RASSEGNA STAMPA

il Giornale di Vicenza sul Dal Molin..

Articoli del 26 gennaio 2007

Vicenza - Venerdì 26 gennaio 2007

TROPPI SEGRETI

Operazione verità
«Ma indietro non si torna»
Il caso Dal Molin.
La commissione Difesa divisa sul progetto americano

«Troppi segreti, serve un’operazione verità». Al termine della prima parte della sua missione vicentina, è questo l’impegno assunto dal presidente della commissione Difesa del Senato, Sergio De Gregorio, che ieri ha condotto una visita all’aeroporto Dal Molin con i senatori Lidia Menapace (Prc), Giulio Marini (FI), Luigi Ramponi (An) e Carlo Perrin (Autonomie). La commissione si è detta, nei suoi quattro quinti, favorevole all’arrivo del nuovo contingente, sottolineando i vantaggi economici che ne potranno venire.
L’unica voce decisamente contraria è stata quella della Menapace, che incontrando i comitati del no ha invocato un passaggio in Parlamento e l’ascolto dei cittadini attraverso il referendum. Contemporaneamente, in municipio si riuniva il comitato dei saggi che deve decidere sull’ammissibilità del quesito sul Dal Molin, al quale è stata chiesta una modifica aprendo uno spiraglio. Durante la visita si sono tenute due manifestazioni pacifiche contro la nuova caserma: la prima al Dal Molin e la seconda sotto palazzo Trissino.

Ispezione al Dal Molin

«Serve un’operazione verità»
di G. M. Mancassola

 
«Troppi segreti, serve un’operazione verità». È questo l’impegno che si è assunto Sergio De Gregorio, presidente della commissione Difesa del Senato al termine della prima parte della missione vicentina per esplorare il caso Dal Molin. Con De Gregorio, leader del movimento Italiani nel mondo, a Vicenza si sono presentati i senatori Lidia Menapace di Rifondazione comunista, Giulio Marini di Forza Italia, Luigi Ramponi di Alleanza nazionale e Carlo Perrin delle Autonomie.
La prima tappa del tour berico è stato il settore militare dell’aeroporto Dal Molin, che i cinque “ispettori” hanno visitato nel pomeriggio, accolti al loro arrivo da una rumorosa manifestazione dei comitati che si battono contro l’ampliamento della Ederle. Qui la commissione si è subito divisa, evidenziando le sue due anime e le divisioni nell’orientamento: i quattro quinti maschili e favorevoli al nuovo insediamento, hanno preso contatti con i vertici dell’aeronautica militare italiana per conoscere i dettagli progettuali e l’area su cui si insedierà la nuova caserma; la vicepresidente Menapace, invece, ha subito abbracciato i manifestanti, facendosi accompagnare sotto il tendone del presidio allestito nei campi di Lobia in fondo a strada S. Antonino.
Nell’arco di tutta la missione, De Gregorio ha ripetuto le parole di fuoco che avevano incendiato la vigilia, ribadendo che ci sono accordi top-secret assunti dal governo Berlusconi, dei quali il premier Romano Prodi è a conoscenza sin dal suo primo giorno a palazzo Chigi. «Siamo di fronte a una città spaccata - afferma il presidente -. Le tensioni legate alla nuova base sono nate sostanzialmente da una mancata informazione da parte del governo. Prodi era a conoscenza, al momento del suo insediamento, dell’atto assunto dal precedente esecutivo. Ora come commissione ci impegneremo in un’operazione verità». L’obiettivo è restituire serenità ai vicentini, ai quali «è stato negato di sapere che c’era un accordo sottoscritto e che il Paese non poteva rimangiarselo». «Il governo - prosegue De Gregorio - avrebbe dovuto informare la città sull’accordo con il suo principale alleato. Il presidente Scajola promuova ora una audizione presso il Copaco, il comitato parlamentare di controllo per i servizi di sicurezza, convocando il direttore dei servizi militari per chiedergli se c’è stata una presa d’atto degli accordi internazionali con gli Usa e se qualcuno ha mentito ai cittadini. Non si può fare un’operazione di occultamento della verità sostenendo che l’accordo l’ha firmato Berlusconi. In politica estera gli accordi firmati da un governo valgono anche per quello successivo».
Non la pensa così il generale Ramponi, che rileva come a suo dire il Copaco non abbia competenze per questa materia e che non ci sono particolari segretezze nella vicenda Dal Molin: «Mi sembra - sostiene - tutto molto lineare: c’è stata una richiesta avanzata dagli americani, c’è stato un assenso di massima da parte del governo precedente, c’è stato il via libera di questo governo».
«Se affermo che ci sono accordi top-secret è perché ho le mie fonti», è la replica del presidente, che da due giorni punta il dito contro palazzo Chigi, soffiando sulla fiamma di una coalizione che continua a scricchiolare sul caso Dal Molin.
La Menapace si dice convinta che «la vicenda non è stata gestita bene e che si sarebbe potuto ottenere un risultato più felice con un supplemento di informazione. Bisogna ridurre il segreto il più possibile. Personalmente sostengo le ragioni del no e credo che ci siano ancora margini di trattativa e di resistenza. Non farò le barricate, perché alla mia età non me lo posso più permettere, ma sarò tenace fino in fondo». De Gregorio ritiene che non ci siano più spazi per una retromarcia governativa: «La nuova base si farà. Vicenza deve ora impegnarsi a ottenere ricadute infrastrutturali ed economiche. Gli americani interpreterebbero il cambiamento e il ritiro della decisione presa come un atto ostile. Ci sono Regioni del sud che sarebbero felici di ospitare una base del genere, che ha enormi ricadute occupazionali».
Lo conferma anche il forzista Marini, che riferisce delle palpitazioni viterbesi: «La mia città ha la metà degli abitanti di Vicenza e ospita da tempo senza alcun problema di convivenza 3 mila soldati professionisti. Se la caserma Vicenza non la vuole, mi hanno già chiesto di battermi per farla fare a Viterbo».

