Parisi ribadisce il Sì
E Vicenza dice No al referendum
Dal Molin. Critiche a Prodi dalla Sinistra e dalla Cdl
Chiamato a gran voce in Parlamento da maggioranza e opposizione, Arturo Parisi si è presentato ieri mattina di buon’ora alla Camera per riferire sul sì del governo alla richiesta americana di ampliare la base militare di Vicenza. Ma è stato accolto da un Aula quasi vuota. Ad attendere il ministro della Difesa, dopo settimane di polemiche infuocate, solo uno sparuto gruppetto di deputati. Una trentina in tutto tra maggioranza e opposizione. Unico leader presente, il segretario di Rifondazione Comunista Franco Giordano.
Nonostante le molte assenze, però, non sono mancati piccoli ’fuori programmà. Luana Zanella (Verdi) ha mostrato una foto scattata da un aereo che inquadrava il perimetro dove sorgerà la nuova base; Lalla Trupia, deputata dei Ds in prima fila nel comitato del no alla base, ha più volte alzato la voce interrompendo Marco Zacchera (An), per invitarlo ad andare a Vicenza il 17 febbraio, giorno della manifestazione nazionale contro l’ampliamento della base.Intanto a Vicenza è stato bocciato definitivamente il referendum.
IMPEGNI MILITARI. Settanta parlamentari: restare a Kabul
Base Usa, conferma da Parisi
Il ministro: sì all’ampliamento a Vicenza ma vigileremo
Roma. Il ministro della Difesa Parisi ha difeso ieri alla Camera il sì del governo all’ampliamento della base militare Usa di Vicenza. La scelta è «coerente» con la politica estera e di difesa del Paese, ha detto, ma il governo «vigilerà» sulle opere che verranno realizzate e, soprattutto, sul rispetto degli accordi sull’impiego operativo della base. Nell’informativa all’aula di Montecitorio, dove c’erano però solo una trentina di deputati, il ministro ha ricordato la disponibilità data agli Usa (le prime richieste risalgono al 2004), dal governo Berlusconi, pur «in assenza di impegni concretamente formalizzati» e le aspettative, impossibili da deludere, degli alleati Usa.
La decisione finale del governo Prodi, comunque, è stata presa, ha riferito il ministro, sulla base del pronunciamento della comunità locale. E il Consiglio comunale di Vicenza, il 26 ottobre, ha dato un parere favorevole. «Saranno poi i cittadini a giudicare i loro amministratori», ha osservato Parisi. Verdi, Prc e Comunisti italiani hanno però ribadito il loro no all’ampliamento della base american. Luana Zanella dei Verdi ha denunciato che la base sorgerà a ridosso del centro cittadino, ed ha chiesto al governo di tornare sui suoi passi. «Non si tratta di un allargamento», ha protestato il deputato dei Comunisti italiani Venier, chiedendo una moratoriai, «ma di una nuova enorme base che sorgerà su un territorio già militarizzato». Il Polo sfrutta invece le divisioni dell’Unione. Il presidente dei senatori di Forza Italia Schifani ha ricordato che domani mattina a Palazzo Madama non solo si discuterà sulle mozioni dell’opposizione su Vicenza, ma si voterà anche: «Il governo sarà chiamato a uscire allo scoperto». Il dibattito non si placa inoltre neppure sul rifinanziamento della missione in Afghanistan. Il leader dei Verdi Pecoraro Scanio continua a chiedere una strategia d’uscita. Il Pdci, una «discontinuità verso il ritiro delle truppe». Di contro sono giunte a 70 le adesioni all’appello «Non voltiamo le spalle all’Afghanistan», proposto, nei giorni scorsi da sette esponenti della maggioranza di Camera e Senato. Il documento, firmato in gran parte da esponenti dell’ Ulivo sostiene che l’Italia ha assunto «un impegno morale nei confronti del popolo afghano e un impegno politico nei confronti dell’Onu, della Nato e della Ue, per aiutare la pacificazione e la rinascita di uno dei paesi più poveri del mondo, che ha già subito l’affronto della dittatura talebana». Il documento chiede «un impegno maggiore, non minore, dell’Italia, e certamente non può partire da una riduzione delle forze».
Il referendum è stato bocciato
Gli esperti divisi: finisce con tre voti contrari e due favorevoli
di G. M. Mancassola
Il referendum comunale sul Dal Molin non si farà. Dopo tre ore di dibattito, a tre mesi di distanza dalla prima riunione, il collegio di “saggi” chiamati a giudicare sull’ammissibilità del quesito proposto dai comitati che si battono contro la Ederle 2 ha emesso la sua sentenza. L’esito ufficializzato parla di un voto sul filo di lana, che ha diviso la commissione: 3 no contro 2 sì.
La votazione appare la pietra tombale su un’ipotesi che dopo il via libera del premier Romano Prodi agli alleati americani aveva perso consistenza. Anche in caso di parere positivo, la burocrazia avrebbe consentito ai vicentini di andare alle urne in autunno, quando con tutta probabilità le ruspe avranno già iniziato il loro lavoro. A favore del quesito si sono detti Maria Luisa Bartolini e Alberto Righi. Decisivi i voti contrari del presidente del comitato di esperti, l’avvocato Silvano Ciscato, e di altri due membri: Giorgio Tavagna e Antonio Ferretto.
