Nel febbraio 2003, migliaia di persone in tutto il paese, diedero vita al Train Stopping.
A partire da alcune stazioni ferroviarie del Veneto iniziano i blocchi dei treni che trasportavano materiali bellici verso la base Usa di Camp Derby.
La protesta si coordina attraverso il telefono, gli sms, i siti web e le frequenze satellitari di GlobalRadio.
Ad occupare la stazioni e i tratti ferroviari in cui viaggiavano i convogli, il movimento No War di quegli anni, attivisti dei centri sociali, pacifisti, cittadini, giovani, che di fatto rallentarono e misero in difficoltà la macchina bellica ferroviaria.
Il 9 gennaio 2008 c’è stata la sentenza per il processo a cinque attivisti che ha assolto per il blocco ferroviario e condannato a una pena minima di 20 giorni di reclusione (convertiti in pena pecuniaria e condonati in applicazione della legge sull’indulto) per il reato di interruzione di pubblico servizio. La sentenza ha fatto scalpore perché ha riconosciuto l’attenuante per l’alto valore morale e sociale del gesto.
Una anomalia positiva che ri-apre la riflessione contro la criminalizzazione dei cosiddetti reati sociali.
Il commento di Luca Casarini.
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Trascrizione dell’intervista
Credo che già ieri si potesse percepire da questa sentenza il fatto che avrebbe fatto scalpore perché è sicuramente un’anomalia, un’anomalia positiva dal nostro punto di vista e dal punto di vista della democrazia.
Va contro corrente rispetto a quello che è purtroppo la sotto cultura o la deviazione culturale di tipo giustizialista in cui versa anche l’amministrazione della giustizia in questo paese.
Siamo chiaramente in un paese dove non siamo abituati a questo tipo di sentenze che sono in realtà giuste, perché fotografano la realtà da questo punto di vista. Stiamo parlando di un’azione che è stata trasferita nei Tribunali di Stato, un’azione pubblica fatta da migliaia di persone in tutta Italia all’epoca del Train Stopping, quindi immediatamente prima che iniziassero i massacri in Iraq portati dall’attacco americano, che ha coinvolto migliaia e migliaia di persone, e naturalmente ha percorso tutto il paese.
E’ partita da qua, quindi da Vicenza, da Padova, da Monselice ed è poi proseguita lungo i binari ferroviari militarizzati che dovevano far passare questi treni carichi di armi, e che poi è diventata, per alcuni di noi, in questo caso cinque (c’è stato un altro processo simile a Pisa mi ricordo), un processo penale.
Questa sentenza fotografa in realtà quella che era la situazione, cioè gente che andava a bloccare quel treno carico di armi non perché si divertiva a bloccare i treni carichi di armi o a scontrarsi con la polizia che caricava in mezzo ai binari ma perché quel treno rappresentava l’entrata in guerra da parte dell’Italia affianco degli Stati Uniti, in una guerra che ha da subito provocato migliaia di vittime civili.
In Iraq ormai siamo arrivati al milione di vittime fatte dalla guerra. Quelle persone che con me e con altri bloccava i binari voleva impedire un crimine. Certo sarebbe stata ancora più coraggiosa se avesse assolto i manifestanti, ma è comunque una cosa importante che come vediamo fa discutere.
Quindi questa sentenza "contro corrente" dice anche sostanzialmente che il crimine era la guerra e non il tentare di bloccarla e che quel tipo di azione non si può configurare o leggere come azione criminale ma va letta come azione di legittimo tentativo di protesta, di impedimento di un crimine più grande.
Ad esempio prendiamo l’emergenza rifiuti a Napoli. Quale è stato il crimine a Napoli? Trasformare la città in un’enorme discarica di rifiuti tossico nocivi da parte di chi doveva gestire e prendeva soldi per gestire la situazione dei rifiuti o è criminale il fatto che adesso la gente protesta perché non vuole più morire di tumore nelle proprie abitazioni?
Se questa fosse la logica, che sarebbe quella giusta in una democrazia, ragionare in questi termini rispetto alle lotte sociali, avremmo sicuramente un paese migliore.
Se fosse così bisognerebbe dire anche che sotto processo, nel caso della guerra, dovrebbero esserci chi ha permesso che nei binari ferroviari delle ferrovie dello Stato e della Repubblica passassero i carri armati usati per compiere eccidi, chi li ha autorizzati, visto che c’è l’articolo 11 della Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra e via discorrendo.
Sarebbe interessante proseguire su questo ragionamento, sappiamo naturalmente che non possiamo farlo nei tribunali però già questo è, come si vede anche dalle polemiche che suscita, un inizio insomma, una cosa importante. Al di là del fatto che ci siamo risparmiati gli ennesimi otto mesi, un anno di carcere e cose del genere perché poi l’altro dato è questo insomma, forse ovviamente i media danno un’immagine che poi influenza l’opinione pubblica, ma noi come attivisti stiamo accumulando anni di carcere per iniziative di tipo sociale, cioè che non producono a noi nessun vantaggio ma sono iniziative a cui partecipiamo e organizziamo assieme a tanti altri che poi si esprimono proprio a partire da contraddizioni sociali, da problemi, da bisogni, da desideri, da volontà...