L’incontro con i comitati. Ramponi (An) non vede danni per la città, mentre Menapace punta a salvarne la storia
Commissione divisa fra ragioni del sì e del no
Il presidente: «Cavalcare un referendum sarebbe un’ulteriore truffa ai vicentini»

 
Appena scesi dalla monovolume che li ha portati dal Marco Polo di Venezia al Dal Molin di Vicenza, nei gesti prima che nelle parole gli opposti mostrano di non attrarsi per niente. Il senatore Luigi Ramponi, di Alleanza nazionale, corre ai microfoni e sfida tutti a convincerlo che «la caserma è un danno per la città».
Lidia Menapace, di Rifondazione comunista, la senatrice che al suo esordio in primavera aveva osato toccare le Frecce tricolori, svicola subito e si dirige verso i comitati del No, impugnando un megafono per dire che lei non ci sta e che resisterà, come ha sempre fatto per tutta la vita.
«Trovo abbastanza normale la contestazione - afferma Ramponi, che Vicenza e il suo assessore Claudio Cicero già conosce per la Tav e il comitato Transpadana - ma non bisogna polemizzare con i manifestanti. la strada che dobbiamo seguire è quella di dire loro la verità. Se l’apertura della base si dimostrasse autenticamente un danno per la città, io per primo non mi sentirei di sacrificare la città in nome di accordi internazionali, ma mi pare non ci sia nulla di grave. Sembra che l’unico disturbo finora siano state le manifestazioni di dissenso.
La Menapace punta invece a «salvaguardare Vicenza e la sua storia. Sono convinta che da un aeroporto da cui possono partire aerei per bombardare in Iraq si metta a rischio la città».
In prefettura la delegazione ha avuto modo di confrontarsi con le due metà di Vicenza: da un lato i comitati del no, dall’altro il comitato del sì e i lavoratori della Ederle.
«Abbiamo ascoltato gli uni e gli altri - conferma il presidente De Gregorio - perché siamo venuti a renderci conto di quanto inciderà la base americana a Vicenza. Dall’allargamento non si può tornare indietro. Chi propone referendum o azioni che incidono sulla suggestione di massa è colpevole. Cavalcare un referendum sarebbe un’ulteriore truffa». Giovedì prossimo - ricorda il senatore vicentino Pierantonio Zanettin di Forza Italia, che ha accompagnato nel suo tour la delegazione - il Senato affronterà il dibattito sulle decine di interrogazioni presentate in questi mesi sul caso Dal Molin: «Ce ne sono un centinaio - riassume De Gregorio - il governo deve riferire in aula». All’uscita dai colloqui, Roberto Cattaneo, portavoce del comitato per il sì, afferma: «Il sì del governo per noi è un punto di partenza per risolvere i problemi del progetto. Per noi l’operazione è un bene. Quotidianamente alla Ederle lavorano 744 lavoratori diretti e 2 mila indiretti, dipendenti di aziende vicentine. Ogni giorno 6-7 persone bussano all’ufficio personale della caserma per chiedere lavoro: questi sono numeri che hanno un grande significato».
 
Opposta la visione di Oscar Mancini, segretario provinciale della Cgil, da sempre schierato con i comitati del no: «Se fosse vero quanto sostenuto da De Gregorio sui segreti di Stato, vuol dire che ci sono cose inconfessabili. Questo fa sì che siamo ancora più preoccupati. Ci sono fatti che i cittadini devono sapere, non si vede la ragione per nascondere alcuni aspetti. Così come non vi sono ragioni per ampliare le basi americane, che rappresentano forme di extraterritorialità. Già oggi gli insediamenti militari americani hanno una superficie vicina a quella del centro storico di Vicenza. Non è accettabile un ulteriore incremento».

Pdci e Verdi adesso vogliono spiegazioni
«Atto molto grave se ci fosse davvero l’accordo top-secret»

