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Martedì 20 novembre 2007 13:37 Dossier Mahalla: intervista al giornalista Michele Giorgio

Michele Giorgio è uno di quei giornalisti che davvero fa il suo mestiere.
Con passione e soprattutto con competenza. Mai sensazionalista, va a fondo alle questioni in territori dove è risaputo, raccogliere informazioni, non è affatto facile.
Da parecchi anni corrisponde per il suo giornale, "Il Manifesto", dal Medio Oriente. Spesso ospite di Radio Sherwood, è da anni uno dei punti di forza di "Tiriamoci Fuori" per le questioni internazionali.

Questa volta sentiamo Michele di ritorno dall’Egitto. E’ stato a Mahalla, il villaggio da cui sono partiti quei migranti che sono morti nelle acque di Roccella Jonica qualche settimana fa.

"Non solo da questo villaggio molti giovani partono pagando dai tre ai cinquemila euro, una cifra davvero considerevole in Egitto, che fa la fortuna dei trafficanti di uomini.
E’ una cittadina molto povera la cui economia ruota attorno a una industria tessile molto importante contro la quale c’è stata la più grande mobilitazione operaia nel mondo arabo da una ventina di anni a oggi.
Gli stipendi sono bassissimi, ci lavorano ventisettemila operai in condizione terribili. Disumane.
Non guadagnano cento euro in un mese. E’ una industria di proprietà pubblica. Le lotte portate hanno avuto un successo parziale. Le contestazioni sono state accolte ma mai messe in atto.
Questa industria verrà privatizzata, come si usa fare in questo periodo, e questo non migliorerà la loro condizione.
Questo spinge tanti giovani a cercare di raggiungere l’Europa. Grosso problema economico e sociale.
Impressiona come questi ragazzi che hanno cercato di raggiungere l’Italia e che sono morti hanno ricevuto in patria dalle autorità dello stato e quelle religiose una feroce condanna perchè gettano discredito sul Paese e perchè mettono in ansia i loro cari e le loro famiglie.
Questo in realtà non ci dovrebbe stupire, visto come vanno le cose in Egitto e quanto sia forte la presenza del regime".

Per di più, leggendo il tuo reportage, si evince che chi si è salvato ed è stato rimpatriato è finito in prigione.

"Scatta la condanna penale oltre a quella delle autorità ecclesiastiche, proprio perchè hanno messo in cattiva luce l’Egitto.
Il regime non vuole riconoscere il malessere crescente, soprattutto tra i giovani.
Il regime di Mubarak gode di fiducia sul piano internazionale perchè è un paese visto come mediatore tra gli interessi dell’Occidente e le difficili situazioni medio-orientali.
La Banca Mondiale elogia sempre le politiche economiche egiziane ma la condizione della gente non è certo migliorata". Prima ci parlavi delle lotte operaie a Mahalla.

"I sindacati non sono dalla parte dei lavoratori, ma stanno dalla parte degli amministratori. Anche i sindacati sono dello Stato. I lavoratori più attivi nelle proteste sono stati tutti licenziati".
-  [ audio ]

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