Si tratta sempre, secondo me, di un attacco più che al corpo femminile, alla parola femminile. Provo a spiegarmi.
Secondo me nessuno di coloro che organizzano queste crociate, a partire dal direttore de “Il Foglio”, può realisticamente pensare di minacciare la possibilità di abortire delle donne. Questo non esiste.
Loro sanno perfettamente che la 194 ha semplicemente legalizzato una pratica che era altrettanto, se non più diffusa, prima che quella legge ci fosse.
Voglio dire che le donne hanno sempre abortito e continueranno ad abortire sempre, con o senza una legge, quindi non è tanto l’attacco al corpo femminile, secondo me è l’attacco alla parola femminile.
Qui bisogna fare un po’ di storia di questa legge.
Questa legge è stata il risultato di una grossa battaglia femminile che non era però, una battaglia per la legge. Era una battaglia che riguardava più complessivamente la sessualità femminile e la politicizzazione della sfera personale. Quello che noi abbiamo fatto negli anni ’70 è di portare alla luce la sessualità femminile, la relazione fra uomo e donna, le relazioni di potere che sottostavano alla relazione tra uomo e donna.
Questa battaglia non è stata soltanto una battaglia per una legge, né in primo luogo una battaglia per una legge.
Il femminismo è stato qualcosa di più: una battaglia culturale per capire, in primo luogo noi stesse, e far capire perché l’aborto è legato alla sessualità maschile, cioè a una modalità della relazione sessuale che spesso astrae dai desideri profondi, che non si interroga sui desideri profondi, come per esempio il desiderio di avere o non avere un figlio.
Il discorso sull’aborto è stato un discorso molto complesso e legato appunto alla presa di coscienza femminile sul proprio corpo ma anche sulla propria libertà, sulla propria autonomia dal sesso maschile, sui doppi legami che si instaurano nelle relazioni d’amore, sull’inconscio che entra in campo nel desiderio o non nel desiderio di fare un figlio. E’ un discorso che non è riducibile semplicemente al diritto di abortire.
Quello che secondo me si tenta di fare non è tanto di abolire questo diritto, questa possibilità, che è difficilissima da abolire e non credo che sia possibile abolirla. Quello che si tenta di fare è di contrattaccare, rispetto a tutto questo discorso che io ho sommariamente richiamato, con un discorso che è di nuovo incredibilmente patriarcale. Patriarcale nel senso del tentativo di ripristinare la parola maschile sulla procreazione.
Io penso che il problema sia proprio questo. Lo vedo soprattutto nella battaglia personale che sta facendo Ferrara, bisogna interrogarsi sul carattere isterico di questa battaglia. Bisogna chiedersi perché. Quello che lui sta facendo, con più intelligenza di altri uomini che non hanno mai capito che cos’è questa questione dell’aborto in profondità. Lui ha capito, da posizioni reazionarie, che c’è qualcosa di più di un diritto di mezzo. C’è un discorso culturale, c’è il fortissimo potere di parola sulla procreazione che noi donne ci siamo prese. Ferrara ha capito che è questo che va contrastato e per questo sta facendo a sua volta una battaglia culturale.
Questo attacco passa attraverso questioni molto vaste e generali, così come la nostra presa di parola è passata per questioni molto vaste e generali.
Allora faccio un esempio. In questo attacco c’è tutto un discorso sulla scienza che tende di nuovo ad oggettivare tutto il discorso sulla vita: cos’è la vita, quando comincia la vita, quanto c’entrano nelle decisioni sulla vita le caratteristiche genetiche, le determinanti genetiche.
Viene mobilitato tutto un nuovo oggettivismo scientifico e un nuovo determinismo scientifico per sottrarre parola alla soggettività femminile in materia di procreazione e per affidarla alla parola oggettiva della scienza o di una cattiva metafisica, di una cattiva deontologia, come quella che dice che la vita comincia al 3° , 4°, 5° giorno dal concepimento.
La vita comincia, molto banalmente, quando una donna decide di farla cominciare, sennò non comincia.
Questo è un elemento di esperienza femminile banale, di esperienza umana banale, che questa ondata reazionaria si rifiuta di accettare.
Intervista a cura di Federica Pennelli, Radio Sherwood