniti e dell’alleanza Atlantica da contraddire le decisioni sull’ampliamento della Base di Vicenza». Una decisione che, anche se a quanto pare mai messa nero su bianco, aveva già preso lui con gli americani. Continuava nella nota l’ex premier: «Sono convinto che il primo dovere di un grande paese come l’Italia sia quello di tenere fede agli impegni internazionali assunti, anche per essere credibile nei confronti dei propri alleati. Seguendo questo principio tra il 1996 e il 2001, nella legislatura in cui ci trovammo all’opposizione di vari governi di sinistra, abbiamo sempre sostenuto con il nostro voto tutte le missioni alle quali il nostro Paese aveva scelto di prendere parte».
«Allo stesso modo - aggiunge Berlusconi -, in questa legislatura abbiamo approvato pur con significative e motivate perplessità la missione italiana in Libano».
«Per noi - sottolineava il Cavaliere - è sempre stato prevalente l’interesse nazionale. Sarebbe di straordinaria gravità che il governo attuale si dimostrasse così inaffidabile nei confronti degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica da contraddire le decisioni sull’ampliamento della base di Vicenza assunte nella scorsa legislatura dal governo italiano da noi guidato».
Intanto ieri pomeriggio per conto dello stesso Berlusconi il fido Gianni Letta aveva ricevuto una delegazione vicentina del comitato del Sì condotta dal senatore Pierantonio Zanettin e da Roberto Cattaneo.

La presidente della Provincia: «Perso troppo tempo»
Dal Lago: «Era una decisione scontata»

«Si è perso tanto tempo per una decisione che appariva scontata» è la dichiarazione rilasciata ieri sera a TvA Vicenza dalla presidente della Provincia Manuela Dal Lago, che da sempre si era dichiarata favorevole al progetto di ampliamento della base Usa e che aveva espresso il suo voto positivo anche nella discussione in Consiglio comunale, come capogruppo della Lega nord. «Questi mesi di contrapposizione tra “americani sì” e “americani no” - ha aggiunto la presidente Dal Lago - hanno acuito la divisione tra cittadini e hanno esacerbato gli animi, ma non hanno permesso di fare quello che era importante fare, e cioè una verifica per capire se dal punto di vista dell’urbanistica e del territorio quella dell’aeroporto Dal Molin sia effettivamente la soluzione migliore».
Una valutazione, questa, che non ha mai trovato d’accordo la Dal Lago (come noto aveva proposto il sito lungo via Moro, a fianco della Ederle), tanto che ha concluso la sua dichiarazione: «Ora Prodi ottenga dall’America le garanzie per ridurre al minimo i disagi per i vicentini, per il solo fatto che quello individuato non è il sito migliore».

Il comandante Helmick sorride dalla Germania: «Grazie a tutti»
Spogli: «La nostra presenza produrrà benefici alla città»
L’ambasciatore Usa esprime l’apprezzamento per la decisione

