Marzo 2007- Università degli Studi di Milano, nasce nientepopòdimeno che il CEPIC! Questa simpatica sigla cela in realtà il centro di studi sulla proprietà intellettuale, all’interno della facoltà di girisprudenza. Proprietà intellettuale? Termine curioso in un’epoca in cui le informazioni, le arti e le conoscenze sono sempre più frutto della collettività, innanzi tutto perchè costruite grazie alle contaminazioni, alle relazioni sociali, alla rielaborazione (anche se in fondo è sempre stato così: pensate se avessero arrestato Plauto, Livio Andronico e Nevio perchè scopiazzavano dai drammaturghi greci!). In secondo luogo perchè grazie all’informatica e alla digitalizzazione esitono possibilità pressochè infinite di copia, riproduzione, modifica, diffusione di queste conoscenze. Davvero cuorioso quindi parlare di proprietà, che implica una sorta di monopolio su determinati frutti di questa "intelligenza collettiva".
Altrettanto curioso il fatto che centri di studio come questo in tutto il mondo dichiarino (così come la WIPO, organismo delle Nazioni Unite che si occupa di proprietà intellettuale) di avere come obiettivo primo quello di "incoraggiare l’attività creativa"! In sostanza, il fatto che vi siano leggi nazionali di 183 paesi e ben 43 trattati internazionali che garantiscono brevettazione, copyrights e simili, dovrebbe incentivare la creatività! Poco convincente, non trovate? Queste leggi dovrebbero garantire, attraverso appunto il concetto di proprietà e monopolio, la rendita economica di suddette attività creative (nelle quali inseriamo non solo quelle artistiche, ma anche di ricerca, ad esempio quella farmaceutica o biotecnologica), della quale beneficierebbe l’autore. Bhe certo, facile incoraggiare promettendo del denaro! Ma in realtà quel denaro dove va? Naturalmente, chi in realtà incasserà quel denaro saranno le multinazionali, le industrie discografiche, le grandi case editrici, di distribuzione, di pubblicità... insomma un giro di denaro enorme (pensate ai prezzi di un CD musicale o di un farmaco) che sfama poche bocche grazie al lavoro di una moltitudine di cervelli, servendosi di un sistema di brevettazione e diritti d’autore a senso unico, mentre le licenze GPL, che andrebbero a rispettare davvero l’autore e quello che della sua opera vuol fare, sono tralasciate e boicottate perchè poco fruttuose.
Non solo, la proprietà intellettuale è oggettivamente causa di disagi economici e sociali, o addirittura di morti ed epidemie. Già il fatto che noi studenti dobbiamo spendere centinaia e centinaia di euro ogni anno per comprare libri che per legge non possiamo fotocopiare e riprodurre significa che dobbiamo usare i nostri soldi per studiare, e quindi reimmettere gratuitamente le conoscenze da noi rielaborate sul mercato. Ma pensate a quello che le politiche internazionali sui brevetti implicano riguardo ai farmaci essenziali: 14 milioni di morti l’anno dei quali il 97% in paesi del sud del mondo sono causati dai costi eccessivi dei farmaci sotto brevetto (che equivale al monopolio di qualche multinazionale per una durata di 20 anni), costi che, è stato dimostrato, si sarebbero abbattuti a un decimo del totale se fuori da queste normative (come è stato l’esempio indiano per il cocktail anti-HIV: in quattro anni, dal 2001 a oggi, si è passati da 10.000 a 100$, nonostante il WTO abbia denunciato il governo per aver violato quei 43 trattati cui accennavamo prima).
Quale può essere quindi la soluzione, cosa può mettere in crisi questo concetto della proprietà? La pratica è quella del copyriot: masterizzare, condividere, liberare i saperi per renderli accessibili a tutti. Depropriarli, che non significa rubare, perchè niente viene sottratto e tutto viene moltiplicato, messo a disposizione della collettività non riconoscendone la proprietà a nessuno. Scaricare materiale "pirata" dalla rete, copiarlo e rimetterlo in circolazione significa liberare il frutto dell’intelligenza collettiva, creare una conoscenza dalla quale tutti possono attingere e alla quale tutti possono contribuire. Un comportamento diffuso che non rispetta le regole propagandate da tutti quegli organismi come il CEPIC che difendono la proprietà per difendere gli interessi economici, ma che va a creare un meccanismo libero e incontrollabile, ma fondamentale per scardinare una società un cui le informazioni e le conoscenze stanno diventando sempre più una merce e sono trattate alla stregua di beni di consumo invece che beni comuni.