Delusi, amareggiati e arrabbiati i promotori della consultazione popolare, Giancarlo Albera e Luciano Volpato, che fino alla fine hanno cercato di far valere le loro ragioni, assistititi dal consulente Gianni Cristofari. A questo punto prende corpo l’ipotesi del referendum autogestito, promosso dai comitati anche se privo dei crismi dell’ufficialità istituzionale. Questo il testo originale esaminato e sviscerato: «Visto il progetto presentato dall’esercito degli Usa per la costruzione di una nuova base militare nell’area adiacente l’aeroporto Dal Molin di Vicenza, ritieni che il sito prescelto sia compatibile e adeguato dal punto di vista urbanistico, in relazione alle caratteristiche ambientali e alle dotazioni infrastrutturali dell’area stessa?».
«La decisione è stata sofferta anche per noi - commenta il presidente Ciscato - ci siamo fatti carico di un’analisi molto approfondita. Purtroppo, i promotori hanno imboccato un vicolo cieco insistendo in una formulazione del quesito che punta sulla localizzazione della base. Mi rendo conto che questo sia il bersaglio grosso, il profilo fondamentale della questione, ma non compete al consiglio comunale. E un referendum comunale si può fare soltanto su materie di competenza del Consiglio».
«La competenza potrà invece emergere nel soddisfacimento delle garanzie richieste dal Consiglio nell’ordine del giorno approvato il 26 ottobre. In altre parole, non si può sindacare sulla localizzazione di opere di difesa, la cui decisione spetta al governo nazionale, ma soltanto sui progetti per la riduzione dell’impatto all’esterno del sito. Questi progetti ancora non ci sono, per questo mi auguro che vengano rapidamente presentati tutti i progetti delle opere ritenute necessarie per attutire l’impatto di questo insediamento. Nessuno nega - conclude Ciscato - l’enorme rilevanza della questione. Noi però dobbiamo decidere applicando le leggi, che pongono argini precisi. Credo che il collegio abbia applicato le regole».
Gli esperti avevano consigliato ai promotori di ritoccare il testo del quesito, modificando la parola “sito” con “progetto”. Dopo una discussione assembleare, i comitati hanno deciso di mantenere il testo inalterato. Albera ha abbandonato la riunione alcuni minuti prima della votazione, in aperta polemica con i “saggi”: «Ci sentiamo presi in giro. Se il problema era che si tratta di un’opera di difesa nazionale, tanto valeva dirlo subito e non farci perdere tempo. Alla fine ho consegnato alcune mappe che mostrano come diventerà Vicenza con la caserma al Dal Molin. Uno dei saggi supplenti si era pronunciato a favore, mostrando la grande incertezza sull’esito finale, ma non ha potuto esprimere il voto perché gli effettivi erano tutti presenti».
«Mancano i progetti - conclude Albera - per la riduzione dell’impatto all’esterno? Vero, ma c’è il progetto che conta e contro il quale ci battiamo: quello della base. Inoltre, sappiamo che non c’è la valutazione di impatto ambientale e che l’unico parere tecnico è del dirigente dell’Edilizia privata, che aveva definito l’operazione incompatibile con il piano regolatore. La realtà è che questo referendum non lo si è voluto fare».
Cristofari contesta «l’atteggiamento ponziopilatesco che ha portato a questo risultato. A questo punto io sono favorevole alla consultazione autogestita». «È inaudito che su una materia così delicata e importante - conclude uno dei più accesi sostenitori dell’opzione referendaria, il diessino Giovanni Rolando - non si sia avvertito l’obbligo di ascoltare la popolazione. Come in consiglio comunale, tutto viene deciso da un voto sul filo di lana, operato da un comitato di nomina politica».
A Roma discorso chiuso, qui no
E destra e sinistra adesso proveranno a limitare i danni nella città che protesta
di Antonio Trentin
Se si dovesse misurare dal (mancato) successo di onorevole pubblico - ieri mattina a Montecitorio mentre Arturo Parisi affrontava gli umori post-decisione prodiana sul Sì agli americani - bisognerebbe concludere che il caso-Dal Molin a Roma è chiuso. E forse lo è davvero per quanto riguarda prospettive e sviluppi in Parlamento.
Domani ci sarà una coda velenosa a Palazzo Madama. Il centrodestra proverà a lasciare senza numeri la maggioranza che ne ha pochi. O piuttosto a spaccarla sul giudizio a proposito del raddoppio Usa a Vicenza. Ma il centrosinistra ieri sera ha deciso di rispondere all’attacco in Senato limitandosi a votare contro i documenti della minoranza, senza correre il rischio di cercare i voti su una sua mozione, e se è sopravvissuto alla Finanziaria pur nelle ristrettezze senatoriali consegnategli dalla “legge elettorale porcata” di un anno fa, di sicuro non cascherà né si farà troppo male per un voto, per quanto lacerante, sulla super-caserma accettata da Romano Prodi dopo l’ultimatum dell’ambasciatore statunitense.
