Come funziona il sistema delle primarie negli Stati Uniti e perché sono così importanti...
Le elezioni primarie costituiscono lo strumento principale attraverso il quale gli elettori democratici e gli elettori repubblicani nominano la maggior parte dei delegati a una convenzione nazionale che sceglie il candidato alle presidenza dei rispettivi partiti.
Per questo sono un momento fondamentale nella corsa alla Casa bianca perché è il momento in cui si sceglie il candidato dei due maggiori partiti.
Ogni candidato si vede assegnato un numero di delegati in base ai voti che ottiene nelle primarie di ciascuno stato.
I sistemi di assegnazione sono abbastanza diversi ma, in generale, il principio è che per il Partito democratico i voti dei delegati sono assegnati con il sistema proporzionale mentre invece per quello repubblicano vige il sistema maggioritario, quindi il candidato che ottiene la maggioranza in uno stato, anche per un solo voto, ottiene tutti i delegati dello stato in questione. Questo in linea generale, perché poi ci sono diverse applicazioni del sistema maggioritario.
Per esempio nel New Hampshire, il sistema maggioritario non viene applicato dal Partito repubblicano a livello statale ma la ripartizione dei delegati avviene a livello di contea. Inoltre per quanto riguarda il Partito Democratico c’è una soglia, una sorta di sbarramento che varia di Stato a stato, al di sotto della quale i candidati non raccolgono delegati se non raggiungono quella determinata percentuale.
C’è da aggiungere che accanto ai delegati alla Convenzione nazionale eletti col sistema delle primarie ci sono i cosiddetti "super delegati" ovvero degli esponenti del Partito Repubblicano o del Partito Democratico che sono di diritto membri della Convenzione nazionale in quanto ricoprono cariche pubbliche. Sono governatori o membri del Congresso oppure sono i rappresentanti dei singoli stati all’interno dei Comitati nazionali dei due partiti.
Sono però una minoranza, cioè normalmente non sono in grado di influenzare la designazione del candidato alla Presidenza. Faccio un esempio: nel Partito Democratico su un totale di 4.049 delegati i super delegati sono soltanto 796. Questo in linea di principio, perché come stiamo vedendo quest’anno, siccome c’è un testa va testa tra i due principali esponenti democratici alla candidatura, Hillary Clinton e Barrak Obama, se si mantenesse una situazione di sostanziale parità, come si sta profilando dopo il super martedì, è molto probabile che questi 796 delegati, pur essendo una minoranza, possano alla fine fare la differenza.
In che misura i super delegati possono fare la differenza?
Fanno la differenza quando c’è uno stretto margine tra i delegati ottenuti attraverso le primarie dai due candidati. Se si va a vedere quello che è successo martedì scorso quello che si coglie è che c’è una grande chiarezza in seno al Partito Repubblicano favorita dal sistema maggioritario, per cui chi ha vinto nei grandi stati (John McCain in California e Stato di New York ) si è preso tutti i delegati.
Invece in casa democratica il ristretto margine di voti tra Obama e Clinton, anche se per esempio la Clinton ha vinto in California e nello Stato di New York, questo non le ha con sentito di prendere tutti i delegati di questi stati.
Quindi il sistema maggioritario favorisce la chiarezza e anticipa, in un certo senso, l’esito delle primarie mentre invece il sistema proporzionale, quando non c’è un front runner chiaro, come sta avvenendo nel PD, mantiene questa situazione di estrema incertezza.
Passiamo alle elezioni presidenziali di novembre. In questo caso quali sono le differenze rispetto alle primarie?
Le differenze, se guardiamo soprattutto le primarie repubblicane, non sono sostanziali. Il metodo di scelta dei delegati repubblicani rispecchia il sistema di elezione del Presidente degli Stati Uniti.
L’elezione a presidente non è diretta ma indiretta. L’elettore non va a votare per il candidato alla Presidenza, ma a votare per una lista di grandi elettori che sono associati ai candidati dei due maggiori partiti e sono formalmente i grandi elettori che eleggono il Presidente degli Stati Uniti.