Un fatto grave, qualcosa per cui vale la pena di andare fino in fondo. Comunisti italiani e Verdi hanno preso molto sul serio le parole del presidente della Commissione Difesa.
Non ha certo aiutato a fare chiarezza la dichiarazione di Sergio De Gregorio dell’altro giorno, riportata dal nostro giornale: «Prodi sapeva dell’accordo top-secret Berlusconi-Bush». E puntuali sono giunte le repliche, come quella di Luana Zanella deputata dei Verdi, che insieme ai compagni di partito Gianfranco Bettin e Paolo De Marchi ed Erasmo Venosi attacca: «Se confermato sarebbe un fatto grave, da tempo chiediamo la verità al governo rispetto alla nuova base Dal Molin. Grave l’imposizione dell’esecutivo ad un territorio ed una comunità locale fortemente contraria». E aggiungono: «A Vicenza arrivino esponenti del governo per incontrare i cittadini. I Verdi hanno sostenuto l’Unione per segnare una discontinuità nei programmi e nel metodo rispetto al precedente governo, colpevole, in questa vicenda, di aver taciuto su ciò che stava accadendo. A questo punto è doveroso che il governo per dovere di responsabilità sia presente all’assemblea organizzata dai parlamentari di lunedì prossimo».
E Severino Galante, componente della commissione Difesa per il Pdci alla Camera, in serata aggiungeva: «Se fosse vero quanto dichiarato dal presidente della commissione Difesa del Senato, ci sarebbe una grave contraddittorietà tra le versioni pubblicamente esposte dal ministro della Difesa rispetto quelle dal Presidente del Consiglio stesso». «Ne va davvero della dignità e della sovranità del nostro Paese che, sempre se corrispondessero al vero queste notizie, risulterebbero danneggiate ed umiliate enormemente».
Galante poi aggiunge: «Alla luce di quanto riportato da De Gregorio risulta ancor più urgente una risposta chiara e definitiva da parte del governo».
Nel pomeriggio era stato il ministro Arturo Parisi a smentire tutto: «La posizione e la linea del governo sono quelle già esposte ripetutamente nelle aule parlamentari. Nessun impegno è stato preso con le forze della maggioranza sull’ampliamento della base Usa. Devo reiterare la smentita resa pubblica lo scorso 12 novembre quando in occasione del congresso dei Verdi dovetti spiegare che non c’era stato nessun impegno».
Ci pensa il premio Nobel Dario Fo, a trovare la parola chiave in una giornata convulsa, dove le prese di posizione si rincorrevano come “guardie e ladri”. «A Prodi serve coraggio - ha detto Fo - farò uno spettacolo per dire come stanno le cose, per incitarlo ad avere coraggio nella politica estera e interna, se va avanti così dovrò chiedermi per chi ho votato».
La base di Vicenza è «una servitù morale oltre che militare - insiste Dario Fo -. È una cosa incredibile. Già il termine che è rimasto, servitù militare, è tutto un programma. Ci dice che siamo servi, che le nostre libertà sono terminate, che il controllo del territorio è nelle loro mani. Purtroppo con gli Stati Uniti siamo sempre sotto schiaffo».
«La cosa vergognosa di Prodi è che ha sostenuto che la decisione su Vicenza non era una questione politica ma un problema esclusivamente urbanistico. Come se si discutesse solo di spazi vivibili!».

Gli “ispettori” sono atterrati a Venezia e sono arrivati al Dal Molin in monovolume scortati
Oggi tocca alla Chinotto e alla Ederle
La missione si concluderà con una visita al comando della Setaf

Si concluderà nel primo pomeriggio di oggi la missione ufficiale della commissione Difesa del Senato. Arrivati ieri al Marco Polo di Venezia, hanno raggiunto poco dopo le 16 il Dal Molin a bordo di una monovolume superscortati. I cinque ispettori hanno poi fatto tappa in prefettura, dove hanno incontrato i comitati per il Sì e per il No al progetto americano, concludendo la prima giornata dopo le 20 a palazzo Trissino, dove hanno avuto un colloquio con il sindaco Enrico Hüllweck. Per tutta la durata della visita sono stati accompagnati dal senatore vicentino Pierantonio Zanettin, di Forza Italia. In serata alcuni componenti della delegazione hanno fatto i turisti in una Vicenza by night. Questa mattina riprenderanno il loro tour alla caserma Chinotto, dove è di stanza la Gendarmeria europea, per poi passare alla caserma Ederle, dove il colonnello Salvatore Bordonaro li accompagnerà in una visita al comando Setaf. A quel punto faranno rientro a Roma.

