Senigallia non è un’isola felice, proprio per questo per capirne la politica urbanistica è necessario partire da una premessa più generale.
In Italia:
Alla metà degli anni ‘90 si chiudeva definitivamente il capitolo GESCAL, ovvero quei fondi statali costruiti con i contributi dei lavoratori pensati e serviti per la costruzione delle case dello IACP. Con la riforma delle pensioni del governo Dini, una gran parte di questi contributi fu fatto confluire nelle casse degli Enti Previdenziali e poi gestiti dalle regioni. Era l’atto di morte di una politica sociale già in crisi. Senza la GESCAL emergono una serie di soggetti sociali che a causa delle loro forze limitate non sono più capaci di accedere al mercato della casa con le loro forze (anziani, famiglie, migranti e precari). Gli enti pubblici che prima gestivano le case vendono quest’ultime alle banche internazionali con il risultato della privatizzazione di massa delle case popolari; il tutto nella totale assenza d’ogni politica statale per l’edilizia sociale.
I dati riguardanti gli alloggi in Italia: 10mila sfratti in corso, 5mila gli stranieri che occupano stabili abbandonati, pubblici o privati, e 30mila domande inevase per alloggi popolari (contro le 24mila del 2006). Oggi, una fetta sempre più ampia di popolazione non riesce a pagare l’affitto né può permettersi di accendere ad un mutuo. Chi ne ha acceso, invece, rischia continuamente di perdere la casa in quanto non riesce a pagarne la rata.
I prezzi, infatti, dopo l’abolizione dell’equo canone e quindi di un tetto obbligatorio, sono schizzati a livelli insostenibili. I livelli proibitivi degli affitti hanno peraltro incentivato la tendenza all’acquisto tramite dei mutui ipotecari, cosicché attualmente più del 70% degli italiani risulta proprietario, con riduzione della fascia di disagio abitativo, ma con crescita della sua gravosità e insopportabilità.
A Senigallia:
Fino al ’99, l’istituto per le case popolari (IACP) ha chiesto ripetutamente al comune se aveva necessità di costruire case popolari ed il comune non rispondeva, mentre costruiva modelli residenziali e turistici con costi elevatissimi.
Il 92% del bilancio comunale è costituito dagli oneri urbani. Questo rende il nostro comune – volente o nolente – molto ricattabile.
Il Piano Regolare Generale (PRG) risale alla seconda metà degli anni settanta, la pianificazione territoriale era pensata in funzione di una previsione d’incremento demografico e di sviluppo della città fino a circa 100.000 abitanti. Non un errore di valutazione, ma un atto ragionato e spregiudicato che ha dato il via libera ad un’interminabile serie di speculazioni edilizie ed al consolidarsi di una forte lobby di costruttori, che nel PRG hanno trovato la possibilità legale di costruire diffusamente a discapito del fabbisogno reale della popolazione e del consumo del territorio.
Ora veniamo al dunque!
A Senigallia il sistema che si è andato consolidando nel tempo, è quello della vendita su carta – compra e vendi o mordi e fuggi - che esclude un vero e proprio investimento sull’immobile in quanto l’interesse è incentrato sullo spostamento del denaro. Questo, unito al tacito accordo tra i costruttori sulla spartizione del territorio e dei relativi guadagni, comporta un mantenimento dei prezzi sul mercato immobiliare molto alto. Il grande problema della nostra città, è "il volano turistico delle seconde case che droga il mercato familiare", cioè: le seconde case di proprietà (35 mq l’una) destinate ad essere affittate dalle famiglie - a causa del lucroso mercato dell’affitto estivo a fini turistici, che permette un rialzo incredibile dei prezzi - non sono affittate a quest’ultime, ma sono tenute vuote, nella attesa di poterle affittare ai turisti.
