RASSEGNA STAMPA

Fonte: Il Manifesto 03.04.07

Bye bye partiti, il movimento è autonomo

Martedì 3 aprile 2007
«Non ci sono governi amici, ma non si dica che è antipolitica». Il Global meeting rilancia il «patto» della maggioranza che è contro la guerra, la base di Vicenza, la Tav
Orsola Casagrande
Venezia - Anomalia, indipendenza, autonomia, crisi della rappresentanza, patto. Sono le parole che ricorrono più spesso nel dibattito conclusivo del Global Meeting che per tre giorni ha tenuto inchiodate al centro sociale Rivolta di Marghera oltre mille persone. Milletrecento quelle registrate nella sola giornata di domenica.
Organizzato da Global Project, uninomade e Ya Basta, il global meeting ha ospitato delegazioni da tutto il mondo per ascoltare, proporre, discutere.
L’anomalia, lo dice Luca Casarini dei centri sociali del nord est e lo ribadisce Gino Strada, è anche Emergency, quel «granello di sabbia che ha inceppato il meccanismo della guerra e che ora si vuole eliminare». Indipendenza e autonomia è quello che rivendica il movimento. E sono concetti che fanno paura perché rivelano, sostiene ancora Casarini, che oggi contro la guerra «così come contro la Tav o la base militare Usa a Vicenza» è una maggioranza. Lo articola Giorgio Cremaschi, della Fiom, dicendo che bisogna «tenere dritta la barra su questioni sulle quali in tutto il mondo ci si è messi in moto. Il rifiuto della guerra - dice ancora Cremaschi - è elemento costituente.
Non è che la guerra di Bush non va bene ma quella dell’Onu possiamo accettarla». Per questo per Cremaschi i «movimenti non hanno governi amici. Non possiamo concedere al governo Prodi ciò che non abbiamo concesso a Berlusconi. Perché così facendo - aggiunge - ridurremmo la nostra capacità di costruire un percorso duraturo. I governi passano ma i movimenti restano». E anche se «so bene che la totale estraneità dei movimenti alla lunga non funziona non posso - conclude Cremaschi - farmi condizionare da questo. Non possiamo in questa fase che autonomizzare i movimenti: i partiti sono partiti. Salutiamoli».
La crisi della rappresentanza, l’astrazione del 98,98% del parlamento dalla realtà quando vota sì al rifinanziamento della missione in Afghanistan sono evidenti. Ma cercare e sperimentare forme altre, anche di rappresentanza (come stanno facendo per esempio il movimento No Tav, No Mose, No dal Molin) non sono rifiuto della politica. «Perché - chiede Francesco Pavin del presidio permanente contro il dal Molin - continuano ad accusarci di antipolitica? Forse perché la politica tradizionale teme nuove pratiche della politica, che poi vuol dire un esercizio nuovo della democrazia». Ormai, come racconta Lele Rizzo dei No Tav, «siamo allo sdoppiamento dei politici, con il ministro Pecoraro Scanio che quando viene in val Susa parla da uomo e si dice contrario alla Tav, poi da ministro e allora è più possibilista, cerca percorsi alternativi». Che, va detto, sono stati cassati dalla grande manifestazione di sabato scorso, oltre ventimila persone, in Val Sangone.
E’ la doppiezza etica di cui parla Paolo Cacciari. «L’errore - dice - è all’origine ed è la ragione del mio no alla missione in Afghanistan. La guerra, la pace sono questioni che devono uscire dal repertorio della politica perché sono beni indisponibili. Per questo bisognava lasciare libertà di coscienza al parlamento». Per Cacciari autonomia dei movimenti non può significare indifferenza, separazione: «Sarebbe una rinuncia a influire, a condizionare le istituzioni». Bisogna dunque mettere in campo una vera alternativa alla guerra. Comincia a declinarla Fabio Corazzino di Pax Christi, questa alternativa. «Non spetta a noi sostenere il governo - dice - il movimento deve rimanere spazio di interlocuzione libero su questioni che il governo Prodi prima ha detto di voler sostenere e alle quali poi ha invece voltato le spalle». Allora essere contro la guerra significa essere anche contro la strategia della guerra. Che vuol dire aprire gli occhi sul riarmo (e il nostro paese produce ed esporta armi), sul dopoguerra che è spesso business anche per alcune ong, e sulla democrazia e le risorse. Sapendo che mantenere questo stile di vita significa non tutelare la democrazia.
Tutte queste idee e suggestioni hanno un unico comun denominatore: il patto di mutuo soccorso. Stretto in val Susa l’anno scorso, va ampliato. Non sodalizio di minoranze, tra pochi, ma mettersi insieme di molti, maggioranza. Spazio dove sperimentare nuove pratiche della rappresentanza e della democrazia. La sperimentazione parte da Marghera per chi vorrà raccoglierla.
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