Mai una dichiarazione fuori posto e, soprattutto, mai una dichiarazione che potesse essere interpretata come un’interferenza nelle decisioni delle autorità italiane. Questo l’atteggiamento tenuto dagli americani in questi anni di attesa di quella risposta che il premier Romano Prodi ha dato ieri. Incassato il sì, il primo a essere rallegrato è stato il generale della Ederle, Frank Helmick, che dai campi di addestramento della Germania, dove rischiava di dover rimanere se Prodi avesse detto no, ha fatto arrivare a Vicenza tutta la sua soddisfazione.
«Sono estremamente compiaciuto - dice Helmick - della decisione presa dal premier Romano Prodi ed esprimo il mio ringraziamento a tutte le autorità che hanno contribuito al positivo esito del nostro progetto».
È un momento complicato per la comunità americana di Vicenza. Dalla Ederle a Hohenfels e a Grafenwohr, i campi di addestramento in Germania, si succedono diverse missioni di militari che devono prepararsi in vista della missione che ha per destinazione il Paese più complicato e pericoloso del globo: l’Iraq. Per questo Helmick e gli altri ufficiali in questo periodo hanno dovuto lavorare in due direzioni, completamente diverse. Da un lato c’è la preoccupazione di tutta la comunità, in vista di una missione per l’Iraq (la seconda che deve affrontare la 173a Brigata, terza se si considera anche l’Afghanistan, con 28 morti in totale) che si annuncia terribilmente difficile; dall’altro lato c’era l’assillo del Dal Molin, su cui era imperniata buona parte della riorganizzazione dell’esercito americano in Europa. Da oggi avranno un fronte in meno, anche se l’Iraq non è certo un giochetto.
Se gli americani a Vicenza ridono, gli americani a Roma non sono certo meno soddisfatti. «Desidero esprimere apprezzamento - ha detto l’ambasciatore Ronald Spogli - per l’attenta considerazione e opinione favorevole espresse alla proposta di aumento della presenza americana a Vicenza. Siamo fiduciosi - che essa produrrà benefici alla popolazione e all’economia della città che già ci ospita con grande cortesia da molti anni».
Last but not least, come direbbero a Washington, ecco le reazione degli americani, appunto, di Washington. «L’Italia onora così i suoi impegni internazionali - ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato,Terry Davidson poche ore dopo l’ufficialità -. Apprezziamo l’eccellente cooperazione con l’Italia sulle questioni chiave che ci attendono, dal Libano all’Afghanistan, e consideriamo questa decisione come un ulteriore elemento della nostra stretta cooperazione».
Dopo le dichiarazione di D’Alema sull’intervento americano in Somalia e dopo le polemiche recenti sul presunto ricollocamento filo-arabo della politica estera italiana, questo provvedimento contribuisce non poco a ristabilire il sereno tra le due diplomazie. Ed è probabile che il tanto atteso, e mai fissato, incontro tra Bush e Prodi negli Usa ora trovi rapidamente posto in agenda.

Dal Molin, La Protesta

Dopo la fiaccolata un migliaio di persone si sono sedute sulle rotaie. Nei giorni prossimi proseguirà la protesta
Occupata la stazione, invasi i binari
Tutti i treni fermi per più di un’ora. Poi la polizia ottiene lo sgombero
di Diego Neri

Nessuno scontro. «È un’azione dimostrativa». Cori contro Hüllweck e Prodi

 
I manifestanti sfilano con ordine, mentre il segretario della Cgil Oscar Mancini tiene aperte le porte. Il fiume di gente si riversa all’interno della stazione fra gli sguardi stupiti dei viaggiatori e occupa il primo, poi il secondo e il terzo binario. Col megafono l’organizzatore Olol Jackson invita a fare posto, a non avere paura, a sedersi sui binari, mentre gli agenti della polfer fanno avvisare i macchinisti dei treni in transito per Vicenza: «Fermi tutti, la stazione è occupata. Il servizio è momentaneamente sospeso». Il blocco, che interessa tutta la tratta Milano-Venezia, durerà quasi un’ora e mezza. Mancano pochi minuti alle 22. La fiaccolata del popolo del No, con più di cinquemila manifestanti (dati forniti dalle forze dell’ordine), che doveva concludersi dopo aver girato per il centro, in piazza Castello, ha ottenuto l’ok per proseguire fino in via Roma e quindi ha raggiunto la stazione. Ma la folla - radunata in un paio d’ore, dopo la dichiarazione di Prodi - non si è fermata, entrando nell’androne per raggiungere le rotaie. Complessivamente, sono almeno un migliaio coloro che sventolando le bandiere hanno occupato i binari, bloccando - fra passeggeri e merci - una ventina di treni di passaggio. Il presidio è durato fino alle 23.10, scandito da cori e parecchi “vaffa” verso Prodi, quando una parte dei manifestanti, circa un centinaio, ha raggiunto l’area del Dal Molin per continuare la protesta.
Polizia e carabinieri hanno seguito il corteo, presidiando gli obiettivi sensibili (la sede di An, ad esempio) che si è dispiegato lungo le contrà del centro. Tanti slogan, soprattutto contro Prodi e Hüllweck, ma nessuno scontro. Ha consapevolmente rischiato Alex Cioni, leader di Alternativa sociale, che si è mischiato in coda al corteo alle bandiere della Cgil, controllato dalla Digos.
 