Non pare però assolutamente chiuso, il caso, per quanto riguarda le ricadute sull’asse Roma-Vicenza. E non si tratta di proiettare la profezia solo sul futuro “breve”. È palpabile in questi giorni nella capitale, stando alle osservazioni scambiate tra i vicentini del Parlamento e i loro colleghi, la preoccupazione che di base Usa si continuerà a sentire parlare per molto e che i riflessi nella polemica nazionale saranno lunghi. Molto lunghi. Non devono essere tante le installazioni militari statunitensi in costruzione in questo momento in giro per l’Europa e per il mondo. Vicenza ha accettato, anzi chiamato con un Sì del Comune, la sua. La fedeltà politico-militare garantita prima dal governo Berlusconi e pienamente confermata adesso dal governo Prodi ha fissato su viale Sant’Antonino il progetto. I lavori sono praticamente alle porte. Amministrativamente parlando, la partita non ha più storia: bisogna solo aspettare che Parisi firmi l’atto di cessione della fetta di aeroporto che servirà per alloggiare la 173ª Brigata in arrivo dalla Germania.
Ma fa colpo - tra i parlamentari di varia sponda - che per metà febbraio la manifestazione “anti” abbia già fatto il pieno ferroviario e si prepari a calamitare decine di migliaia di oppositori. E fa impressione, come conseguenza prospettata, l’eventualità che Vicenza - da primo o secondo insediamento militare Usa in Europa per dimensioni e presenze di truppa quale diventerà - possa trasformarsi in calamita perpetua della protesta. Potrà anche fare comodo a qualche urgenza elettorale - di volta in volta, a seconda del punto di vista e del bisogno propagandistico, di sinistra o di destra - il fantasma di Vicenza Città della Protesta (quando ci sarà la prima pietra, mentre andrà avanti il cantiere, quando arriveranno i generali a cinque stelle a inaugurare, quando entreranno nelle palazzine palladiane i soldati e nelle villette gli ufficiali eccetera eccetera).
Ma qualche preoccupazione si affaccia. Non solo nell’Unione alle prese con i suoi devastanti imbarazzi vicentini, con la delegittimazione per mano governativa delle parlamentari locali, con la divisione governativa tra anima ulivista-riformista e anima rosso-verde. Si affaccia anche nell’ex-Casa delle libertà, che è opposizione al centro, e a Roma può giocare alla grande sulle paturnie del centrosinistra, ma che sa di dover gestire - perché l’investitura dei pronostici elettorali è univoca - le Amministrazioni locali vicentine coinvolte nel caso-Dal Molin.
Nel dibattito di ieri alla Camera, destre e sinistre, tutti, hanno ipotizzato tecniche di “limitazione del danno” per il miglior inserimento del Dal Molin a-stelle-e-strisce nel contesto urbanistico vicentino. Vicenza deve prepararsi, forse, a studiare e a chiedere forme di “limitazione del danno” per quanto potrebbe succederle come città-simbolo sgradita agli avversari delle politiche dell’Amministrazione americana.
L’Ascom al prefetto «Si apra un tavolo»
Gallo: «È il momento di valutare il carico della base Ci vuole un incontro tra enti e categorie economiche»
Se base sarà, anche chi vive di commercio vuole dire la sua. Insomma capire come cambierà la città con il Dal Molin in mano americana. Dalla viabilità all’urbanistica ma soprattutto, si domanda l’Associazione commercianti di Vicenza, cosa succederà sul piano economico-turistico-commerciale. E per questo chiede al prefetto Piero Mattei - con una lettera inviata anche in Comune e Provincia - un incontro fra amministrazioni e categorie interessate.
Nella richiesta firmata dal direttore Andrea Gallo di un tavolo comune di lavoro, l’Ascom è in buona compagnia. Prima della Confcommercio fra gli altri hanno infatti lanciato l’idea la segretaria della Cisl Franca Porto (con il sì immediato della Cgil di Oscar Mancini), il capogruppo Ds Luigi Poletto (che si è preso anche qualche botta sulla testa) e la consigliera comunale del gruppo misto Sun-Ae Bettenzoli.
Cosa dice l’Ascom nella sua nota? Che «gli scenari che si andranno a sviluppare nei prossimi anni, al di là delle opportune modifiche ai vigenti strumenti di governo del territorio, impongono a nostro parere una necessaria valutazione circa l’indotto in termini di carico urbanistico che deve assolutamente venire affrontata in via preliminare».
Una lettera che fa riferimento a «situazioni che indubbiamente andranno a condizionare il futuro assetto della città e che avranno ripercussioni sul tessuto urbano ed economico sociale esistente. Le nuove volumetrie previste dal progetto, l’aumento della popolazione residente, il congestionamento della rete viabilistica, così come l’aggiornamento della funzione commerciale e turistica, sono alcuni temi derivanti dal progetto “Dal Molin”». Insomma l’associazione dei commercianti «esprime fin d’ora il suo doveroso e pressante interessamento e la disponibilità a fornire il proprio contributo per esaminare tali tematiche».
