RASSEGNA STAMPA

da Il Manifesto del 29 febbraio 2008

Morto di polizia? Giallo a Trieste

Riccardo Rasman, morto dopo un’irruzione di polizia nella sua casa. Un caso simile a quello della morte di Aldrovandi. Ora, anche per lui, si riapre l’indagine

Venezia Giulia - Venerdì 29 febbraio 2008

Una mossa che raramente capita di vedere in un’aula giudiziaria: un pm che revoca di fatto la richiesta di archiviazione presentata da lui stesso. E’ successo ieri mattina nell’aula del tribunale di Trieste. Si riapre così il caso sulla morte di Riccardo Rasman: il gip Paolo Vascotto si è preso cinque giorni per decidere sulla richiesta di un supplemento di indagini del pubblico ministero Pietro Montrone.
Riccardo aveva 34 anni, da tempo soffriva di una sindrome schizofrenica paranoide, era seguito dai servizi sociali. La sera del 27 ottobre 2006 si trovava da solo nel suo monolocale in via Greco 38. Forse era un po’ su di giri, il giorno dopo lo attendeva un nuovo lavoro. O chissà cosa gli era accaduto. Ma fatto sta che quella sera Riccardo non fa nulla di socialmente pericoloso, se non buttare un paio di petardi in strada, ascoltare musica ad alto volume e girare nudo per casa. Petardi «forti come bombe», però, per una vicina che chiama la polizia. Intervengono almeno due volanti (il difensore di parte civile sospetta che ad un certo punto diventino quattro). Ma la porta è chiusa, quel ragazzone alto 1,85 per 120 chili si è ormai calmato, è steso sul letto, vestito e probabilmente impaurito. Sua sorella Giuliana, che da due anni insieme al padre Duilio e alla madre Maria Albina lotta per sapere la verità, in una video-inchiesta realizzata da Paolo Bertazza ricorda: «Viveva nella paura, e io che gli dicevo: Ricky non puoi vivere così. Pensa sempre che se qualcuno ti vuole fare male ci sarò io davanti a te». Ma quella sera al quarto piano di via Greco Giuliana non c’è e non può esserci. E lui è spaventato soprattutto dalle divise - anche se questo la polizia proprio non lo può sapere - perché la sua depressione inizia durante la leva militare, quando subisce violenti atti di «nonnismo», tanto da essere congedato e vedersi riconosciuta dalla Corte dei Conti l’infermità dipendente da causa di servizio. Ma sono proprio uomini in divisa quelli che intimano di aprire la porta. Riccardo urla che no, che se non se ne vanno li ammazza. E la polizia che, invece di chiamare i servizi sociali - nonostante sospetti di essere di fronte a una persona psichicamente debole, tanto da chiedere una verifica in centrale, che però non arriva in tempo - avverte i vigili del fuoco per sfondare la porta. Ne segue una colluttazione molto pesante, dicono le relazioni di servizio dei quattro agenti che ora sono indagati per omicidio preterintenzionale in concorso tra loro. Per bloccare Riccardo - che si agita e che accoglie i poliziotti brandendo un bastone - danno manforte anche i vigili del fuoco. Si tratta di almeno sei persone contro uno. La stanza è in penombra, nessuno accende la luce, si vede poco. Riescono ad ammanettarlo con le mani dietro la schiena, ma lui si agita ancora. Allora gli salgono sul dorso in due. Gli legano i piedi con un filo di ferro. Quando infine accendono la luce, si rendono conto che è cianotico, e che ha perso i sensi. Chiamano il 118, ma Riccardo è morto.
Per il medico legale incaricato della perizia dal pm ad averlo ucciso non sono le botte, nonostante nella stanza ci sia molto sangue, ma un’ «asfissia posturale», causata dalla pressione sulla schiena di una persona in carenza di ossigeno. E’ la stessa causa di morte sospettata dai legali di parte civile per un altro caso di decesso durante un controllo di polizia: quello del diciottenne Federico Aldrovandi a Ferrara nel settembre 2005. Sul caso Aldrovandi è in corso un processo per omicidio colposo, proprio oggi un’udienza in cui si attendono importanti smentite sulle ultime dichiarazioni dei dirigenti della questura ferrarese.
E ora uno spiraglio di luce anche per Rasman. Il pm ha fatto dietrofront, dopo aver sostenuto che l’intervento dei poliziotti era legittimo, e l’azione svolta in legittima difesa. «Va riconosciuto l’atteggiamento onesto», commenta uno dei legali, Giovanni Di Lullo, da pochi giorni affiancato da uno dei legali della famiglia Aldrovandi, Fabio Anselmo, che dice: «Ora attendiamo giustizia per una morte tanto sconcertante quanto choccante».

Cinzia Gubbini

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