Le forze dell’ordine hanno seguito la fiaccolata entrare in stazione. Hanno filmato tutta la scena per avere la possibilità di identificare tutti coloro che hanno occupato i binari, interrompendo di fatto un servizio pubblico come il traffico ferroviario. «È un’azione dimostrativa», hanno continuato a ripetere gli organizzatori. Fra il secondo e il terzo binario è stato teso lo striscione “Governo Prodi Governo di guerra”, uno slogan ripetuto fra il baccano delle pentole e i fischietti, inframmezzato agli insulti al presidente del Consiglio. I poliziotti hanno avvisato la procura, ma l’impressione è che l’ipotesi di reato per aver bloccato i treni sia destinata a cadere in quanto gli organizzatori hanno rispettato le indicazioni di sgomberare le rotaie. Ma è un aspetto che potrà essere chiarito solo nei prossimi giorni.
Il centro di Vicenza era, come tutte le sere, quasi deserto. A parte le vie in cui sfilava la fiaccolata, per il resto erano davvero in pochi a guardare le vetrine. Lungo il corso, passeggiano due amici che cercano il corteo. A mano a mano che si avvicinano sentono il baccano dei coperchi e i fischi, che si fanno infernali in piazza dei Signori, rivolti verso il Comune laddove una settimana fa c’erano stati dei tafferugli con tre contusi all’arrivo dell’ambasciatore Spogli. Ieri sera, invece, non ci sono stati problemi di ordine pubblico, come hanno ribadito i funzionari della questura costretti in questi giorni agli straordinari per seguire tutti i cortei e le manifestazioni.
 
E l’impressione è quella che i giorni a venire saranno ancora più caldi. Se è vero che finora i comitati hanno dimostrato di sfilare in modo del tutto pacifico, è altrettanto vero che il Sì di Prodi ha scatenato fra le altre le reazioni del leader dei centri sociali del Nord-est Luca Casarini. È probabile che già in queste ore l’area dei disobbedienti - che è ostile a questo governo, ma che aveva preso parte in maniera tranquilla e pacifica anche con i suoi gruppi più radicali alla manifestazione del 2 dicembre - si stia organizzando per mettere in atto qualche azione clamorosa di protesta. Gli unici rischi per l’ordine pubblico (con azioni dimostrative), eventualmente, possono arrivare da loro. Vicenza resterà ancora al centro del dibattito: su questo c’è da giurarci.

Almeno cinquemila persone in strada hanno contestato il via libera di Prodi
Rabbia davanti al Comune
«Al rogo le tessere elettorali»

Il popolo dei delusi: «Non crediamo più alle parole dei politici»
di Eugenio Marzotto

 
No alla base, no ai partiti. Il messaggio che arriva dai 5 mila che ieri sera hanno sfilato per il centro città è chiaro. E se dubbi c’erano, il rogo di tessere elettorali acceso davanti al Comune, spiegava che da ieri sera la gente di Vicenza ha chiuso con le promesse e gli slogan. Se ne sono resi conto subito gli esponenti della sinistra, antagonista e non, che non era serata per i politici locali.
Deluso e arrabbiato il popolo del no ce l’aveva con quanti in questi mesi hanno discusso, proposto e rilanciato una battaglia che alle 18,09 con le parole del premier Prodi è terminata con una sconfitta per quanti non volevano la Ederle 2.
«È invece adesso non crederemo più alle parole dei partiti», sussurravano giovani col kefià e signore col cagnolino al guinzaglio, insieme per protestare contro quel «non ci opporemo» firmato Romano Prodi.
E proprio davanti al luogo deputato alla politica, come palazzo Trissino, sede del consiglio comunale, ieri sera è andata in scena la protesta di chi alle parole non crede più. Un falò di tessere elettorali (finte) è stato acceso davanti al portone del Comune, un rogo che taglia di netto il rapporto tra elettori ed eletti.
La piccola e provocatoria dimostrazione è stata preparata ad arte da Germano Raniero e dai Disobbedienti. Così l’antipolitica ha messo la firma in una manifestazione a cui hanno aderito famiglie, nonni e nipoti, e tanti, tanti giovani. Quasi che le notizie dai tg nazionali, sms e le telefonate di amici e parenti avessero richiamato con un colossale passaparola tutti in piazza Castello, in quella che doveva essere l’ennesima fiaccolata contro il Dal Molin.
L’appuntamento per tutti è in piazza Castello, il corteo è pronto a partire, pochi minuti prima arriva il segretario dei Comunisti italiani Langella, con compagni e bandiere al seguito. Uno “spettacolo” poco gradito ai Disobbedienti che intimano subito di ammainare le bandiere, volano parole e proteste. Ma alla fine il messaggio arriva chiaro dal megafono no-global: «Il corteo non si muove con quelle bandiere».
 