Chi più soffre di questo meccanismo è ovviamente il precariato, in quanto troppo ricco per accedere ai sussidi pubblici, ma troppo povero per poter accedere ad un mercato dell’affitto non calmierato: il precario notoriamente non può fare mutui perché nessuna banca gli fa credito. La nostra città conta 44.100 abitanti, 18.159 nuclei familiari, 17.834 abitazioni utilizzate e 8.344 abitazioni vuote (di quest’ultime più di 3.000 sono situate in centro storico). A questo punto è lecito chiedersi il perché 8.000 case sono vuote essenzialmente nel periodo invernale. Sicuramente una parte dei locatori invernali non registra il contratto nel comune di residenza, però questa percentuale in verità, è quasi insignificante se si pensa a tutti i monolocali, bilocali che rimangono vuoti. Questo avviene per diversi motivi, ma soprattutto perché molti consegnano la gestione delle proprie seconde case alle agenzie, le quali pretendono delle garanzie che un lavoratore stagionale (precario, atipico, migrante) non può dare. Molti affittano le proprie case con modalità molto spesso disumane: non registrano il contratto, non stabiliscono il prezzo dell’affitto in base alla quadratura metrica della casa, non rispettano i canoni di sicurezza dell’abitazione. Molti ancora, ed è forse il fenomeno più diffuso a Senigallia, affittano ad un prezzo accessibile (circa 500 euro per 50 mq) in un periodo che va da settembre alla fine di maggio. Da maggio, invece, la storia cambia: in alcuni casi, pochi, il contraente si adegua alle esigenze del locatore e per l’affitto della medesima abitazione versa una somma che – secondo la zona della città in cui è situato l’appartamento – può andare dai 1.000 ai 1.500 euro al mese. In altre situazioni coloro che hanno vissuto nell’appartamento sono costretti ad abbandonarlo a favore dei turisti pronti a gonfiare le tasche dei proprietari.
Tutto questo s’inserisce perfettamente all’interno delle politiche urbanistiche della nostra città dove si favoriscono costruzioni di appartamenti piccoli (mono/bilocali) tendenzialmente senza riscaldamento, costruiti dai soliti big dell’edilizia senigalliese. Si favoriscono le strutture turistiche – tra l’altro già ben avviate da tempo - e si mettono in standby le emergenze sociali, costruendo rapporti di accoglienza con privati(alberghi). Le Giunte che in questi anni si sono succedute – Mariani, Marcantoni, Angeloni – non hanno né potuto, ma neanche voluto creare un’inversione di tendenza. L’edilizia concordata e quella a canone sociale fatta dalla Giunta Angeloni bis, ha solamente ottenuto una “riduzione del danno”, peraltro senza intaccare il potere che la “banda del mattone” – Edra, Morpurgo, Benni, ecc... - ha sulla cementificazione del territorio urbano, e sullo stesso Governo cittadino. Costoro continuano a costruire e ad arricchirsi spartendosi il territorio, trasformandolo secondo le loro esigenze economiche.
Spesso agiscono anche tramite “operazioni secche”: ad esempio, comprare un immobile a 1000 per poi dopo un anno rivenderlo a 5000. Continuano ad erodere il terreno impermiailizzandolo e poi gettandoci cemento per l’ennesima “abitazione formato turista”, fregandosene del fatto che il suolo pubblico cittadino è un bene limitato e finito. Costoro costruiscono, i proprietari – spesso di altre città – comprano, mentre i soldi pubblici sono utilizzati per pagare i servizi (luce, pulizia, ecc...) di case vuote. Semplificando, a Senigallia non si costruisce per le persone, ma si costruisce per costruire. L’amministrazione comunale nulla può contro costoro, non solo per gli storici interessi che da sempre legano i politici ed i partiti cittadini all’economia del mattone, ma anche perché a meno ché non si cambi il PRG, vi è la possibilità legale di poter costruire, o meglio, vi è la possibilità legale di fare profitti privati sulla pelle della città e dei suoi cittadini. Per cambiare il PRG oltre ai soldi - elemento non secondario - serve coraggio e volontà politica, doti che non si trovano in chi intende l’occuparsi della cosa pubblica come un mero atto di amministrazione del presente e non come una volontà di progettare il futuro.
Allora, forse, potremmo sperare in un terremoto, in fondo le grandi trasformazioni urbanistiche storicamente avvengono dopo grandi disastri naturali (Senigallia compresa). Ma ci chiediamo, che credibilità ha un potere eletto se per rimodellare la città sui bisogni e sui desideri dei cittadini, sottraendola ai grandi speculatori edilizi, ha bisogno di una catastrofe naturale? Nessuna! A nostro avviso, una nuova politica dell’edilizia pubblica incentrata al recupero di tutti quegli stabili svenduti ai privati, potrebbe essere una risorsa spendibile nel settore delle politiche sociali, in modo da ricostruire un patrimonio edilizio pubblico degno di questo nome: cosa che può essere attuata non necessariamente edificando nuovi palazzi popolari in periferia, ma soprattutto recuperando ciò che già esiste: le abitazioni da ristrutturare nei centri storici per affittarle a prezzi equi. Ma, sia a Senigallia sia in tutta Italia, si continua a costruire, mentre le persone senza casa o in difficoltà abitativa continuano ad aumentare. Forse sarebbe davvero il momento del terremoto, ma di un terremoto sociale che parli il linguaggio pratico dell’autorganizzazione, della riappropriazione e dell’occupazione, perché la casa è un diritto e come ogni diritto non si mendica, si prende!
Centro Sociale Occupato Autogestito Mezza Canaja
...in Plage Sauvage ‘07!
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