Dopo il sì del Governo all’ampliamento della base Usa «le competenze e le decisioni su questi temi riguarderanno prevalentemente le amministrazioni locali, in primis il Comune di Vicenza, che dovrà occuparsene inserendo il nuovo insediamento nel Piano di assetto territoriale, con la valutazione ambientale strategica dell’impatto. È prevedibile, quindi, che nella disamina dei vari aspetti legati alle conseguenze sul piano viabilistico, urbanistico e commerciale della base, il lavoro del Comune sarà impegnativo e probabilmente difficile».
In questo contesto «l’Ascom si è dunque dichiarata disponibile a offrire il proprio costruttivo contributo al dibattito che andrà a toccare gli aspetti attuativi e operativi del progetto, affinché il potenziamento della presenza americana in città porti a concretizzare quei risultati positivi che Vicenza ora si aspetta».
Le prossime settimane saranno decisive per i maxi-appalti dei lavori
Già 95 imprese in lizza e tra queste 16 vicentine
di Marino Smiderle
Le manifestazioni di protesta annunciate e la battaglia parlamentare non hanno scoraggiato le imprese interessate a partecipare al grande appalto avviato dagli Stati Uniti per il Dal Molin. La lista delle aziende che hanno manifestato l’interesse alla mega operazione sta per arrivare a quota cento. L’elenco è liberamente consultabile sull’apposito sito dedicato agli operatori economici: in questo campo la procedura americana è tradizionalmente molto trasparente e la prima selezione avverrà una volta scaduto questo primo bando, il cui termine è stato fissato per il prossimo mese di marzo. Nei giorni scorsi, nel corso dell’incontro delle autorità americane con le categorie economiche vicentine, si è parlato molto del coinvolgimento degli operatori locali nella realizzazione del progetto. Progetto, vale la pena di ricordarlo, che di qui al 2011 prevede spese e investimenti che sfioreranno il miliardo di dollari. Non sono solo le imprese di costruzioni quelle interessate, ma sono svariati i settori coinvolti in quella che si annuncia come la costruzione di un’altra (c’è già la Ederle) città nella città.
Tra i vicentini, piccoli e grandi, che si sono già fatti avanti figurano la Costruzioni edili De Franceschi di Isola Vicentina, Deltaprogetti di Creazzo, Fiorese di Bassano, Gemmo di Arcugnano, Steda di Rossano Veneto, Serman di Vicenza, Soldà & Pillon di Sarego, Trevisan di Torri di Quartesolo, F.lli Lorandi di Villaverla, Tra.vi servizi di Vicenza, F.lli Munaretto di Zanè, Lazzari commerciale di Longare, Sterchele di Isola Vicentina, Sinergie Abitative di Vicenza, l’arch. Paolo Costa e lo Studio architettura Paolo Desiderà. Sulle 95 imprese (ce ne sono anche di straniere) che hanno presentato la richiesta finora, ci sono quindi 16 vicentine (il 17 per cento).
È una torta molto grossa e ci dovrebbe essere spazio per tutti, anche se è chiaro che i vicentini vorrebbero un occhio di riguardo. Le prossime settimane saranno decisive per capire come si muoveranno gli americani: di sicuro si può fin d’ora affermare che un piccolo vantaggio lo avranno quelle imprese che hanno già una storia di collaborazione con lo zio Sam d’Italia. Tra queste, è già stato notato, ci sono diverse coop rosse, con base in Emilia Romagna. La Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna, per esempio, che vanta già una storia di commesse con il Dipartimento di Difesa americano: nel 2005 lo zio Sam ha versato nelle casse della coop romagnola circa 15 milioni di dollari per lavori effettuati nelle basi Usa in Italia.
Altra grossa azienda di costruzioni con cui gli americani hanno rapporti da anni è la Pizzarotti di Parma, che nel 2005 ha incassato 20 milioni di dollari dal committente Usa. La concorrenza, come si può capire, è forte ma la torta, come si diceva, molto ampia. Della serie: non ci può essere una sola azienda che fa un sol boccone della mega commessa. Ci sono mobili, serramenti, impianti elettrici, condotte idrauliche e mille altri capitolati da mettere a punto.
Le imprese vicentine che in passato hanno già lavorato per la Ederle sanno come funziona la procedura, ma stavolta, vista la monumentalità del lavoro, ci sarà anche chi busserà per la prima volta alla porta dell’Amministrazione Usa.
Dal punto di vista economico, quindi, non si dà alcun credito alla possibilità che, a livello politico, ci possa essere qualche passo indietro. Prodi ha già detto sì e ora si passa alla cassa. Telecom, Fastweb e Vodafone, per dirne un’altra, figurano in gara per l’assegnazione del redditizio business telefonico che scaturirà dal Dal Molin. Nel 2005, in tutte le basi americane attive in Italia, Telecom ha portato a casa 17 milioni di dollari. E, pensando alle aziende medie e piccole, una commessa al Dal Molin potrebbe risolvere i problemi di bilancio di molte realtà vicentine in cerca del salto di qualità. La corsa è già cominciata.