La visita al presidio

«Vicentini, non mollate»
A Roma c’è anche il No

Lidia Menapace ospite del tendone di ponte del Marchese
di Gian Maria Maselli

 
«Margini per far cambiare idea al Governo? Pochi. Ma li sfrutteremo sino in fondo. La nuova base Usa a Vicenza non si farà. Voi dei comitati vicentini mandateci tutte le informazioni e i documenti che avete. Li useremo come pezze d’appoggio nelle commissioni governative e in Parlamento».
Lidia Menapace, nata a Novara nel 1924, membro della commissione Difesa del Senato, un passato da partigiana e un presente da senatrice di Rifondazione, parla davanti al pubblico che gremisce il tendone del presidio di Ponte Marchese. È appena stata a visitare il Dal Molin, accolta amichevolmente da un centinaio di manifestanti del comitato del no, che molti meno sorrisi hanno riservato, sotto l’occhio delle forze dell’ordine, agli altri quattro componenti della delegazione della Commissione. Menapace sa di giocare in casa, soprattutto quando arriva al presidio di Ponte del Marchese, dove la attendono circa trecento persone.
Fuori pioviggina. Dentro piovono domande da parte dei cittadini.
Nell’aria si respira qualche diffidenza da parte dei vicentini, che però all’inizio applaudono convintamente il preambolo della 82enne leader pacifista: «Il mio motto, sin dal 1943 quando sono entrata nella resistenza, è “resistere”. E sulla questione Dal Molin noi 120 parlamentari di cinque partiti resisteremo perché la decisione sull’allargamento della Ederle è stata presa in modo anti-democratico, senza passaggi in Parlamento o in Consiglio dei ministri. Cercheremo di far recedere il Governo senza farlo cadere. Quanto alla questione della riduzione del danno dell’impatto della nuova base, dico che la riduzione del danno si fa riducendo il numero di basi militari, in particolare straniere, presenti su suolo italiano».
Poi arrivano le domande del pubblico.
E qui più di qualche scricchiolio si avverte, tra la senatrice che ha scelto di venire in mezzo alla gente e la gente stessa, che si sente tradita da Roma. Ecco la carrellata di sfoghi e domande che ha messo severamente alla prova la tempra della senatrice di Rifondazione. Accolta da amica tra amici. Che hanno però parecchi colpi in canna contro i rappresentanti del Governo.
È vero che l’Italia paga circa 366 milioni di euro l’anno per mantenere le basi Usa? «Sì è vero che paghiamo. Di preciso non so quanto, ma paghiamo. Fa parte degli accordi bilaterali» conferma Menapace.
Quando arriveranno le ruspe noi saremo qui e voi 120 parlamentari del “No” a Roma. Come dobbiamo reagire? «Prendete tempo, e mandateci tutta la documentazione che avete sulle servitù militari a Vicenza. Le impugneremo tutte contro la decisione di Prodi».
Ma Prodi si è comportato come un despota, ha deciso da solo. «Anche il premier deve ormai capire che l’Italia è passata dalla sudditanza degli anni ’50 alla attuale cittadinanza. Dove i cittadini vogliono avere diritto di parola, venire consultati».
Visto che si fanno tante campagne contro l’inquinamento, voi del Governo sapete dirci quali additivi cancerogeni contiene il cherosene che emetteranno gli aerei militari che passeranno sopra le nostre teste? «No, mi spiace. Al momento io stessa non lo so di preciso. Ma di certo quegli scarichi non fanno bene...».
Tra i parlamentari di sinistra si moltiplicano dure prese di posizione. Ma cosa farete in concreto per aiutarci? Quante speranze abbiamo di riuscire a fermare la base? «Ci sono casi in cui si era giunti fino agli espropri fondiari. E poi tutto si è arenato. Può accadere anche a Vicenza».
 
Il tempo sta per scadere, Lidia Menapace deve raggiungere i colleghi commissari in Prefettura e poi in Comune. Ma mentre si infila nell’auto di Cinzia Bottene e Patrizia Balbo (le due leader in rosa del presidio permanente), la senatrice riesce a lanciare ancora due messaggi ai vicentini del no: «Stiamo lavorando per ridurre il segreto di Stato in Italia. Chiederemo in tempi rapidi una conferenza sulle servitù militari nel nostro Paese. E’ con questi strumenti democratici e non-violenti che si ottengono, con pazienza, i grandi cambiamenti. Voi intanto resistete. Prendete tempo». Ma quale tempo, commenta Cinzia Bottene. Qua stanno già piantando i cavi telefonici davanti all’aeroporto...

Urla, fischi e pentole davanti ai due Palazzi
Duecento manifestanti hanno tallonato la delegazione tra prefettura e municipio, ma senza creare incidenti

 
Erano circa duecento i manifestanti che ieri hanno fatto la spola tra Prefettura e Municipio tallonando il quintetto della delegazione della Commissione difesa. A fare da sottofondo ai colloqui che avvenivano nelle blindate stanze (polizia e carabinieri avevano schierato un sufficientemente nutrito cordone protettivo) c’è stato il consueto concerto di trombette, fischietti e pentolame. E in prefettura il sen. Ramponi ha stuzzicato il segretario Cgil Oscar Mancini chiedendogli come mai non riuscisse a tenere a bada il gruppo di donne più agitate.
Non si sono registrati momenti di tensione, ma un vivace pigia-pigia si è verificato alle 20 davanti al Municipio, quando il trenino di cinque macchine di scorta alla delegazione, proveniente dalla Prefettura, si è arenato in un cul de sac (evitabile, se le auto fossero giunte una alla volta) che ha dato agio ai manifestanti di gridare in faccia ai “commissari” tutta la propria delusione. La delegazione ha dovuto subire una raffica di grida di “vergogna” e “buffoni”.
Inconveniente minimizzato però all’uscita, dove le auto con a bordo i visitatori romani sono uscite una alla volta, per poi sgommare via senza particolari problemi.

Dal presidio timori legati alla base di Longare, la senatrice Menapace s’interesserà del caso
«Nel sito Pluto scavano nuovi tunnel»
Un’azienda veneta starebbe costruendo bunker per armamenti

