A volte il caso capita a proposito. Quello che ha dato origine a questo numero (della rivista "Multitudes" ndt.) ha permesso di affrontare due temi - uno principale, non solo in virtù della sua complessità ma per la centralità che da tempo assume nel dibattito che ci stimola; l’altro, apparentemente più legato alle circostanze e all’attualità della cronaca.
L’auspicio è che da questi due temi, che qui presentiamo insieme, possa scaturire qualcosa che vada oltre la loro semplice giustapposizione: che, al contrario, essi possano delineare, nel gioco di reciproco rinvio dall’uno all’altro e viceversa, lo spazio di una riflessione e di una pratica inedite - il che significa sia la ridefinizione scrupolosa di una nuova grammatica politica che il riscontro rigoroso di nuove soggettività, nuove potenzialità in atto, nuove strategie di conflitto, nuove rivendicazioni.
Da quando esiste, la rivista Multitudes ha tessuto con costante impegno la trama di un’altra politica possibile a partire dalle due grandi linee di orientamento che ne hanno ampiamente strutturato la validità: la biopolitica e il reddito garantito.
Sulla prima, e sul modo con cui abbiamo tentato di definire una politica della vita concepita come resistenza efficace contro il manifestarsi diffuso dei dispositivi di biopotere, ricordiamo semplicemente che essa ci ha posto di fronte ad una scelta. In effetti, potevamo continuare a sognare un fantomatico ’di fuori’ che ci avrebbe permesso di sfuggire al potere, o un passaggio al limite, o più genericamente l’insieme delle teorie di deriva che credono di potersi liberare di ciò che percepiscono come costrizione costruendo un luogo estraneo ad ogni spazio e un tempo estraneo ad ogni storia - ma sapevamo bene che quando si tratta di affermare la libertà intransitiva degli esseri umani, i pensieri negativi rivelano i propri limiti.
Potevamo anche limitarci a concepire la risposta che resiste al potere come contro-potere, letteralmente come altro potere, ma significava rischiare di riprodurre al contrario ciò da cui ci si doveva separare e per questo rinchiudersi in un circolo il cui vizio sarebbe stato l’altro nome della dialettica - e se una certezza c’era, era quella di considerare ormai senza interesse la presa del Palazzo d’inverno (e forse, l’interesse, non c’era mai stato). Restava quindi da ragionare sull’impossibilità di un ’di fuori’ e sulla possibilità di resistenza, sull’asservimento e sulla libertà, sulla violenza fatta alla vita e sulla forza che essa esercita. L’idea di una biopolitica poco a poco si è innestata nella doppia condizione in cui si trattava di ridefinire il rapporto al politico, procedendo dalle analisi che Foucault consacra all’idea di "governamentalità" - nel caso specifico di ciò che è oggetto del discorso e delle pratiche di altri e, allo stesso tempo, prodotto del proprio processo si soggettivizzazione, il risultato di un inventarsi (se stessi in rapporto ad altri) proprio nel cuore del dispositivo d’oggettivizzazione, una resistenza nella sfera stessa del potere. Ma si doveva anche spezzare la simmetria potere/resistenza: lo scollamento tra la nozione di "biopoteri" e quella di "biopolitica" - che in Foucault si manifesta solo alla fine degli anni ’70 - è servito a mostrare l’incommensurabilità tra i due termini poiché se il potere è "azione sull’azione degli altri" - alla lettera: re-azione, ri-produzione -, la resistenza è invece produzione, potere costituente, creazione - azione che è anche inscindibile con l’affermazione della propria soggettivizzazione. E’ questa l’asimmetria - tra riproduzione e produzione, tra reazione e azione, tra gestione e innovazione - che molti non hanno esitato a interpretare attraverso Spinoza, come differenza radicale tra potere e potenza aggiungendo a quest’ultima di un valore ontologico e politico evidente.
D’accordo o meno su tale spinozismo della resistenza (non l’ontologia come sola politica possibile ma la poltica come sola ontologia possibile), è chiaro che in ogni caso questo tipo di analisi biopolitica ha rilanciato e con passione l’attuale dibattito sulle forme del politico, sulle strategie dell’antagonismo, sulla costruzione di nuovi spazi di soggettivizzazione, etc.; ma è anche a partire da essa che è resa possibile la connessione con una serie di ricerche che ruotano attorno al problema della ridefinizione e modificazione del paradigma del lavoro.
In effetti, il secondo asse, che attraversa il progetto Multitudes fin dalla nascita, è quello del reddito sociale garantito (RSG). Anche qui certi ostacoli erano da evitare.
Da una parte, bisognava evitare di concepire il RSG come una proposta di ’basic income’ (reddito minimo) resa necessaria dal rarefarsi dell’occupazione in una società sempre più stravolta dall’informatizzazione - il che, nei fatti, trasformerebbe il RSG (partendo da analisi, similari a quelle di Jeremy Rifkin, che suppongono una contrazione radicale del mercato del lavoro), in una sorta di reddito di sussistenza dovuto agli esclusi della rivoluzione informatica, in realtà una misura assistenziale destinata ai più deboli. Da questo a pensare il RSG esclusivamente come risposta specifica ad una cattiva gestione del mercato del lavoro - colpevole di non aver ridotto abbastanza il tempo di lavoro per infine poter ritornare all’epoca d’oro del pieno impiego manca poco. L’insieme del lavoro di definizione, articolazione e proposta del RSG, regolarmente restituito in queste pagine, è invece riuscito a smarcarsi sia dall’assistenzialismo che dalle nostalgie lavoriste.; ma questo è stato possibile solo perché radicato nell’analisi estremamente precisa dei cambiamenti segnati dai processi di valorizzazione del capitale, partendo dal paradigma stesso del lavoro.