Dal Molin, In Parlamento
Parisi ufficializza la scelta
«La base Usa sarà fatta» di Antonio Trentin
Ore 9,22 di ieri mattina a Montecitorio. Parla da una dozzina di minuti Arturo Parisi ministro della Difesa e va avanti riepilogando tre anni di notizie sul Dal Molin base statunitense, dall’“impegno di massima” del governo Berlusconi al “Sì con cinque condizioni” dell’Amministrazione Hüllweck, all’ultimo pressing dell’ambasciatore Ronald Spogli sul governo Prodi.
Sta per chiudere quella che il dizionario parlamentare chiama “informativa urgente” e in quel preciso minuto, arriva il primo, finora unico e comunque definitivo atto formale che annuncia - non con un’esternazione all’estero del presidente del consiglio, o in un a-tu-per-tu del suo vice Massimo D’Alema con Condoleezza Rice oltreoceano, ma davanti alla Camera - l’okay alla super-caserma per la 173ª brigata Usa a Vicenza.
Si procederà alla cessione d’uso delle aree, conferma il ministro, «dopo aver considerato i dettagli del piano di transizione». In altre e subito espresse parole: cercando di mitigare l’impatto della struttura su Vicenza e Caldogno, vigilando sugli effetti «nel tessuto sociale, sulla viabilità, sulla rete dei sottoservizi», verificando il «rispetto degli accordi bilaterali» tra Stati Uniti e Italia quando si tratterà di impieghi operativi della brigata aerotrasportata. «Il governo - sono le ultime parole di Parisi, prima di sedersi a fare il Cireneo di una situazione sfuggitagli due settimane fa e il San Sebastiano per le frecciate da destra e da sinistra - terrà informato il Parlamento».
Aula semivuota e leader assenti
Così ieri mattina a Roma, in un orario anticipato rispetto alle abitudini, in un’aula senza leader, desolatamente frequentata da appena una trentina di onorevoli con un’altra ventina a conversare fuori - nel Transatlantico che non aspettava affollamenti fino al pomeriggio - e in assenza di più di un deputato vicentino. C’erano le due uliviste Laura Fincato e Lalla Trupia, alzatesi alle 4 per arrivare a Roma dopo la serata con i comitati anti-base. C’era il capogruppo dell’Udeur Mauro Fabris, che dalla manifestazione vicentina si era tenuto lontano e che doveva parlare per il suo partito. E poi stop. Il centrodestra ha affidato a deputati “foresti” il commento - duro contro il governo e soddisfatto per l’arrivo della base - che è servito, ogni volta, per infilzare Parisi, tormentare a distanza D’Alema, colpire Prodi.
Quanto delicata resti la questione-Dal Molin e quanto confusi e circospetti restino talvolta i modi per trattarla era raccontato - ieri mattina sugli schermi della “diretta dall’aula” accesi a Montecitorio - nella titolazione ufficiale del faccia-a-faccia parisiano con amici di coalizione e nemici all’opposizione. Scorreva in video che l’informativa ministeriale era «sull’allargamento della base militare statunitense di Vicenza» (non sul suo raddoppio in separata sede) e «nel quadro dei rapporti del nostro paese con gli Stati Uniti d’America». Quasi un modo, il primo, per attenuare con il vocabolario l’entità del progetto e della polemica. Quasi un modo, il secondo, per collocare in una cornice di ineluttabilità - pur se per convinta scelta geo-politica - il “via libera” garantito dal governo dopo l’accelerarsi della cronologia riepilogata da Parisi (Spogli da lui a metà dicembre, Spogli da Prodi ai primi di gennaio, l’ambasciatore che avverte dei tempi incombenti a Washington, Prodi che promette una scelta in tempo per il voto del Senato Usa sugli stanziamenti militari, la decisione finale durante la missione a Bucarest «sentiti i ministri competenti»).
Unione disunita come da copione
Dal dibattito, nessuna novità. L’Unione si è confermata disunita. L’ex-Casa delle libertà ci ha provato gusto a infierire. A centrosinistra tutti preoccupati di far risalire agli impegni di Berlusconi e ai silenzi di Hüllweck i presenti e futuri guai. A centrodestra tutti presi dall’inchiodare Prodi & C. alle responsabilità accettate e dal rimarcare le divisioni nella maggioranza. La genovese Roberta Pinotti - voce ulivista per Ds e Margherita che fanno gruppo insieme - ha gestito l’imbarazzo bifronte, verso il governo e verso Vicenza, destreggiandosi tra una critica all’iniziale gestione dell’affare («non mi risulta che il precedente governo si fosse preoccupato di interloquire, almeno ufficialmente, con le Amministrazioni vicentine»), un’interessata valorizzazione del Sì fatto votare da Hüllweck («dopo quel documento il governo non poteva che rispondere positivamente») e un tentativo di salvare i rapporti politici con la base berica incattivita («non possiamo non preoccuparci del malessere che sale dalla città»). Quesito finale speranzoso: quello presentato è proprio «l’unico progetto possibile?».
