RASSEGNA STAMPA

Fonte: Il Manifesto 01.04.2007

Il mondo in gioco. Grande meeting a Venezia

Domenica 1 aprile 2007
Movimenti sociali dai cinque continenti a discutere di differenze e pratiche simili, organizzazione politica e trasformazione possibile nell’inquietante disordine liberista

Benedetto Vecchi - Inviato a Venezia

Il potere imperiale degli Stati uniti? E’ al capolinea. La sconfitta in Iraq, il pantano Afghanistan sono i drammatici sintomi della crisi dell’amministrazione di George W. Bush nell’imporre un governo del mondo secondo il Washinghton consensus. Crisi dell’unilateralismo Usa? Non così scontato, visto che Bush sta pigiando l’acceleratore dell’escalation. La diversità di accenti, analisi, sensibilità sono elemento costitutivo di un Global Meeting come questo, in corso a Venezia presso il centro sociale «Rivolta». Ma non è una Babele, negli incontri la staffetta passa fra donne e uomini, di terra in terra.
Giovani da cinque terre
La diversità è l’apriori da cui partire - su questo hanno scommesso gli organizzatori veneziani, e gli rispondono i circa mille uomini e donne «registrati» all’incontro, il tutto esaurito delle sessioni plenarie. Poi viene il momento di sottilineare i punti di convergenza analitici e dunque politici tra le esperienze dei cinque continenti.
Omogeneità delle politiche nazionali, ovviamente, ma anche e soprattutto dei movimenti sociali, che si arrovellano sulla crisi della democrazia rappresentativa, gli scenari inquietanti ma aperti tuttavia a inedite possibilità di trasformazione sociale che il «grande disordine» consente.
Giovani, la stragrande maggioranza, mentre le teste sale e pepe si contano sulle dita di due mani. Vengono da tutta Italia, ma anche da Spagna, Germania, Francia, America Latina, Medio oriente, Stati uniti, India e Cina. Del Medio oriente, l’anarchico israeliano che gira come una trottola per parlare della campagna contro il muro tra Israele e Palestina è solo una punta di un piccolo iceberg di movimenti sociali che vogliono rompere la tenaglia tra fondamenalismo islamico, ebraico, e la paralizzante realpolitik dei governi di Tel Aviv e Ramallah. E quando parla Moustafa Barghouti, la sale zittisce attenta all’esponente palestinese che illustra le difficoltà di muoversi in una situazione di guerra a bassa intensità. D’altronde molti qui sono stati protagonisti della disobbedienza sociale, hanno fatto il loro esordio alla politica a Genova, nel 2001, prodotto insieme a molti altri tutte le tappe del movimento contro la guerra, e sanno che stare in un movimento «plurale» è come stare in un zona dove tutto è incerto.
Questa la ragione dell’incontro con militanti sociali dei cinque continenti, perché, come ha più volte insistito Luca Casarini, si è chiuso un ciclo e ora serve un nuovo «patto» tra quanti non recedono dalla volontà di affermare l’autonomia dei movimenti dal sistema politico. Non un rifiuto della politica - è stato molto sottolineato polemizzando con le Note di Rossana Rossanda sul manifesto del 30 marzo - ma per affermare un’altra politica. Così, nelle prime due giornate si sono ripercorse le tappe significative degli ultimi anni. Genova, ma anche il teorema della guerra permanente. E quel vento nuovo che in America latina ha portato nella stanza dei bottoni tanti «governi amici».
In apertura, la proposta su cui discutere è la lettura della crisi del progetto neo-con. La illustra Toni Negri, che non nasconde la difficoltà di proprore una chiave interpretativa priva di dubbi. «George W. Bush ha fallito, ma questo non significa che siamo di fronte a un’inversione di tendenza. L’amministrazione repubblicana continuerà la guerra, ma il suo progetto di governo mondiale, anzi imperiale è al capolinea». Da qui la convinzione che occorre prepararsi alla riedizione di un multilateralismo pieno di incognite e contraddizioni.
Impero, non impero...
L’autore di «Impero» è cauto. Invita a una radicalità teorica avvertita che non c’è alcun ritorno allo status quo ante 11 settembre, ma ribadisce che la strada è piena di ostacoli e non consente scorciatoie. Invita a discutere di moltitudine, ma non nasconde i processi di omogenizzazione sociale prodotti dal neoliberismo su scala globale. Propone il nodo dell’organizzazione in quanto fatto costituente della politica e caldeggia sperimantazioni che vadano oltre la forma-partito e la forma-sindacato. Indica l’orizzonte di una democrazia radicale, ma segnala le proposte in campo di un potere imperiale soft, che qualifica con il termine governance, con cui fare i conti.
E’ un campo tematico poi stravolto, articolato e discusso da molti dei relatori che si alternano sul palco, dalle 10 del mattino fino a mezzanotte. Lo studioso americano Stanley Haronowitz non è molto convinto sulla fine dell’unilateralismo Usa, ma apprezza lo «scenario mondiale in forte movimento» proposto da Negri. Oceanica la sessione dedicata all’America latina, fra testimonianze e tentativi (gli ecuadoregni, gli argentini,i colombiani) di registrare i punti di difficoltà dei movimenti sociali nell’agire in un quadro istituzionale che fa suoi i temi di molte mobilitazioni e che rigetta il progetto neoliberista, invitando però alla cautela.
Ma un global meeting è un continuo happening e dopo le sessioni plenarie, iniziano gli incontri ravvicinati.
Assediato il cinese Wang Hui, mentre Brett Neilson continua a raccontare di Sidney e Melbourne. Coccolati i turchi e i curdi. E l’Italia? Distanza siderale tra ciò che si discute qui e la dialettica politica istituzionale. Se si chiede di Bertinotti, Prodi, Fassino... «Vivono in un mondo parallelo, Second Life: pensano di disporre della vita degli altri come in una realtà virtuale».

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