Il divenire-subalterno del slariato, la precarizzazione del lavoro, il drastico ridimensionamento della necessità di forza lavoro non qualificata, tutto questo è stato letto grazie ad una diagnosi preliminare che ha visto il trasferimento completo del processo di produzione di ricchezza attraverso l’integrazione sempre più marcata dei saperi vivi. e della cooperazione sociale, dell’intellettualità diffusa e della produzione cognitiva.
Tutto sommato - e senza voler insistere sugli aspetti che sono appunto insiti nelle molteplici analisi proposte nella parte centrale di questo numero -, è proprio per il fatto che la produzione si è tendenzialmente trasferita dalla riproduzione materiale di merci ad una forma di valorizzazione che integra in modo essenziale la dimensione immateriale, cognitiva, linguistica, affettiva; e per il fatto che, su tali basi, è stato sempre più difficile distinguere il tempo di lavoro dal tempo di vita - essendo la vita stessa al centro della valorizzazione del capitale -, che la proposta del RSG è stata concepita come una nuova forma di retribuzione sociale della produttività della vita nel suo insieme.
Una retribuzione pensata non più nei termini di lavoro salariato: poiché la produttività sociale è infinitamente più ampia di quanto ne rappresenta quest’ultimo, e poiché al giorno d’oggi la precarizzazione che minaccia uomini e donne riguarda meno il lavoro, in senso stretto, che la vita stessa.
Si capisce allora come i due temi che da tempo vengono elaborati in Multitudes, abbiano finito per incrociarsi - sulla riproduzione (di beni materiali) e sulla produzione (cognitiva), sui biopoteri e sulla resistenza biopolitica, sulla captazione e lo sfruttamento capitalista della potenza innovatrice della vita e sulla retribuzione sociale di tale produttività... La rivendicazione di un reddito garantito sganciato dal lavoro salariato è l’altro aspetto delle analisi biopolitiche sulla potenza della vita: dal punto di vista economico, significa la remunerazione di ciò che ormai regge la possibilità di valorizzazione del capitale; dal punto di vista politico, significa riconoscere che i processi di soggettivizzazione alla base di questa valorizzazione sono anche quelli che permettono la resistenza, l’antagonismo, il conflitto - cioé la riappropriazione della vita.
Abbiamo cominciato sottolineando il fatto che spesso il caso capita a proposito. Le rivolte nelle ’banlieues’ e, qualche mese dopo, il movimento anti-CPE, poi il generalizzarsi di pratiche di disobbedienza sociale con lo scopo di proteggere e nascondere dei bambini (e degli adulti) sans-papiers, hanno profondamente segnato l’anno passato. Avremmo potuto consacrare loro un inserto nel n°26, oppure nel n° 28. Cosi non è stato, essenzialmente per banali motivi di scadenze editoriali: la parte centrale sul reddito sociale garantito e quella complementare sul ciclo di lotte iniziato da un anno a questa parte (e che non pare per niente esaurito) si sono ritrovati fianco a fianco nello stesso numero. A volte non ci vuole molto per far saltare agli occhi cose evidenti a cui giriamo intorno - un po’ come una figura del tappeto che, simile a quella di Henry James, alla fine sceglie di svelarsi ai ciechi che pretendono vedere.
L’evidenza, nel nostro caso, era doppia: da una parte, le recenti lotte francesi del 2005-2006 costituivano un ciclo omogeneo perché rivendicavano una protezione e garanzie per la vita - materiale, ma anche sociale, politica, affettiva, linguistica, cooperativa - in quanto istanza produttiva, contro la sua precarizzazione forzata e la sua captazione violenta. Da ll’altra, questo "diritto alla vita" operava un doppio distacco, con uno strappo netto rispetto ai discorsi del potere: la vita non è riducibile alla sua biologizzazione, allo stesso modo in cui il rivendicare dei "diritti" non è riducibile entro i termini nei quali si esprime tradizionalmente il potere sovrano (cioé attraverso la giuridicizzazione della gestione politica degli esseri viventi).
Allo stesso modo in cui si ragiona sul reddito liberato dal lavoro salariato, bisogna ragionare sulla vita sottratta alla sola biologia e restituita alla propria potenza politica, e rivendicare per essa dei diritti universali indipendentemente dall’espressione giuridica del potere sovrano - anzi, contro quest’ ultimo, a partire dalla sua crisi in atto.
Bisogna costruire l’immagine - e la realtà - di una cittadinanza slegata da qualsiasi riferimento territoriale - dalle frontiere invisibili dell’emarginazione produttiva e sociale vissuta nei diversi quartieri delle ’banlieues’ alle frontiere colorate (diventate ferocemente assassine) che, nelle carte geografiche, separano gli Stati-nazione come tante reliquie di una modernità che tenta di sopravvivere alla propria morte; una cittadinanza concepita come accesso universale e incondizionato a ciò che distingue per sempre il ’biòs’ dalla ’zoe’: il diritto al "comune", a ciò che due secoli orsono i giacobini chiamavano semplicemente ’diritto alla felicità’. Ed è a partire da queste tre tematiche - reddito sociale garantito, diritto di cittadinanza incondizionato e universale, diritto alla felicità - che oggi si tratta senz’altro di ripensare l’orizzonte di una politica possibile.
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Traduzione dal francese all’italiano a cura di GlobalProject_Venezia.