Alla fine della querelle si parte e tutto procede lento e rumoroso, cinquemila persone camminano per piazza Castello, corso Palladio, piazza dei Signori, piazza delle poste e ancora porta Castello al grido di “vergogna, “vergogna”.
È il popolo dei delusi, di quanti ci avevano creduto, il popolo del centro sinistra, anche se c’è, nascosto tra la folla, un solitario Alex Cioni che cerca di non farsi notare troppo.
Chi si fa notare invece sono donne e ragazzi che “suonano” le pignatte, gridano slogan contro gli americani e il governo, fischiano e tengono strette in mano fiaccole e candele, luci fioche in un centro città buio.
La protesta è trasversale, come quella del 2 dicembre e abbraccia operai e pensionati, imprenditori e professionisti. Come Vincenzo Ioppolo, sessantenne, professione medico: «La questione della base non è solo un tema nazionale, le cose non possono passare sopra la testa dei cittadini in questo modo. C’è bisogno del referendum».
Lo chiedono tutti tra la folla, quasi fosse l’ultima ancora di salvataggio per evitare una sentenza già scritta.
«Lotteremo fino alla fine», attacca Antonella Kluber sposata fino a poco tempo fa con un militare della Ederle che adesso fa l’ufficiale in Corea. «Sono qui perché Vicenza si merita il referendum».
Il corteo si scioglie in piazza Castello, dopo più di un’ora a gridare, cantare e far rumore. L’obiettivo anche per stasera è farsi sentire e vedere, lo sanno bene gli organizzatori della manifestazione che dopo lo scioglimento del corteo si dirigono verso la stazione occupata da no-global e Disobbedienti, seguiti a vista dalle forze dell’ordine.
 
I binari diventano così l’ultima simbolica tappa di un corteo che non vuole andare a dormire. Entrano in 500, svegliano l’unico barbone che cercava riparo, fermano treni, cantano e gridano come fossero allo stadio. Staranno lì per un paio d’ore, per una dimostrazione di forza davanti all’Italia e davanti al governo, visto che sui binari 2, 3 e 4 sostavano tv, radio e giornali pronti a rendere conto anche a Prodi.
«Dobbiamo stare attenti ai colpi d’ala, qui si rischia un’altra Val di Susa», avverte un militante della sinistra radicale.

I radicali della prima ora ancora in testa al corteo che urla il suo “no”
«Non ci arrenderemo mai
E i partiti se ne vadano via»