Quello che è importante è il sistema di assegnazione dei grandi elettori. In questo caso vale il sistema del winner take all, cioè c’è un principio maggioritario per cui il candidato che ottiene la maggioranza in uno stato anche per un solo voto, ottiene tutti i grandi elettori di questo stato.
Siccome le liste sono vincolate al candidato, una volta che sono stati scelti i grandi elettori, si sa automaticamente chi sarà il Presidente degli Stati Uniti.
Però il sistema maggioritario nell’assegnazione dei grandi elettori fa sì che a volte si possa venire a verificare una discrasia tra il voto espresso dai cittadini e il voto dei grandi elettori.
Ovverosia, come è capitato nel 2000, il candidato che ha ottenuto la maggioranza del voto popolare non viene eletto alla Presidenza. Nel 2000, al di là del sospetto di brogli in California, Al Gore aveva ricevuto circa mezzo milione di voti popolari in più rispetto al repubblicano Bush, ma siccome Bush aveva vinto nei grandi stati questo gli ha consentito di ottenere, in virtù del sistema maggioritario, la maggioranza dei voti nel collegio elettorale.
Come spiega l’interesse ritrovato dei cittadini rispetto a queste elezioni che smentisce il disaffezione al voto tipica di questo paese?
L’interesse per la politica che è la causa dell’aumento della partecipazione elettorale nelle elezioni primarie dove normalmente vota meno del 20% degli aventi diritto (in alcuni stati si è raggiunto la delle percentuali superiori al 50%) è dovuta alla grande novità dei candidati democratici.
Ovverosia il primo caso di una donna che si è candidata alla Presidenza e anche il primo caso di un afro-americano che ha serie possibilità di conquistare la nomination del proprio partito e diventare presidente, anche se Barak Obama non è il primo candidato afro-americano nella storia degli Stati Uniti. C’era già stato Jesse Jackson nel 1984 e nel 1988 e Shirley Chison nel 1972, ma erano entrambe candidature simboliche, di bandiera.
Questa grande novità ha coinvolto un maggior numero di elettori che si sono sentiti motivati a partecipare alla scelta del candidato e quindi alle elezioni primarie.
Il problema storico della disaffezione degli elettori statunitensi al voto (nel 1996 il tasso di astensionismo è stato superiore al tasso di partecipazione) è legato ad una sorta di tendenza centrista che ha caratterizzato la politica statunitense negli ultimi 50 anni, se vogliamo a partire dalla debacle elettorale di Barry Goldwater del 1964.
La tendenza dei due maggiori partiti a elaborare dei programmi politici relativamente moderati e quindi sempre meno differenziati tra di loro fa si che gli elettori percepiscono come superflua la scelta del Presidente, con l’idea che tanto o un democratico non siano in grado di fare una differenza, favorendo quindi l’astensionismo.
C’è però anche da dire che se si guardano i dati delle ultime elezioni presidenziali generali, ovvero quelle del 2004, si era già avvertito un aumento del tasso di partecipazione elettorale, che era di 5 o 6 punti rispetto alle elezioni del 2000 proprio a seguito di quello che era avvenuto in Florida nel 2000. Bush era riuscito ad ottenere la vittoria in Florida e quindi la Casa Bianca con poco più di 300 voti sui circa 6 milioni di elettori dello Stato.
In una condizione di questo genere ci si è accorta che anche un pugno di voti erano in grado di fare la differenza e quindi questo ha motivato maggiormente i cittadini a partecipare alle elezioni perché è aumentata anche la consapevolezza di quanto i voti potessero contare rispetto all’esito delle elezioni. Quello che fa da motore, da spinta, alla partecipazione quest’anno è proprio la figura di Barak Obama e Hillary Clinton, come primo afro-americano e prima donna accreditati di chance a diventare presidente.