Massimo Donadi (Italia dei valori) e Sergio D’Elia (Rosa nel pugno) hanno accettato la scelta governativa: «Per il vincolo morale già assunto nel 2004 da Berlusconi e per rispettare le alleanze, ma ci voleva più chiarezza preventiva» e chiarendo che si può essere contro l’Amministrazione Bush senza essere antiamericani, ma che però anche non si può confondere una base americana accolta per fedeltà alle scelte strategiche «con la villa personale di Bush».
Critiche pesanti dalla sinistra
Dalla terna Prc-Pdci-Verdi, invece, bocciatura totale della decisione di Prodi. La rifondatrice Elettra Deiana ha volato con citazioni tra Vicenza e il Pentagono per un No senza scampo, costruito tra un saluto alle «molte straordinarie signore dei comitati di Vicenza che animano la protesta» e qualche riga dal documento scritto dal generale James Jones per il Senato Usa nel 2005, in cui la futura base Dal Molin è indicata in tutta la sua «grande valenza strategica» (e in più con un accenno alle “facilities” statunitensi già presenti, e da mantenere, attraverso un piccolo reparto superstite dai tempi della 5ª Ataf).
L’italo-comunista Iacopo Venier ha spiegato che «lealtà al governo è anche essere leali a segnalare errori: e a Vicenza ne stiamo commettendo uno». La verde Luana Zanella, coinvoltissima al limite dell’emozione, ha prima criticato «la trasformazione radicale del territorio e della qualità della vita a Vicenza» decisa da un ordine del giorno con appena 21 voti su 40 in consiglio comunale e poi ha toccato il punto dolente politico, quello che rischia l’isolamento della dirigenza di centrosinistra rispetto al suo elettorato: che cosa è successo che ha spinto “il nostro governo” a tradire l’intravvisto impegno ad aspettare il referendum cittadino? Domanda dolorosamente polemica per la deputata: «Contano di meno i voti del centrosinistra di Vicenza?».
Facile è stato il gioco sulle contraddizioni unioniste da parte dell’opposizione che era governo al tempo dell’offerta di Vicenza per la nuova base.
Centrodestra all’attacco
Forza Italia, che non ha deputati vicentini, ha schierato l’ex-ministro della difesa Antonio Martino. Bravo Parisi, ha detto, per aver chiarito che Berlusconi non aveva preso impegni definitivi, e bravo per non aver fatto come Prodi all’inizio, quando ha provato a scaricar sul predecessore e sul Comune di Vicenza una sua responsabilità. Meno bravo nel barcamenarsi tra piena accettazione e quasi rassegnazione sul Sì agli Usa: il governo, ha efficacemente battuteggiato Martino, sembra aver addosso una di quelle camicie da notte delle trisavole che ricamavano sopra l’ipocrita “Non lo fò per piacer mio ma per dar dei figli a Dio”.
Alleanza nazionale e Udc - con Marco Zacchera e Francesco Bosi - hanno puntato su uno stesso concetto (la validità del Sì voluto dall’Amministrazione Hüllweck) in due modi diversi: «Ma chi vi ha detto che la popolazione di Vicenza è contraria a questa base?» ha punzecchiato il primo contro i rosso-verdi; «Il parere della città è stato legittimamente espresso in consigliocomunale» ha annotato il secondo. E per il leghista Federico Bricolo il caso-Vicenza è l’espressione delle divisioni dell’Unione: «Il ministro viene delegittimato da una parte della coalizione, sul Dal Molin come sull’Afghanistan non c’è più una maggioranza. Potevate dire No, se volevate discontinuità, come avete deciso per il ritiro dall’Iraq…». Consiglio nordista: «Aprire adesso un tavolo di confronto con gli americani, con Vicenza e Caldogno, con la Provincia: la base deve essere inserita senza violenza sul territorio, per trarne i maggiori profitti economici».
Tre deputati vicentini in aula alla ricerca del “cosa fare ora”
Per Fincato e Trupia gli spazi di manovra ormai sono pochi. Spostare la base sul lato ovest? Fabris ci spera
Tre i vicentini nell’emiciclo di Montecitorio, ieri mattina. Uno al microfono, Mauro Fabris. Due ad ascoltare, la diessina Lalla Trupia e la margheritina Laura Fincato. Tutti e tre insieme, a fine dibattito, intorno a Arturo Parisi, per cercare un ancora oscuro “qualcosa da fare” nelle prossime settimane, dopo il rischioso passaggio parlamentare di domani - al Senato il ministro farà il bis delle sofferenze di ieri e la maggioranza affronterà il trabocchetto delle mozioni sul Dal Molin - e aspettando la manifestazione del 17 febbraio (riguardo alla quale ha fatto colpo alla Camera la notizia riportata da Vicenza: «Tutto esaurito per i treni speciali prenotati in tutta Italia»).
Se l’era presa, Fabris, con i «ringraziamenti pelosi» di Forza Italia e An a Parisi: «Servono solo a scaricare le responsabilità del governo Berlusconi: gli Stati Uniti avevano un’aspettativa ormai consolidata, il governo non era più libero per i precedenti condizionamenti». E aveva rinnovato il carico di responsabilità sul Comune di Vicenza: «Era chiaro da subito: se Vicenza diceva no, sarebbe stato No alla base; se diceva sì, sarebbe stato Sì, com’è successo». Ma adesso? Fatto da una parte di centrosinistra «l’errore di insistere su un No privo di prospettive» come si esce da una situazione che alla coalizione fa pagare pegno «in una città che si sente presa in giro?».