Oscar Mancini: «Questo governo va contro la comunità locale»
di Marco Scorzato

Quelli della prima ora sono sempre lì in testa al corteo. «Non ci arrendiamo», ripetono a gran voce, mentre intorno è tutto una gracidare di pignatte. La novità, stavolta, è che vogliono solo bandiere della pace o dei sindacati al loro fianco. Nessun vessillo di partito, tantomeno quelli del centrosinistra che sostengono il governo Prodi. Stasera, quelli sono i «traditori». È il grido della piazza, cui non si sottraggono, seppur con toni diversi, i vari big presenti. A cominciare da Oscar Mancini, segretario provinciale della Cgil. Sotto la barba grigia il volto è serio, scuro. Questa è una manifestazione di protesta forte e determinata - attacca -, noi non ci arrendiamo, ma un governo di centrosinistra non può andare contro la comunità locale. Come ha ricordato D’Alema, il 70% dei vicentini è contrario al raddoppio della base». E poi la stoccata al premier: «Quando Prodi dice che “qualcuno ha parlato di referendum”, vorrei ricordare al capo del governo che quel qualcuno è il suo ministro della Difesa Parisi».
«Il “Sì” di Prodi - aggiunge - è una caduta verticale di credibilità da parte del governo che si era impegnato ad ascoltare la comunità locale. Ora il rischio da scongiurare è la radicalizzazione dello scontro». Ma davvero non se l’aspettava Mancini, che prima o poi il capo dell’esecutivo potesse pronunciarsi per il sì? «Lo temevo - ammette - anche se ho sempre creduto che questo governo volesse impostare la sua azione sulla discontinuità: in politica estera. finora, c’era stata. È un problema di sovranità, sarebbe curioso che a dettare la politica dell’Italia fosse ancora Berlusconi».
Delusione, amarezza, rabbia. Un crescendo che trova espressione nelle parole di Francesco Pavin, leader dei Disobbedienti. Anche lui in testa al corteo, prima, e al centro del gruppo di persone che occupano i binari della stazione ferroviaria, poi. «Adesso il governo ha gettato la maschera - sbotta - e per questo pagherà un prezzo altissimo. In che senso? Innalzeremo la nostra lotta, adotteremo il “modello Tav”. I politici e le bandiere qui in piazza? Da stasera non devono starci più, i partiti se ne devono andare. L’ho detto chiaro e tondo. Chi vuole stare qui deve uscire dai partiti: Ds, Comunisti Italiani, Rifondazione e tutti gli altri. Per questo abbiamo bruciato simbolicamente le tessere davanti al municipio».
Poco lontano da Pavin, marcia Germano Raniero, sindacalista degli Rdb Cub. Anche lui è uno della prima ora e questa volta adotta il sarcasmo per spiegare lo spirito con cui è sceso in piazza a manifestare il no al Dal Molin americanizzato: «Se il governo ha deciso per il sì - osserva - più che un governo di sinistra è un governo sinistro. Questi partiti, quelli che adesso ci prendono per i fondelli, pensano più alle poltrone e ai soldi che ai cittadini, molti dei quali anche qui a Vicenza li hanno eletti. Ma noi non molleremo. Lo abbiamo detto a Parisi: resisteremo un minuto in più». Chi si trova più in imbarazzo sono i rappresentanti locali dei partiti «traditori». Angiolino Barbieri, segretario del Prc della valle dell’Agno non risparmia i giudizi sull’affermazione di Prodi, anche se non può nascondere un certo imbarazzo, visto che quello è il capo di un governo sostenuto dalla stessa Rifondazione: «È stato pilatesco come al solito - afferma Barbieri -, ma noi non ci arrendiamo e continuiamo a chiedere che si faccia il referendum. La gente deve tenere duro, la battaglia non è finita.
Chi non ha dubbi ed è pronto a scelte drastiche invece è Daniele Pilastro, di Arcugnano, della segreteria provinciale dei Ds: «Stasera taglia corto - dopo le parole di Prodi, ho maturato la decisione di riconsegnare la tessera del mio partito ».
Ma tra i rappresentanti “istituzionali” non c’è soltanto la sinistra, in piazza. In un angolo, solo soletto appoggiato al muro di un palazzo in piazza Castello, si è appartato Alex Cioni, leader di Azione Sociale. «Sono qui a ribadire il mio no alla base - spiega -. Perché in un angolo? Perché non voglio dare modo a nessuno di darmi del provocatore. Anzi, vorrei ribadire che su questo fronte ci siano trovati a combattere sullo stesso fronte di una certa sinistra e di tante altre persone. A luglio avevamo invitato i comitati a non fidarsi di questo governo. I fatti ci danno ragione. A quanto pare la caserma ce la dobbiamo tenere»
«Il vero problema - chiosa Oscar Mancini - non è essere antiamericani, ma contro la politica dell’amministrazione Bush. Purtroppo, queste sciagurate decisioni alimenteranno il qualunquismo ed un sentimento di anti-politica che a Vicenza trovano terreno fertile».

«Stasera è l’inizio»
Bottene, “No” di Caldogno
«Non volevo crederci»

«Questa manifestazione è la dimostrazione di come la pensa Vicenza. E allo stesso tempo è un palcoscenico da cui urlare “vergogna” ad un governo che si comporta così». Cinzia Bottene, portavoce dei comitati del No di Caldogno, è scatenata. Trotterella avanti e indietro attraverso il corteo, chiamata da amici e cronisti. «È grave - aggiunge - che il governo, invece di farsi portavoce delle istanze dei cittadini, le ignori in questo modo. Quando mi hanno riferito quel che Prodi aveva detto, non volevo crederci, anche perché in Parlamento è stato proprio questo governo a sostenere che con gli americani c’era solo un accordo di massima e che nulla era deciso».
La Bottene, pur amareggiata, guarda avanti: «Stasera non è la fine, ma qui inizia qualcosa e il governo se ne renderà conto»

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