Lo scorso 2 maggio il partito di Ariel Sharon, il Likud, ha respinto il suo piano di disimpegno da Gaza, ma il primo ministro israeliano difficilmente permetterà a questo momentaneo intoppo di frenarlo. Il voto del Likud comporterà modifiche al piano ma, da quando è tornato da Washington con occhi sognanti, Sharon si è fissato sul disimpegno come primo passo verso la sua vittoria finale. Mentre alla Casa Bianca ascoltava in piedi la dichiarazione di sostegno al suo piano del presidente Bush, Sharon era visibilmente esultante per il trionfo. In un sol colpo, il presidente aveva spazzato via decenni di diplomazia americana, tutte le norme internazionali che vietano l’acquisizione di terra mediante occupazione, e le numerose risoluzioni Onu sui diritti dei profughi palestinesi e lo status illegale degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Mentre la comunità internazionale, e in particolare il mondo arabo, assistevano con orrore a questo cambiamento di linea - un terremoto politico senza precedenti - Sharon gongolava vedendo realizzarsi la sua aspirazione di tutta una vita. Alla fine, il colpo fatale che egli voleva assestare al fragile processo di pace era stato sferrato. Il diritto al ritorno dei profughi era stato revocato, lo status dei più grandi insediamenti della Cisgiordania era garantito. La costruzione del muro poteva continuare a espropriare la terra palestinese distruggendo la possibilità fisica di uno stato palestinese, mentre il presidente americano aveva ricevuto assicurazioni che quella costruzione sarebbe rimasta meramente temporanea. Le truppe israeliane di stanza a Gaza potevano essere dislocate altrove mantenendo allo stesso tempo un controllo totale - come sta a ccadendo tragicamente in queste ore - sul cielo, sulla terra e sull’accesso dal mare della Striscia di Gaza, sulla sua acqua, sulle sue importazioni e sulla sua elettricità. In breve, poteva cominciare l’asservimento finale del popolo palestinese, e tutto con il suggello dell’America.
Eppure, negli anni a venire, Sharon potrebbe scoprire che il giorno del trionfo da lui immaginato è il giorno in cui di fatto hanno iniziato ad avverarsi i suoi incubi peggiori.
Proprio come il presidente Bush ha sovvertito anni di politica americana in Israele e Palestina, così la sua dichiarazione deve segnare un passaggio fondamentale nella strategia della lotta palestinese.
Se Sharon dev’essere lasciato senza controllo da un presidente che, preoccupato per le sue prospettive di rielezione, non vuole provocare l’elettorato ebraico e della destra cristiana, allora la soluzione che prevede due stati è morta. Per quanto riguarda i profughi, sarà perduto il principio che il futuro di Gerusalemme debba essere stabilito attraverso negoziati bilaterali. Gerusalemme non farà mai più parte di una Palestina indipendente. L’unica opzione che rimane è quella di un singolo stato.
Sharon è attento alla crescente questione demografica nei territori occupati. Una popolazione palestinese che attualmente è pari a quella israeliana e presto la sorpasserà, non può essere tenuta all’infinito sotto un’occupazione aperta. Il disimpegno da Gaza e il ritiro parziale degli insediamenti mantiene l’apparenza di una concessione e getta le basi per una soluzione al problema demografico, mantenendo allo stesso tempo la prigionia dei palestinesi.
Uno stato palestinese nei termini dettati da Sharon non sarà solo insostenibile: non sarà affatto uno stato. In Cisgiordania sarà copiato il modello di Gaza. Il territorio sarà ridotto a ghetti isolati a Ramallah, Jenin-Nablus e Betlemme-Hebron. Bush può dichiarare pubblicamente di auspicare uno stato palestinese «realizzabile, contiguo, sovrano e indipendente», ma ha già dimostrato che non interverrà mai contro la distruzione deliberata di questo stato da parte di Sharon.
L’idea di Sharon di una Palestina indipendente è simile ai bantustan creati per i sudafricani neri nel 1951. Sostanzialmente riserve su base etnica, questi bantustan venivano anch’essi spacciati alla comunità internazionale come un passo verso la decolonizzazione e una soluzione al problema demografico del Sudafrica che, come in Palestina, vedeva la minoranza al governo superata numericamente da una maggioranza indesiderata. Ma fu presto chiaro che il modello era stato studiato per legittimare l’espulsione della popolazione nera. Questa strategia è crollata e il mondo si è mobilitato per sconfiggere l’apartheid.
Lo stato di Israele è già assai prossimo a diventare uno stato paria all’interno della comunità internazionale, come il vecchio Sudafrica. Se non fosse stato per il veto americano, quasi certamente sarebbe sottoposto a sanzioni. Se Sharon negherà ai palestinesi qualunque speranza di una patria realizzabile e libera, questi non avranno altra scelta che premere per un unico stato democratico binazionale.
Prima di partire per Washington, Sharon ha visitato Maale Adumim, il più grande insediamento della Cisgiordania, a est di Gerusalemme. Parlando a una adunata di coloni, ha promesso che le loro case continueranno a fare parte di Israele «per l’eternità».
La promessa potrebbe rivelarsi vera, ma questi fanatici religiosi troverebbero così attraente la terra di cui si sono impossessati, se essa facesse parte di un più ampio stato binazionale comprendente tutta la Palestina storica? La terra sembrerebbe così importante se non fosse rubata, ma concessa? Dove starebbe l’appeal di vivere in una fortezza prefabbricata di cemento, se sia gli israeliani che i palestinesi avessero libero accesso a tutti i loro luoghi sacri?
Non basta. Sharon ha pubblicamente dichiarato morta la roadmap. Non ha lasciato spazio di manovra nemmeno ai suoi alleati che sostengono che il processo di pace potrebbe agevolare il suo piano. Eppure il voto del Likud contro di lui ha dimostrato che il piano di disimpegno, per quanto cattivo, è ancora un passo troppo avanti per la destra israeliana. Il referendum ha potuto solo convincere i palestinesi che non c’è speranza per il processo di pace e che, se due stati sono impossibili, non resta loro altra scelta che combattere per la propria libertà e sopravvivenza e per avere pari diritti all’interno di un singolo stato.
Come reagirebbe Sharon a una ritorsione così drammatica da parte del popolo che lui ha tentato in modo così evidente di demonizzare e distruggere? Lungi dall’essere il trionfo immaginato alla Casa Bianca, la sua strategia - distruggere il popolo palestinese una volta per tutte - potrebbe rovesciarglisi contro in modo terribile.
*Segretario generale di Iniziativa nazionale palestinese,esponente della società civilepalestinese
(Trad. Marina Impallomeni)