La base di Longare è ancora operativa? Il “Site Pluto” rivive? O forse non è mai morto?
Sono interrogativi che il popolo del “no” si pone da tempo, ma c’è dell’altro. Informazioni dettagliate che arrivano al presidio, anche se tutte da confermare. Come quella di un’azienda veneta che da mesi sta lavorando all’interno della base di Longare. Le pareti dei bunker sotterranei vengono rinforzate, vengono aggiunti altri bunker e si scavano tunnel sotto terra per lo spostamento di armamenti.
Della questione è stata informata ieri pomeriggio anche la senatrice di Rifondazione Lidia Menapace che ha fatto suoi i dubbi dei comitati vicentini per il no alla Ederle 2.
E Valentina Gardellin, una delle tante donne che in questi giorni partecipa al presidio anti Dal Molin e che da tempo è impegnata contro la costruzione della Ederle 2 si chiede: «Dovremmo accettare tutto questo per avere in cambio un’università americana?». «Ma cosa ne facciamo qui di una università americana, se a Padova vi è una delle più antiche università al mondo, se siamo circondati da università di prestigio internazionale. Dunque dal comitato per il no al Dal Molin nuovi timori, che accendono i riflettori su un sito di cui si erano perse notizie. Quel Site Pluto, emblema di tante battaglie, le stesse, per tante analogie, ritornate con la questione Dal Molin.
«Su questa città ci vuole un’indagine internazionale - continua la Gardellin a nome del comitato -. La più grande base americana in Europa non può rimanere solamente questione italiana, il problema dei cittadini vicentini va condiviso con l’intera Europa».
E per il movimento pacifista arriva una vittoria quasi storica, questa volta da Aviano. È fissata infatti per il 23 marzo, al Tribunale di Pordenone, l’udienza con cui prenderà avvio la causa contro il governo Usa per lo smantellamento delle atomiche dalla base Usaf di Aviano. Lo rendono noto i pacifisti del Comitato «Via le bombe». Nei giorni scorsi è stato notificato al Segretario di Stato statunitense l’atto con cui, nel dicembre 2005, cinque pacifisti pordenonesi citarono in giudizio il governo Bush, ed è così scongiurato il rischio di un nuovo rinvio del processo, come era già successo lo scorso 7 luglio, nel corso della prima udienza».

L’OPINIONE

«La nuova base militare?
È un danno all’ambiente che non si può monetizzare»

di Paolo Cento*

La questione della costruzione di una nuova base militare statunitense a Vicenza, che non è un semplice ampliamento, come spesso erroneamente riportato, vede i Verdi, a livello locale e nazionale, fermamente contrari. Abbiamo spesso sentito dire che le motivazioni del No al Dal Molin sono frutto di un astratto e ideologico antiamericanismo, quando invece le motivazioni sono ben altre. Innanzitutto, per una forza politica ambientalista come la nostra, l’aspetto dell’impatto sul territorio di questa nuova struttura militare è importante. Voglio qui riprendere un passaggio del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, elaborato dalla stessa provincia di Vicenza, quando afferma che «l’assetto localistico, che relegava il ruolo programmatorio della Provincia in secondo piano, non ha potuto contrastare… l’erosione dei livelli minimi di sostenibilità ambientale dello sviluppo a causa del consumo di risorse non rinnovabili: suolo, acqua, aria, paesaggio».
Innumerevoli in questo senso sono gli studi effettuati da illustri esperti e docenti, (Turri, Vallerani, Marson, per citarne alcuni) che denunciano i danni prodotti da politiche dissennate, da una incapacità di gestione sistemica delle risorse, sacrificate in nome di uno sviluppo onnivoro, che a nordest, forse più che altrove, ha prodotto ferite difficilmente rimarginabili. Il benessere di un territorio e di chi vi abita può essere misurato solamente con (passatemela, anche se sono romano) gli “schei”? Tutto può essere fatto con una concezione, a mio parere profondamente errata, di “monetizzazione del danno”? Le analisi effettuate in tutto questo periodo dai cittadini di Vicenza sull’impatto del progetto al Dal Molin sono sinceramente preoccupanti, e non possono essere quindi relegate ad una critica ideologica.
Altra questione, altrettanto importante, è la funzione stessa di questa struttura. Sarebbe sciocco nascondersi che la ricollocazione e ridefinizione della 173ª Aereobrigata è funzionale ad una strategia politico militare perseguita dall’attuale governo statunitense, inquadrata in quella strategia di "War on terror" che comincia a segnare le prime vistose crepe sia a livello di opinione pubblica che di consenso politico negli stessi Stati Uniti. Per noi si tratta di rivendicare una dignità ed una sovranità nazionale, che non mette in discussione il rapporto di amicizia con l’alleato statunitense, ma ne rimarca invece, a differenza del precedente governo Berlusconi, la non subalternità. Per i Verdi, che hanno scelto di inserire l’Arcobaleno della pace all’interno del proprio simbolo, è naturale ritrovarsi al fianco di quei tantissimi cittadini, di Vicenza e non solo, che rivendicano una discontinuità netta del governo di centrosinistra rispetto alle politiche del governo Berlusconi. Questo è stato un contributo che abbiamo voluto fortemente mettere all’interno del programma di governo dell’Unione, e vogliamo ancora una volta ricordarlo a tutti i nostri alleati.
Non è possibile liquidare con sufficienza la protesta stessa dei partiti locali del centrosinistra nei confronti del governo, di cui anch’io faccio parte, e non solo nella loro componente ecopacifista, ma anche moderata. Ho letto con interesse e amarezza la lettera pubblicata dalle pagine del vostro giornale del Vicepresidente del consiglio regionale del Veneto, oltre che ex sindaco di Vicenza, Achille Variati, che non ho il piacere di conoscere ma che mi descrivono come persona estremamente pacata. I toni di quella lettera, scritta all’indomani della decisione annunciata da Romano Prodi, la dice lunga sullo stato d’animo di chi, in quei territori, vedeva nell’attuale governo un interlocutore in grado di affrontare la delicata vicenda attraverso un coinvolgimento dell’intera comunità, recependone le istanze e i suggerimenti.
Ancor più ci sentiamo responsabili verso i cittadini, che rivendicano un doveroso protagonismo, una partecipazione attiva nei processi decisionali, soprattutto alla luce del comportamento dell’amministrazione locale di centrodestra, che ha colpevolmente taciuto per anni all’intera comunità vicentina quanto si stava progettando. Ancor oggi, dalle pagine di quotidiani locali, esponenti della maggioranza che governa il comune di Vicenza affermano di non conoscere il progetto che loro stessi hanno perorato con il voto del consiglio comunale del 26 ottobre scorso.
Per quel che ci riguarda ribadiamo la nostra netta contrarietà alla costruzione di una nuova base militare al Dal Molin, e continueremo a fare ogni sforzo affinchè il governo innanzitutto accolga la richiesta della comunità locale di essere ascoltata, rivedendo la decisione presa. Questo è un impegno verso i vicentini e anche verso i nostri rappresentanti locali che, a partire dall’autosospensione di esponenti come Olol Jackson, al quale ribadisco la mia piena solidarietà, ci richiamano al rispetto del patto stretto con gli elettori. Il rischio è, se così non fosse, che la politica nel suo insieme smetterebbe di essere credibile ed aprirebbe, anche per noi, una discussione sulle scelte da fare per continuare a sostenere questo governo.
* Ufficio nazionale di presidenza dei Verdi
* Sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze

