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Venerdì 16 marzo 2007 17:16 Bogota: Yankee go home!

Forti scontri in occasione della visita di George W. Bush in Colombia

La visita lampo del presidente Bush in Colombia ha trasformato la capitale Bogota in una zona di guerra, ma non ha impedito la protesta sociale.

Domenica 11 marzo la capitale colombiana si è svegliata ricordando improvvisamente che nel paese esiste ormai una guerra civile che da quasi mezzo secolo continua incessantemente e senza tregue, una guerra che tuttavia non ha raggiunto direttamente Bogota con tutta la sua dimensione militare.

L’imponente schieramento di forze dell’ordine, pari a 27.000 poliziotti in divisa secondo le cifre ufficiali del governo, senza contare i militari dell’esercito e gli agenti di intelligence, ha proiettato la capitale colombiana direttamente al centro della guerra globale permanente.

Al posto della consueta "ciclovia" domenicale che restituisce una volta la settimana a pedoni e ciclisti tutta la carrera 7, l’arteria urbana che si snoda da Plaza Bolivar nel centro fino al nord della città ed ancora la calle 26, collegamento diretto con l’aeroporto El Dorado, i cittadini bogotani hanno dovuto rinunciare a qualche ora di aria respirabile, per permettere al presidente di "gringolandia" l’ennesima inutile ed arrogante passerella politica con il suo alter ego paramilitare colombiano Alvaro Uribe Velez.

Una gita di gruppo - Bush era accompagnato dalla creme dell’establishment imperiale statunitense, nella persona di Condoleeza Rice - tanto estemporanea quanto politicamente irrilevante ai fini dell’agenda politica colombiana e, con tutta probabilità statunitense.

Nonostante non ci sia dato conoscere di che cosa abbiano parlato il Signore delle Ombre colombiano e l’autoproclamato poliziotto globale statunitense durante il loro incontro a porte chiuse, la conferenza stampa ci ha regalato l’immagine di un Bush con le mani legate e di un Uribe intento a difendersi dalle accuse di collusione del suo governo con il paramilitarismo.

Il presidente statunitense, ormai sotto scacco dei democratici al Congresso, non ha potuto prendere alcun impegno politico reale sui temi caldi riguardanti la Colombia. Non ha potuto garantire il rifinanziamento della seconda fase del famigerato, farsesco e vergognoso "Plan Colombia" e neppure si è potuto pronunciare ufficialmente sul TLC, il trattato di libero scambio tra i 2 paesi, in fase di approvazione in Colombia (verrà discusso martedì) ed ancora impantanato nel congresso della "land of the free".

Nei temi dell’agenda pare si sia parlato della palma africana, progetto economico-militare-politico del governo Uribe e direttamente appoggiato ed implementato "manu militari" dalle formazioni paramilitari, che hanno cambiato nome (adesso si fanno chiamare "Aguilas Negras"), ma sono forti quanto è più di prima. Però anche su questo tema, silenzio stampa.

Bush è solo riuscito a chiedere che si faccia il possibile per liberare i 3 militari statunitensi da anni in mano delle FARC ed a rilasciare qualche vaga dichiarazione sui diritti dei migranti latini negli Stati Uniti.

Un incontro voluto dalla Casa Bianca, che risponde più ad una necessità di campagna elettorale dei neocons repubblicani in vista delle prossime presidenziali, che ad un interesse politico reale e concreto.

Da parte colombiana, la sudditanza di Uribe non poteva essere dimostrata in maniera più indegna ed evidente. Dal portare la mano al petto durante l’inno statunitense allo smacco politico degli agenti della CIA e dell’FBI che perquisiscono personalmente tutti gli agenti e le armi della guardia d’onore colombiana che ha salutato e scortato Bush, di fronte alle telecamere colombiane ed internazionali. La fiducia del presidente nordamericano nella politica di "seguridad democratica" inaugurata dal presidente Uribe è tanta e tale, che la Colombia è stato l’unico paese del tour dove Bush non ha pernottato...

Ma la Colombia è altro ed ancora una volta lo ha dimostrato. Il paese delle resistenze senza tempo non si è piegato né alle smanie di potenza statunitensi, né alla militarizzazione impressionante voluta da Uribe per fare bella figura con il suo compagno di merende del nord.

Già nei giorni precendeti l’arrivo di "Mr. Danger", mercoledì 7 e giovedì 8, gli studenti dell’Universidad Nacional, hanno indetto manifestazioni sfociate in varie ore di scontri con gli assassini della ESMAD (la polizia antisommossa), che negli ultimi 2 anni è stata responsabile della morte di almeno 5 studenti colombiani.

Una spirale crescente di contestazione ha raggiunto il suo culmine nella giornata di domenica 11 proprio durante e dopo l’arrivo di Bush. È stata indetta una manifestazione non autorizzata, che si è concentrata sulla carrera 7 a vari isolati dai palazzi del potere e dalla zona di passaggio del carrozzone presidenziale che accompagnava il presidente gringo.

Nonostante il clima di violenza ed intimidazione respirato nei giorni precedenti la visita, la Plaza de Toros si è presto riempita di manifestanti, con un presidio colorato, variegato, ma assolutamente determinato.

Al passaggio (a distanza...) della scorta presidenziale, i manifestanti hanno deciso di rompere le barriere imposte dalla polizia nonostante il soverchiante numero di questi ultimi, ribellandosi al dictat di chi li voleva fermi e docili per permettere a Bush di bersi un paio di rum con Uribe in tutta tranquillità ed hanno cercato di trasformare il presidio in una marcia verso i palazzi del potere.

La reazione degli agenti è stata immediata, anche se in un primo momento stranamente "democratica". Gli agenti della ESMAD sulle prime si sono limitati ad avanzare con gli scudi ed i blindati, senza neppure fare uso dei manganelli, avendo probabilmente ricevuto ordini di non mostrare la loro brutalità ai numerosi obiettivi internazionali presenti, ma questa gestione "morbida" è durata ben poco.

I blindati hanno attivato gli idranti ed è iniziato un lancio di lacrimogeni che ha costretto i manifestanti a retrocedere, incalzati dalla ESMAD. Da questo momento è cominciata una vera e propria caccia all’uomo: poliziotti in moto che inseguivano e attacavano chiunque gli si parasse di fronte e la continua avanzata dei reparti antisommassa che hanno spinto i manifestanti verso la Avenida Caracas, ossia incontro ad un secondo anello di polizia e ad uno dell’esercito.

Il lavoro instancabile delle organizzazioni per i diritti umani e la presenza costante della stampa hanno in parte attutito la violenza della polizia colombiana, permettendo tra l’altro di registrare (pare) tutti i fermi e gli arresti della giornata.

Il bilancio alla fine è stato di alcune centinaia di manifestanti arrestati, tra cui numerosi minorenni, a quanto pare immediatamente rialasciati e di varie decine di feriti sia tra i manifestanti che tra le forze dell’ordine.

Il cuore della Colombia che resiste ha popolato ancora una volta le strade di Bogota, lanciando un messaggio chiaro agli apparati repressivi dell’impero: nonostante la vostra arroganza, siamo ancora qua, determinati e combattivi più che mai.

Dalla Colombia che resiste,

Dario

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