Di risposte certe Fabris non ne ha. «Sciagurata quella decisione di spostare da viale Ferrarin a via Sant’Antonino il progetto» dice di nuovo, avendo come bersaglio l’Amministrazione Hüllweck: «Bisogna fare di tutto per rivedere questa situazione».
Ci sono spazi di manovra? Pochi, a giudizio della stessa coppia Trupia-Fincato che prova a tenere stretto e positivo il rapporto con i comitati vicentini dopo il k.o. a Roma. Riubicare il progetto per palazzine e magazzini militari, mense e logistica, piscine e palestre è un’impresa tecnico-edilizia che forse non ha neppure spazio sufficiente su viale Ferrarin. Andare altrove? I generali Usa hanno già detto che non se ne parla. Perciò? La domanda resta in sospeso. Parisi, prima di tornare al ministero dopo la difficile mattinata alla Camera, ha lasciato ai deputati vicentini della sua coalizione un commento che non schiude porte alle speranze degli anti-base: «Ho seri dubbi che i rappresentanti locali attraverso il voto del consiglio comunale abbiano interpretato realmente l’opinione della maggior parte dei vicentini. Ma come governo abbiamo il compito di rispettare le decisioni delle Amministrazioni locali. Saranno poi i cittadini a giudicare i loro amministratori».
Giordano rilancia la battaglia
Urso: salvata la faccia a Prodi
L’ex ministro Zanone: «Distinguere politica estera e urbanistica»
E il collega Giovanardi: «Non è accettabile far decidere il Comune»
Di segretari di partito, uno solo sta a Montecitorio quando si discute di Dal Molin: Franco Giordano di Rifondazione comunista. Implacabile nella critica alla scelta pro-base fatta da Romano Prodi e nella promessa che le cose non finiscono qui. Ma anche lui, forse, senza molte prospettive davanti che non siano quelle della sensibilizzazione continua e però senza sbocchi. Onorevole, il Prc come il Pdci e i Verdi attaccano ma non minacciano un “sennò”: se la stanno mettendo via, come si suol dire? Al quesito, che sottintende come per una base non si facciano crisi, Giordano risponde rilanciando: «Certo avremmo preferito il No del governo, che adesso ne esce con un’immagine ridimensionata presso la sua base in fatto di pacifismo e di scelte internazionali. Credo sia salutare e positivo mantenere aperta questa contraddizione nel governo: la battaglia deve continuare. Per noi è importante continuare la mobilitazione contro il progetto, perché non vada in porto. Lo faremo con le forme non-violente che ci contraddistinguono, a partire dalla manifestazione nazionale a Vicenza a metà febbraio».
Da un capo all’altro del Transatlantico, poi, ecco correre i commenti di chi arriva per occuparsi di tutt’altro, ma che sul caso-Dal Molin ha idee ben marcate. L’aennista Adolfo Urso, ad esempio, che parla di «Vicenza cuore dell’Occidente in questi giorni: i cittadini di Vicenza favorevoli alla base e le forze economiche locali hanno salvato la politica estera di fronte a un Prodi che faceva il Ponzio Pilato - commenta riferendosi alle prese di posizione vicentine al momento dell’ “ultimatum” dato dall’ambasciatore americano Ronald Spogli - e se ne stava lavando le mani». O il suo collega di partito Maurizio Gasparri: «Parisi ha usato un linguaggio ancora troppo esitante. Tutto nasce dalle spaccature della maggioranza. Denunciamo le ambiguità di chi non sa dire o sì o no w confermiamo di essere favorevoli all’ampliamento».
Di «scelta disastrosa» parla Severino Galante (Pdci) dopo essere stato bersagliato da critiche e ironie del forzista Antonio Martino: «Il progetto è dannoso per la popolazione vicentina e per la sovranità del paese. Continuiamo la lotta per impedire che la scelta diventi definitiva». E il verde Marco Boato punta di nuovo tutto sul referendum a Vicenza: «Mi auguro che si possa effettuare per sapere come i vicentini la pensano su qualcosa che ha un impatto enorme sulla città e su Caldogno». Il ministro parla di parere espresso dal consiglio comunale… «Ma io non delegittimo il voto in consiglio - replica Boato - anche se è stato espresso con soli 21 voti su 40 consiglieri. Però dico che è fondamentale che la città si pronunci».