Dal Molin, La Discussione

Referendum, uno spiraglio
«Votare sul tipo di progetto»
La Commissione dei Saggi: sulla zona militare non si può decidere

 
È di nuovo al lavoro il Comitato dei Saggi che devedecideresela richiestadi referendum sul progetto-Dal Molin è ammissibile o no. Decisioni non ce ne sono, ma dopo un lungo black-out la questione è di nuovo aperta. Ed è stato individuato un percorso giuridico che potrebbe dare soddisfazione ai referendari: i “saggi” stanno discutendo sulla possibilità di un quesito che concentri l’attenzione dei vicentini non sul dove ma sul come dell’installazione militare Usa.
Ieri sera a palazzo Trissino i componenti del Comitato si sono ritrovati a discutere, a più di un mese di distanza dall’ultima riunione arenatasi sul “caso Ferretto”. Si trattava della contestata e contro-contestata liceità della presenza di un professionista che ha avuto incarichi fiduciari dalla giunta-Hüllweck proprio nell’organismo che deve dare il parere formale decisivo. E quindi dire un sì o un no a una posizione favorevole espressamente sostenuta dall’Amministrazione.
Il presidente dei “saggi” Silvano Ciscato aveva chiesto al sindaco di pronunciarsi sulla questione, sollevata da alcuni membri dei comitati anti-base e ritortasi contro di loro, almeno sotto l’aspetto cronologico. Mancava poco a Natale e da allora il dossier-ammissibilità è rimasto fermo, nonostante il gran parlare di referendum a Vicenza e a Roma.
Sull’avvocato Antonio Ferretto - legale per conto dell’Amministrazione fino al 2003 e con altri incarichi successivi legati a vicende comunali - il sindaco ha dettato un sostanziale “sì, per me potete continuare, fate voi” che ha fatto superare il problema della compatibilità. Di conseguenza: lavori ripresi e sostanza del referendum di nuovo affrontata.
 
La discussione tra gli esperti del Comune che devono stoppare o dare il via libera alla consultazione potrebbe essere diventata nel frattempo più un punto d’orgoglio e una questione polemica da tenere viva, che uno strumento realmente capace di incidere. Ma la procedura va avanti: «Il governo ha dichiarato attraverso Prodi un “non ci opporremo” che non è ancora un atto formale di approvazione della base. Il ministro Parisi non ha firmato ancora niente. Noi intanto andiamo avanti, poi si vedrà» ha spiegato Gianni Cristofari, consulente legale degli anti-base.
Per una prossima riunione - martedì prossimo - il tema è già assegnato: come rettificare il testo referendario escludendo riferimenti al sito-Dal Molin, su cui la città non può intervenire trattandosi di un’area demaniale e di scelte politico-militari nazionali, e concentrando la terminologia sul contenuto progettuale relativo alla base pianificata dai militari Usa.
 
Limando e riscrivendo, un testo referendario ammissibile potrebbe essere alla fine composto e mandato al voto finale del Comitato degli esperti. Requisito collaterale indispensabile: la disponibilità di dati progettuali certi, precisi e definitivi - sottoponibili al parere dei cittadini-elettori - riguardanti non tanto la base in se stessa (ubicata in zona militare, concedibile con decisione ministeriale, sottratta alla competenza comunale) quanto piuttosto il monte-opere (con relative decisioni urbanistiche del Comune) che servirebbero per far aprire e lasciar vivere il Dal Molin come super-caserma.