Infatti Luca mi sembra che questa sentenza in qualche modo parli proprio di come svoltare rispetto alla criminalizzazione delle lotte sociali, parla anche però in qualche modo di Genova, parla anche della sentenza di qualche giorno fa della condanna per la mobilitazione dell’Euro May Day 2004 a Milano...
Ma sì, perché in realtà noi abbiamo due tipi di problemi che sono collegati tra loro.
Abbiamo un problema generale in questo paese che è un problema di cultura democratica.
Cioè è evidente che un paese misura il suo tasso di democrazia dalla capacità di leggere ciò che avviene fuori dai palazzi della politica e le istituzioni, cioè questo è l’unico metro di misura, poi specialmente nelle società diciamo così "a rappresentanza in crisi" questo è proprio facile capirlo e il tasso di democrazia viene deciso, diciamo così, dal livello culturale che i potenti, cioè i governanti, cioè le istituzioni dello Stato hanno nell’affrontare i problemi sociali che derivano dalla condizione sociale in cui versa il paese.
E’ evidente che una cultura che tende ad occultare con il carcere qualsiasi tipo di problema sociale non è una cultura democratica, cioè è ad un tasso bassissimo di democrazia, forse inesistente. E’ evidente che una cultura di governo diciamo così o di governance tende invece ad usare i Tribunali dello Stato, il codice penale.
Noi tra l’altro abbiamo ancora un codice penale che contiene degli interi passi firmati da Mussolini, ad esempio quelli che vengono definiti “delitti contro la personalità dello Stato” appartengono al codice Rocco firmato da Mussolini.
Al di là di questo le istituzioni e la cultura dominante, diciamo così, che affronta i temi sociali solo con i tribunali che sono poi utilizzati per lanciare messaggi di vendetta, di vendetta nel senso non di punizione o di sanzione, ma di vendetta vera e propria, è ovviamente propria di un paese autoritario, cioè di meccanismi che non sono democratici.
Una cultura garantista non è semplicemente un orpello di buonismo, è il modo per affrontare i temi che pone una società complessa, una società dove ci sono differenze sociali, dove comunque ci sono stratificazioni di stili, modi di vita, possibilità di vita. Il tasso di democrazia è misurato da questo, cioè dalla capacità di leggere queste cose.
Tribunali e carcere sono diventati il modo per non leggere, cioè per leggere il tutto in maniera standard. Faccio un esempio: leggevo gli articoli relativi a ciò che accade nei processi per direttissima fatti in Francia per quelli fermati durante la rivolta delle banlieue.
Per questi processi le condanne sono intorno ai sei mesi di carcere perché sono riconosciute, sebbene ancora in maniera parziale, delle condizioni particolari.
Invece a Genova ci siamo trovati di fronte ad un processo impostato da questi giudici, collocato dentro un clima generale imposto cioè quello della punizione, del carcere, del giustizialismo, come il tentativo di eludere il problema. In questo processo un danneggiamento è diventato saccheggio e devastazione, quindi anni di carcere.
A Milano un danneggiamento di poche centinaia di euro è diventato un anno e due mesi di carcere. In un paese in cui non c’è nessun potente che viene processato per dei crimini commessi. A Genova i processi in cui sono coinvolte le forze dell’ordine andranno in prescrizione.
I poliziotti sotto processo sono stati tutti promossi, un esempio per tutti è De Gennaro, l’allora capo della polizia, che è addirittura inquisito, oggi diventa "supercommissario" per l’emergenza rifiuti in Campania.
C’è una situazione di evidente disparità.
Bassolino a Napoli è sotto processo in inchieste della Magistratura ma sta conservando la sua carica di governatore.
E’ la storia di questo paese, una cultura garantista dovrebbe tenerne conto.
C’è poi il dato della paura di questo potere che ha questo tipo di cultura a bassissimo tasso democratico ed ad altissimo tasso autoritario, un problema globale a cui siamo di fronte, che è quello che abbiamo chiamato il tempo della guerra globale permanente che dobbiamo sopportare da una parte e dall’altra. C’è la paura della protesta, della disobbedienza, del protagonismo dei cittadini che viene sanzionato in maniera molto pesante attraverso i tribunali.
Questa deviazione giustizialista e di espulsione della democrazia dalle azioni politiche e di comando utilizza anche la creazione di paura attraverso i media, che funzionano da direzionamento della tendenza e "degradano" il tasso culturale.
Poi a fianco di tutto questo c’è chi si meraviglia perché c’è la "casta".
Questa quindi è una sentenza importante perché è controcorrente, apre una piccolissima breccia in questa assenza di dibattito vero che viene banalizzato od eluso completamente.
Pensiamo a Vicenza. C’è una comunità che sta resistendo contro l’imposizione di trasformare la loro città in una base di guerra enorme, devastando l’ambiente, ma soprattutto esportando guerra.
Possiamo dire che in Italia l’articolo 11 della Costituzione è rispettato? E se è rispettato chi tenta di farlo rispettare? Chi si oppone alla costruzione delle basi militari o chi le fa?