Insulti a un disabile, minacce di sodomia, botte e inni fascisti. I pm descrivono la caserma genovese come un luogo di torture fisiche e psicologiche. Protagonisti non solo i poliziotti ma anche i medici. Così la democrazia fu sospesa
Schiaffi, botte, minacce di sodomizzazione, piercing levati da parti intime nella sala infermeria davanti ad altre quattro persone che non c’entrano niente, teste sbattute nei gabinetti, inni a Mussolini e altri canti fascisti o spruzzate con gas urticante: ieri per quattro ore e mezza BNolzaneto e le sue torture sono tornate ad essere materia da non archiviare, anche se siamo a quasi sette anni dai fatti. Ieri il pm Vittorio Ranieri Miniati che ha condotto l’inchiesta con Paola Petruzziello, ha incentrato la seconda delle sei udienze previste per la requisitoria sull’attendibilità delle parti offese, oltre 200 persone di diverse nazionalità.
Come la memoria consegnata dai pm Miniati e Petruzziello all’inizio del processo rimarcava che fonti diverse, in nessun collegamento tra di loro, avevano dato versioni univoche su diversi episodi di violenza e sull’organizzazione della caserma, così ieri si è tornati a valutare l’attendibilità partendo proprio dalle testimonianze degli arrestati che a Bolzaneto avrebbero dovuto solo essere identificati. Il pm ha scelto di raccontare sommariamente quel che è avvenuto da venerdì a domenica a quindici arrestati, cinque per giorno, ricostruendo così un quadro completo delle violazioni dei diritti umani avvenute a Bolzaneto, a partire dalle vessazioni del "Comitato d’accoglienza" che nel piazzale appellava molte ragazze con frasi come "entro stasera vi facciamo tutte" o "bisogna fare come in Kosovo", e marchiava la gente come fossero bestie col pennarello (ricordo indelebile per quelli della Diaz).
Nelle celle c’è chi viene tenuto in punta di piedi, chi viene tenuto in punta di piedi, chi con le braccia alzate anche per varie ore e spesso picchiato con "manganelli, schiaffi, pugni guantati, calci, colpo sulla nuca per far sbattere la fronte contro il muro, tanto è vero che parecchi testimoni hanno ricordato di avere visto macchie di sangue sui muri della cella più o meno all’altezza delle teste", ha detto il pm. Intanto i "colleghi" cantavano filastrocche a Pinochet, Hitler o Mussolini augurandosi i forni per i reclusi. Una donna ricorda che per costringerla a firmare un modulo le fu mostrata la foto dei suoi figli con la minaccia che se non firmava non li avrebbe visti tanto presto.
Poi si passa all’infermeria dove agiva il medico Giacomo Toccafondi insieme ad Aldo Amenta, accusati a vario titolo di abuso d’ufficio, lesioni personali in concorso, minacce e omissione di referto. Il pm non ha risparmiato in aula nessun particolare e, a proposito dei "piercing giustamente rimossi ma in maniera brutale e con minacce, oppure davanti ad altre persone", ha ricordato "il caso della ragazza con il piercing vaginale, obbligata a rimuoverlo con le mestruazioni davanti a 4-5 persone" oppure uomini minacciati di sodomizzazione ("carino il comunista, ce lo facciamo?")
La carrellata dei "ricordi" ha reso la crudezza delle sequenze come in un film. B.M., arrestato il 20 luglio, che ricorda teste sbattute contro il muro, saluto romano, ustioni con sigaretta e accendino. Un’altra le minacce mentre le forbici tagliavano ciocche di capelli. Sabato, lo spray urticante spruzzato sulla faccia degli arrestati e la "visita" in cella del medico Toccafondi munito di mascherina o un ragazzo che ricorda che il medico aveva un manganello e glielo avvicinò alla bocca dicendo "manganelli manganelli", facendo ridere tutti. Domenica un cittadino italiano si sente rispondere da un agente alla presenza del medico "stai zitto non sei un cittadino, ma una merda". Infine il pm ha rimarcato come tutte le testimonianze appaiano genuine, precise e dettagliate e di come ci siano anche numerosi riscontri esterni come i referti medici e le note scritte dal gip.
(Alessandra Fava, Genova)