Dietro alla questione Vicenza in gioco all’interno della maggioranza di governo gli accordi su Pacs, pensioni e Afghanistan
Divisi sugli Usa ma niente rotture
La sinistra radicale: «Resistere fino al corteo del 17 febbraio»
di Eugenio Marzotto

Non basterà l’assedio dei pacifisti e della terna radicale (Prc, Comunisti italiani e Verdi) e nemmeno il folto gruppo dei parlamentari contrari alla base, per far cadere il governo Prodi.
Arriva all’ora di colazione la conferma che la questione Dal Molin nelle stanze romane fa parte di uno scacchiere più ampio. Una rete di do ut des dove ci sta la questione Afghanistan ma anche Pacs e revisione della Bossi-Fini, senza contare pensioni e liberalizzazioni.
Il segretario di Rifondazione Comunista, Franco Giordano, alla trasmissione mattiniera di La 7, Omnibus, ieri dichiarava: «Sulla Ederle 2, se ci fosse un voto in parlamento io voterò no. Tuttavia uscire dal governo sarebbe un danno. Noi ci batteremo contro il provvedimento di Prodi per marcare le contraddizioni, ma dentro il governo».
E così, tra i partiti della sinistra radicale, si fa largo uno schema tattico preciso: «Resistere, resistere, resistere, ma fino al 17 febbraio», giorno in cui ci sarà la manifestazione nazionale anti-Dal Molin. Dunque restano due le partite da giocare sulla direttrice Roma-Vicenza; una dentro la maggioranza parlamentare (riformisti-radicali) e l’altra dentro la città (parlamentari-comitati), tutti consapevoli che il vuoto di consenso va recuperato.
Le dichiarazioni di ieri non hanno fatto altro che confermarlo. Come quella dei 49 senatori aderenti al comitato dei parlamentari per il no, che hanno fatto sapere di «voler costruire una piattaforma unitaria in vista della manifestazione del 17 febbraio, convocando parlamentari e istituzioni».
E tra i 49 senatori che hanno aderito al Coordinamento per il no all’allargamento della base statunitense di Vicenza c’è anche il presidente della commissione Lavoro di Palazzo Madama, Tiziano Treu, vicentino di nascita. La prima assemblea è convocata per lunedì prossimo alle 17 ai chiostri di Santa Corona.
In quell’occasione non ci sarà Mauro Fabris capogruppo alla Camera dell’Udeur che ribadisce: «Va chiesto, prima ancora che al governo, al Comune di Vicenza di aprire un tavolo di confronto per lo spostamento della base nell’area militare. Il comitato del no - continua Fabris - deve capire che senza una richiesta forte ed istituzionale dell’amministrazione, il governo non ha elementi per riaprire la questione Dal Molin con gli Usa».
Una presa di posizione netta intanto, è arrivata dalla Margherita provinciale che ha confermato l’autosospensione di tutto il direttivo. Decisione presa dopo un duro intervento del segretario Giuseppe Doppio che ha chiesto l’arrivo a Vicenza di un rappresentante nazionale, possibilmente Rutelli.
Circondati da notizie «agghiaccianti», come le ha definite Rifondazione, pacifisti e terna radicale, ieri hanno mostrato ancora una volta i muscoli. Sul tavolo di Prodi infatti, archiviata la faccenda Dal Molin, rimangono Afghanistan e da qualche giorno l’ampliamento di Sigonella. Tanto basta per far dire a Pino Sgobio deputato del Pdci, che in questo modo «si getta un’ombra inquietante sul programma elettorale dell’Unione» e Pecoraro Scanio rincara la dose: «Impediremo la realizzazione della seconda base Usa, impugnando dove possibile, tutti gli atti per la costruzione».
E se Pietrangelo Pettenò, capogruppo di Rifondazione in Regione, chiede al Consiglio del Veneto di approvare un documento a sostegno di un referendum, la senatrice di Rc Lidia Menapace, ieri a Vicenza ha rilanciato l’importanza della manifestazione del 17 febbraio: «Dobbiamo salvaguardare Vicenza e la sua storia. Sono convinta che un aeroporto da cui possono partire aerei per bombardare l’ Iraq metta a rischio la città».
È invece il senatore dei Verdi Mauro Bulgarelli a prendere spunto da quanto è accaduto al presidente Usa in commissione esteri del Senato per attaccare la decisione del governo italiano sulla base di Vicenza. «Il centrosinistra italiano dovrebbe prendere esempio dai democratici americani che bocciando l’invio di nuove truppe in Iraq hanno dimostrato che dire ’no a Bush è legittimo e possibile».
Nel pomeriggio di ieri i riformisti dell’Unione tornavano invece a marcare le differenze. Prima con il ministro Giuliano Amato: «C’era un impegno del governo precedente già acquisito, ora resta un problema locale. Le reazioni dei cittadini saranno più o meno positive a seconda di come verrà realizzato l’insediamento. Va prima smaltita la discussione locale e poi affrontato l’impatto nell’assetto urbanistico».
Chiara anche la posizione del segretario Ds Piero Fassino che mette la parola fine alla questione: «Gli impegni di politica estera si onorano anche se assunti da governi precedenti. L’ampliamento della base non è stata decisa da questo governo, è un impegno assunto da Berlusconi. Per di più - aggiunge il segretario Ds - il Comune di Vicenza ha dato le autorizzazioni per l’allargamento della base sul piano urbanistico. Il governo Prodi dunque ha dovuto prendere atto di decisioni già assunte». E in serata arriva invece altre polemiche, questa volta dall’impronta sindacale: «Per i lavoratori civili che operano all’interno delle basi militari, per una regola che risale agli anni della Guerra Fredda, l’ adesione alla Cgil è vietata». Lo denuncia la Filcams (Federazione Italiana Lavoratori Commercio, Turismo e Servizi) nazionale, in un comunicato diffuso in serata dalla Cgil di Vicenza. «Alla Ederle ci sono dipendenti iscritti alla Cgil, ma dentro sono rappresentate solo Cisl e Uil».

