Esistono due modi di riforma della struttura agraria di un paese: attraverso la rivoluzione o attraverso l’intervento dello Stato nella demarcazione delle terre. Questa seconda modalità è quella che di solito viene chiamata Riforma Agraria. Rivoluzione agraria è stata quella che ha fatto Emiliano Zapata in Messico, nei primi anni del 20° secolo. Lui e i suoi compagni dell’ “Ejercito Libertador del Sur” non aspettarono nessuna legge o decreto per ridividere le terre. Montarono sui loro cavalli e cominciarono a incendiare le fabbriche di zucchero che avevano usurpato le terre comuni dei loro antenati. Processi simili sono avvenuti in China, Bolivia, Vietnam. Riforma Agraria, dall’altro lato, sono i programmi di distribuzione delle terre promossi dallo Stato con i più svariati obiettivi.
Dopo la 2° Guerra Mondiale, molti stati borghesi hanno sviluppato programmi di riforma agraria. Nella maggiorparte dei casi, l’obiettivo era quello di modernizzare la struttura agraria dei loro paesi, al fine di rendere possibile la penetrazione delle relazioni capitaliste di produzione nel campo. Qui, in Brasile, la prima proposta di riforma che entrò nell’agenda politica del paese – la proposta del Presidente João Goulart- centrava la necessità di una soluzione per la predominanza delle relazione pre-capitalistiche nelle campagne brasiliane.
L’agricoltura brasiliana, a quel tempo, non era capace di rispondere agli aumenti della domanda alimentare urbana. Questo generava inflazione. Dall’altro lato, il basso potere di acquisto della popolazione rurale bloccava l’espansione della produzione industriale brasiliana. Il progetto di Goulart menzionava la povertà rurale, ma l’enfasi era posta sul ritardo economico. Poiché il problema della produzione di alimenti venne risolto, senza la riforma agraria, attraverso l’ammodernamento tecnologico realizzato dal successivo governo militare, gli ideologisti di destra cominciarono ad affermare che questa riforma non era più necessaria.
Un’altra fase
La seconda ondata riformista (1984-1988) incentrò l’attenzione sulla necessità di combattere la povertà rurale come principale ragione a favore della Riforma Agraria. Da allora, durante tutti i momenti di maggiore slancio per la realizzazione di questa riforma, si tende ad enfatizzare il carattere perverso della struttura agraria. L’unico elemento nuovo che le forze pro-riforma introdussero è stata la necessità di una distribuzione migliore della terra per diminuire l’agricoltura predatrice dell’agrobusiness e la stessa piccola agricoltura – in questo caso a causa della mancanza di appoggio tecnico e di finanziamenti.
Ma gli avversari della riforma continuano a sostenere che il tempo della riforma agraria è gia passato e oggi arrivano a sostenere che il Brasile non può prescindere dall’agrobusiness e dall’agricoltura in larga scala. Questo è lo stato attuale del dibattito sul problema. Come si deduce, la destra continua a vedere la riforma esclusivamente come una politica economica.
Dal 1984, però, le rivendicazioni della popolazione rurale e gli argomenti dei difensori della riforma sono di altra natura. Quello che si è affermato è che il maggior difetto della struttura agraria brasiliana consiste nel fatto che è una vera e propria macchina che genera povertà. Basta dire che tutti i programmi tentati fino ad oggi con la finalità di diminuire questa povertà si fermano di fronte all’ostacolo principale: la concentrazione della proprietà della terra.
I “Programmi di sviluppo rurale integrato”, che hanno assorbito grandi finanziamenti, grazie ai prestiti della Banca Mondiale, si sono dimostrati fallimentari perché i soldi destinati direttamente alla popolazione povera, venivano, in un secondo momento, trasferiti quasi totalmente ai grandi operatori del settore agricolo e principalmente sono finiti nelle mani dei proprietari terrieri. La ragione di ciò è molto semplice.
La concentrazione di terra genera relazioni economiche, sociali e politiche che subordinano totalmente la popolazione rurale a un ridotto numero di grandi proprietari.
Questa subordinazione riduce le possibilità di guadagno dei piccoli proprietari e i salari dei lavoratori senza terra a livelli così bassi che oltraggiano, non solo i principi di democrazia, ma anche i più elementari principi di solidarietà umana.
È provato, per esempio, che nelle regioni degli zuccherifici più moderni del paese, vi sono lavoratori che muoiono per la fatica, a causa del bassissimo prezzo pagato per il loro lavoro di tagliatori di canna da zucchero… La popolazione rurale è quella che vive le peggiori condizioni di abitazione, alimentazione, salute e scolarità. Questa è la realtà che gli avversari della riforma agraria vogliono nascondere. Per questo, sviano il dibattito dal lato della produzione agricola. Fuggono dal centro della questione: fino a quando non si toglie la concentrazione della terra sarà impossibile impedire la povertà rurale; e, fino a quando, la popolazione rurale continua a vivere in stato di povertà, non ci sarà possibilità di ampliare e stabilizzare la democrazia in Brasile e finirla con la violenza nei campi.
Non c’è nessuna difficoltà per dimostrare, con dati e numeri precisi, che il paese può perfettamente organizzare la sua produzione agricola senza dipendere, come dipende attualmente, dall’agrobuisness. Questo è un buon argomento a favore della Riforma Agraria. Ma non è in nessun modo, il più importante per giustificarla. Questa riforma è imprescindibile e urgente, per una ragione più forte: per una questione di giustizia sociale. La Giustizia Sociale, fondamento dell’ordine democratico, condizione per la pace e la tranquillità sociale, consiste, nell’equa distribuzione dei beni materiali che la società produce e nell’effettivo rispetto dei diritti ugualmente riconosciuti a tutti i sui membri.
Articolo di Plinio Arruda de Sampaio, avvocato e economista, presidente dell’Associazione Brasiliana di Riforma Agraria (ABRA) e direttore del giornale Correio da Cidadania.
Traduzione e adattamento a cura di Ass. Ya Basta! Reggio Emilia
Vai allo Speciale 5° Congresso MST