Valerio Zanone, già ministro della difesa quando era leader liberale, vicepresidente oggi della commissione difesa per la Margherita, alla Camera è di passaggio: si informa di com’è andata la missione dei suoi colleghi a Vicenza, la settimana scorsa, e commenta all’insegna della «non confusione dei diversi piani su cui si sviluppa la realtà delle base». Se si vuole discutere di presenza americana in Italia, dice, «allora parliamo di Aviano, Sigonella, Napoli: in quest’ottica l’insediamento abitativo dei militari americani a Vicenza è un’altra cosa». Se si parla della «questione urbanistica come l’ha chiamata Prodi e delle ricadute dell’insediamento militare sulla città - aggiunge - questa è un’altra cosa, su cui si deve confrontarsi e su cui è bene che la città si pronunci: l’importante è che sia chiaro che un referendum può esserci su questo aspetto, senza confusioni con il tema generale della dismissione delle basi Usa in Italia, sulla quale non sarei d’accordo ma che sono pronto a discutere».
Ma è un’idea, questa del referendum, che a centrodestra continua a non piacere. Carlo Giovanardi, ex-ministro per l’Udc, nega legittimità a ogni disegno che rinvii “sussidiariamente” all’ingiù la decisione peraltro già presa dal governo: «Anche nella più sfrenata visione autonomista o federalista che ci si sia inventati - osserva - nessuno ha mai tolto al governo centrale il diritto-dovere su spada, monea e bilancia, cioè su difesa, economia e giustizia. Vi immaginate che negli Stati Uniti un singolo stato federato o magari una singola città faccia un referendum per dire a Washington che vuole o non vuole una base militare.. Ma dài: non è possibile che un governo demandi a qualche Comune una materia del genere: sarebbe cosa da farsi ridere dietro».
Il fedelissimo di Fini lancia il “tavolo della verità”
Visita ufficiale dell’on. Andrea Ronchi (An), che coinvolge gli imprenditori
di Roberta Bassan
La premessa: «Se abitassi a Vicenza sarei preoccupato anch’io». La sorpresa: «Dopo aver visitato l’area Dal Molin e sfogliato il progetto sono più tranquillo: la realtà è diversa da come mi è stata raccontata». L’idea: «Un tavolo della verità che riunisca tutti: Sì, No, categorie economiche e sindacali, politici di tutti gli schieramenti. Con l’obiettivo di fornire ai cittadini una corretta informazione».
È il giorno dell’onorevole Andrea Ronchi, professione portavoce di Alleanza Nazionale, il fedelissimo del leader Gianfranco Fini. La giornata vicentina comincia presto, blazer inappuntabile e pashmina in tinta: capatina all’aeroporto Dal Molin, il tempo di dare uno sguardo al luogo dove verrà realizzato l’allargamento della base americana. Poi viene scortato alla caserma Ederle, un incontro dietro l’altro: lavoratori, comandante italiano, vicecomandante delle truppe statunitensi. Ed eccolo giungere in Prefettura: una stretta di mano e due parole con il dottor Piero Mattei. Di velocità in Viale Crispi dove il presidente dell’Api Sergio Della Verde e la giunta interrompono la loro riunione per omaggiarlo. Poi, ed è ormai l’ora di pranzo, una fetta di prosciutto e un tortino al cioccolato a Palazzo Bonin Longare insieme al vicepresidente degli Industriali Adamo Dalla Fontana e al direttore Lorenzo Maggio a fare gli onori di casa, Calearo è a Milano. Si parla quasi solo di Dal Molin.
Fine delle visite ufficiali. È il momento di fare il punto della situazione. Piazza Biade, sede di An. Fuori le forze dell’ordine spiegate a proteggere la visita dell’onorevole da eventuali blitz. Dentro lo stato maggiore del partito. Ci sono tutti: Giorgetti, Conte, Berlato, Sorrentino, Abalti, Milani, Sarracco, Giunta, Rossi, Rucco.
Parla Ronchi: «Non si può realizzare un’opera così importante senza una corretta informazione nei confronti della popolazione. Per questo la mia proposta, quella che arriva da Alleanza Nazionale, è di mettere intorno ad un tavolo tutti i volonterosi per lavorare intorno alla realizzazione della base». L’onorevole dice di aver già incassato l’adesione degli imprenditori sia dell’Api che di Assindustria. Rende merito al coraggio della Cisl e della Uil nell’aver intrapreso la tutela dei lavoratori della Ederle e li invita a sedersi attorno allo stesso tavolo. Apre all’opposizione e «anche a quelli del No». Un tavolo operativo e trasversale, quindi. Con un obiettivo: rassicurare il cittadino attraverso un’informazione precisa sulle modalità che riguardano la costruzione della base.
Sul tema referendum Ronchi non batte ciglio: «Contrario. Ci sarebbe un ulteriore rischio di spaccatura («Con il rischio anche di delegittimare il consiglio comunale», sussurra il presidente Sarracco) su un tema di politica estera dove c’è invece bisogno di unire e di costruire. Un tavolo della verità, lo battezza, «per onorare un patto internazionale sul quale - ribadisce - non c’è mai stata alcuna trattativa segreta e sul quale - evidenzia - D’Alema e Parisi hanno fatto tutto quello che potevano fare».
È ora di ripartire per Roma, riferirà a Fini. Abbraccia tutti i suoi, buon lavoro. Andando via promette: «Lavorerò con gli americani per rilanciare un’Università internazionale a Vicenza e nuovi sbocchi per il settore orafo. La base americana è una grande opportunità per tutta l’Italia».