Amburgo, 28.05.07/Diario di bordo#1
Berlino, 29/30 maggio 2007/Diario di bordo#2
La Battaglia di Rostock / Il “Camp”
Per capire la battaglia di Rostock, oltre a considerazioni più direttamente politiche, forse bisogna prima tentare di capire il “camp”, ovvero i camping auto-organizzati attorno ad Heiligendamm dove si sono accampate migliaia di persone arrivate da ogni angolo del mondo per partecipare alle mobilitazioni contro il G8. Il vero accerchiamento del summit dei potenti è prima di tutto rappresentato da queste forme di vita, libere e moltitudinarie, che in modo inverso a loro organizza la vita in comune con mezzi poveri ma potenti, spartani ma elegantissimi nella loro immediatezza.
La presenza di giovani e giovanissimi è massiccia, organizzati in gruppi piccoli e grandi, alcuni appartenenti a realtà organizzate (specie antifasciste) ma moltissimi sono quelli che si sono organizzati in modo autonomo, vere e proprie comuni di amici arrivati a Rostock con il desiderio di condividere un’esperienza collettiva e contribuire alla costruzione delle macchine insorgenti che già ieri - in occasione della manifestazione internazionale del 2 giugno - si sono viste entrare in azione. Il Camp Rostock accoglie circa 5/6000 persone che man mano hanno contribuito alla costruzione delle infrastrutture “estetiche” del campo: tepee, castelletti di legno, capanne-pub, piccoli sound system e cucine popolari, una parte del campo gestito dell’Edonostic Group organizza eventi musicali ogni sera (ma anche di giorno…) e le assemblee generali vengono giustamente tenute sotto un grande tendone da circo. Una palazzina bianca, col terrazzo sempre pieno di gente e abbellito da striscioni multilingue, accoglie le strutture informatiche, il pronto soccorso e i vari servizi di informazione che funzionano 24 ore su 24. Non c’è mai stato alcun problema in questi giorni al Camp nonostante non sia facile, come si può immaginare, la convivenza di migliaia di persone; il rispetto degli altri è una regola generale, certo, ma forse in questo caso funziona di più la voglia di condivisione e di lotta.
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La manifestazione del 2 giugno ha avuto dall’inizio alla fine un andamento determinato, con blocchi serrati di cordoni che, senza perdere mai l’ironia, hanno condotto un corteo che poteva finire come tanti altri - quelli dove “non succede niente” (non deve succedere niente) e che non lasciano traccia se non nelle dichiarazioni dei parlamentari e dei portavoce delle varie associazioni-fuffa che non mancano mai in queste occasioni, al fine di timbrare il cartellino di rappresentanti del nulla – ma che invece ha espresso una voce e una pratica collettiva e condivisa. Gli attacchi alle banche, ai negozi-simbolo del capitale multinazionale e ai pretoriani dell’Impero, hanno indicato il senso che una mobilitazione come questa può rivestire per gli attivisti, i quali poi devono fare i conti con la quotidianità dello sfruttamento e della guerra globale nei loro territori. E’ stato come se si dicesse: “ok, c’è il G8…ma questa riunione è solamente una rappresentazione ipersemiotica del comando sul mondo, noi preferiamo guardare direttamente il nemico negli occhi e rovesciarli addosso il nostro disprezzo: praticamente”. E se il G8 è un palcoscenico, allora meglio usarlo fin da subito come grancassa della marcia insorgente della moltitudine.
Crediamo sia importante segnalare il fatto che una volta accesisi gli scontri di fronte al porto – durati più di tre ore – il corteo non si è fatto intimidire e anzi ha preso l’iniziativa più e più volte, resistendo, contrattaccando e disperdendosi solo nel momento in cui l’energia degli attivisti cominciava a diminuire e le guardie imperiali hanno deciso di passare ai mezzi pesanti. Ma, in ogni caso, non si è arretrati mai.
Oltre agli attivisti più determinati, alla battaglia hanno partecipato in moltissimi, con mezzi differenti ma solidali con le migliaia che affrontavano lo scontro in forma diretta. Quindi, non state ad ascoltare i corvi che sostengono la solita litania degli autonomi “infiltrati” (anche perché è difficile credere a una infiltrazione di migliaia e migliaia di persone…) e della non condivisione delle forme di resistenza messe in campo da parte del corteo. Se li incrociate sulla vostra strada non perdete l’occasione e ditegli forte e chiaro cosa pensate di loro. Segnaliamo, en passant, che al passaggio di alcuni esponenti di Rifondazione Comunista diversi manifestanti hanno espresso in modo “colorato” questo tipo di valutazione.
Gli unici, infatti, che avevano qualcosa da dire contro la resistenza erano in effetti alcuni tizi con in mano le solite, risapute, bandierine di partito: poca cosa, davvero.
E i giovani possiamo assicurare che erano per la maggior parte in mezzo alle strade, a tirare sassi col sorriso sulla bocca (nonostante le maschere è facile intuire il feeling di queste situazioni).
A Venezia, durante l’assemblea europea del Global Meeting, avevamo detto “chi colpisce per primo colpisce due volte” e la Battaglia di Rostock è stato questo primo colpo, battuto prima che i potenti aprissero bocca. Non è poco.
Non siamo dei veggenti e non sappiamo ancora come sarà il proseguio delle mobilitazioni, intanto sappiamo di poter portare a casa, nelle nostre comunità, la consapevolezza della possibilità di resistere in tanti e di farlo con gioia. Non dimenticheremo gli incoraggiamenti in tutte le lingue che arrivavano durante la rivolta, non dimenticheremo l’urlo di desiderio che accompagnava la carica dei militanti contro il potere.
Non dimenticheremo questa battaglia.
Smash G8 and Enjoy the Battle!
International Brigades, Italian Section