In 150 all’assemblea della Margherita
«Insistere con il no senza confondersi con i no global»

«Aspettiamo un referente nazionale che venga a Vicenza per spiegarci le scelte fatte a Roma sulla base americana al Dal Molin. E per prendersi la sua dose di... critiche. Per usare un termine elegante e non dire altro». Parla così Giuseppe Doppio, raccontando com’è andata - l’altra sera ai Pilastroni di Dueville - l’assemblea della Margherita provinciale più affollata che mai. Tanti dirigenti della federazione, tutti i membri del “parlamentino” nostrano, una sessantina di segretari sezionali, qualche decina di iscritti di Vicenza: «Eravamo in quasi 150 e l’umore è quello di una settimana fa» conferma il presidente del partito.
E quindi non è cambiato nulla nel partito dove lo choc continua: «Non cambia la nostra contrarietà all’insediamento militare all’aeroporto. Restano l’interrogativo sui “perché” e la richiesta di sapere come Prodi ha deciso. Non viene ritirata l’autosospensione dell’intera direzione provinciale» dice Doppio, che al congelamento della tessera non aderisce solo perché «il partito deve mantenere una rappresentanza nel Vicentino, sennò arriva il commissario».
Non cambia nulla, in casa Margherita, ma i “nostrani” sanno già che nulla cambierà più neanche a Roma: «Se torna indietro, il governo fa una figuraccia, ma la faremmo anche noi se cambiassimo idea qui» è stato uno dei ragionamenti più ripetuti. La morale ricavabile dalle due ore e dai venti interventi ai Pilastroni è la seguente: per salvare le convinzioni, e rispettare gli impegni con i cittadini e i comitati, si può tranquillamente restare in bellicoso disaccordo anche con i leader nazionali.
«Insistere con il No, ma senza confondersi con le posizioni no-global». «Rivendicare l’autonomia delle decisioni prese a Vicenza anche in contrasto con quanto maturato a livello governativo». «Mantenere la linea comune con i Ds prossimi alleati alle elezioni provinciali». «Verificare ancora la possibilità che qualcosa cambi, soprattutto sull’ubicazione della base». Queste sono state alcune delle dichiarazioni-chiave ripetute un po’ da tutti i partecipanti all’assemblea, in una confluenza di No urbanistici sulla linea dei comitati di quartiere, di contestazioni alle forme del “via libera” targato Berlusconi e trasferitosi sulla decisione del nuovo governo amico, di contrarietà alle installazioni militari da parte delle rappresentanze del pacifismo cattolico. Le ha riassunte un documento mandato dalla deputata Laura Fincato, impegnata a Roma, letto e applaudito proprio per i toni mantenuti alti e conflittuali.
«Non c’è stata chiarezza né trasparenza. Vicenza non ha avuto le informazioni che chiedeva. Come rappresentanti della Margherita e del centrosinistra siamo stati abbandonati» ha attaccato Doppio, misurato ma deciso nel riassunto fatto davanti ai suoi e assai più pungente nelle dichiarazioni fuori microfono. «Adesso bisogna prepararsi alla riunione promossa dai parlamentari dell’Ulivo e dell’Unione ai Chiostri di Santa Corona il giorno 29 e vedere che cosa ne uscirà» ha detto.
Niente è stato programmato, invece, a proposito della manifestazione del 17 febbraio: prima di decidere per un’uscita pubblica che un mese e mezzo fa era stata negata - la volta del corteo dei dodicimila in marcia da viale della Pace al Dal Molin il 2 dicembre - la Margherita vicentina aspetta informazioni e una resoconto “in diretta” da qualche big vicino a Prodi. Forse dal sottosegretario alla presidenza del consiglio Enrico Letta, contattato per un faccia-a-faccia risolutivo ai primi di febbraio.

Tutte le “colpe” in un documento

Dall’assemblea della Margherita provinciale è uscito un documento ufficiale che conferma e rincara le critiche esternate nel partito.
Le colpe di Hüllweck. «Su tutta questa vicenda la responsabilità è dell’Amministrazione Hullweck: per non aver informato il consiglio comunale e la città mentre ne discuteva segretamente con il governo Berlusconi; per il rifiuto di ascoltare il parere dei concittadini attraverso una consultazione referendaria; per aver espresso un parere favorevole, a stretta maggioranza, in consiglio comunale».
Le colpe di Prodi. «Il parere favorevole dato dal presidente Prodi alla nuova base è tardivo, contraddittorio con quanto dichiarato dallo stesso governo al Parlamento e non coerente con i contenuti del programma elettorale dell’Unione».
Le colpe nazionali. «Amarezza per il comportamento assunto dalla Margherita nazionale: confermando un centralismo ottuso e sordo, non ha mai aperto un dialogo con il partito provinciale».
Le richieste a Roma. «Un dirigente nazionale venga a Vicenza per spiegare le posizioni assunte e le eventuali proposte. Una delegazione provinciale incontri il governo per verificare se esistono le possibilità di una modifica delle decisioni prese».
Il futuro immediato. «È necessaria una riflessione seria sul significato storico della presenza di basi militari straniere in territorio italiano. Governo e Parlamento si adoperino per rivedere gli accordi bilaterali Italia-Usa del 1954, tuttora coperti da segreto militare».

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