L’esercito israeliano da cinque giorni sta portando avanti una massiccia operazione militare a Rafah, città nel sud della Striscia di Gaza, al confine con l’Egitto.
L’operazione, mascherata come al solito dietro il pretesto di portare maggiore sicurezza ad Israele, sembra invece puntare alla demolizione completa di una larga parte della città, la zone confinante con l’Egitto. Già da molto tempo nell’area era in corso la costruzione di un muro di separazione, per meglio controllare il confine. Israele sostiene da tempo che questo confine venga usato dalla resistenza palestinese per il contrabbando di armi, attraverso dei tunnel sotterranei. Ma durante le molteplici incursioni che l’esercito ha compiuto negli ultimi anni a Rafah non è stato mai provato il passaggio di armi. Sono però state distrutte centinaia e centinaia di case lungo il confine, dall’inizio di questa Intifada ormai il numero si aggira intorno alle 1800 abitazioni demolite.
Anche volendo credere alla storia dei tunnel, non è chiaro perché tutte queste abitazioni debbano venir demolite interamente per cercarli.
Il vero scopo della demolizione delle abitazioni è quello di "pulire" un’intera area, e lasciare così più spazio possibile tra il confine egiziano e la prima casa palestinese. Questo per permettere all’esercito israeliano di agire in maggior tranquillità e di spostarsi più facilmente sul territorio, e poter compiere repressioni militari rischiando meno. Come succede in altre regioni dei Territori Occupati, come a Qalqilya, a Gerusalemme, a Hebron, il governo israeliano sta creando tutte le condizioni perché i palestinesi si allontanino, perché lascino la terra a Israele, emigrino, "scelgano" di vivere umanamente altrove..
Non c’è nessuna giustificazione per quello che Israele sta facendo a Rafah. I cittadini, resi ora senzatetto, erano per la maggior parte già rifugiati del 1948. Circa 200 abitazioni, ma il numero non è definitivo, sono state demolite solo in questi giorni, più di 1500 persone sono state rese nuovamente profughe.
Negli ultimi giorni, almeno 24 persone sono state uccise. Non in scontri tra due forze armate, ma assassinate, chi perché raggiunto da un proiettile, molti bombardati dagli aerei israeliani. Molti corpi sono stati completamente dilaniati e i testimoni raccontano di parti umane sparse per le strade in mezzo al sangue. Tutti stanno aspettando ancora il peggio, senza poter far nulla e senza che il mondo faccia nulla per loro.
Rafah è stata completamente isolata dal resto della Striscia di Gaza dall’esercito israeliano, nessuno può entrare od uscire. Tutte le attività della città sono chiuse, scuole comprese.
Nessun giornalista straniero si trova sul posto a documentare gli accadimenti. Le poche associazioni che potevano accedere a Rafah non possono più farlo.
Gli internazionali non possono entrare. A Rafah non è permesso nemmeno portare solidarietà civile.
La comunità internazionale, come al solito nel caso del conflitto israelo-palestinese, sta a guardare ma non interviene, come fece durante il massacro nel campo profughi di Jenin nel 2002.
Le parole non salvano le vite umane né le case. La comunità internazionale deve immediatamente intervenire, smettendo di finanziare, appoggiare e sostenere lo Stato d’Israele e il suo esercito di occupazione nei Territori Palestinesi. La comunità internazionale ha il dovere di fermare la distruzione della città di Rafah, perché se rimarrà ferma a guardare diventerà anch’essa responsabile di quelle morti, di quelle distruzioni
Servizio Civile Internazionale