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Giovedì 13 marzo 2008 00:00 Israele-Hamas: una tregua sporcata da troppo sangue

Insieme a Michele Giorgio, inviato nel Medio Oriente per il quotidiano Il Manifesto, cerchiamo di tracciare un resoconto degli ultimi avvenimenti nella striscia di Gaza e del rapporto tra Israele e Palestina.
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L’ultimo sviluppo in corso, secondo la stampa israeliana, è l’indagine su una attività clandestina da parte di colonie di estremisti di destra uniti a rabbini estremisti che avevano l’intenzione di vendicare l’attentato della scorsa settimana contro la scuola rabbinica di Gerusalemme, uccidendo o attaccando, un leader arabo o uno palestinese in territorio israeliano.
La situazione è quindi sempre molto tesa anche se da alcuni giorni c’è stata una strana calma nella striscia di Gaza, dove non ci sono stati attacchi israeliani nè lanci di razzi palestinesi. Strana, perché c’è una trattativa misteriosa negata dalle due parti fino a due giorni fa, e confermata poi ieri sia da Hamas che dal governo israeliano attraverso gli egiziani. Le due parti stanno trattando per un cessate il fuoco.
Siamo ancora in una fase preliminare della stessa trattativa, questo lo dicono gli stessi protagonisti sotto anonimato, ma sembra che la trattativa per una tregua provvisoria possa andare a buon fine.

Perché Israele non ha accettato prima questa tregua provvisoria proposta da Hamas già nelle settimane e addirittura nei mesi scorsi?

Questo è un bel interrogativo su cui tutti siamo invitati a riflettere, perché solo dopo gli ultimi 10-12 giorni in cui sono morti 130 palestinesi, alcuni israeliani nell’attentato a Gerusalemme e 4 militari e un civile a Gaza, si scopre che la tregua è possibile?
Probabilmente perché Israele, ha capito che un’ampia operazione militare nella striscia di Gaza volta a rovesciare il potere di Hamas avrebbe in termini di vite umane, anche per Israele, un costo troppo elevato e non avrebbe un successo garantito.
Sta di fatto che negli ultimi tre mesi, dopo la cosiddetta conferenza di Anapolis che avrebbe dovuto rilanciare un processo di pace, in realtà mai partito, sono morti oltre 300 palestinesi e diversi israeliani, quando invece questa tregua unita alla fine dell’assedio contro Gaza, si sarebbe potuta realizzare in precedenza ed avviare un dialogo tra le parti che avrebbe potuto portare a conclusioni e risultati ben diversi, soprattutto per la vita delle persone.
Però non bisogna farsi illusioni, qui tutto potrebbe riprendere da un momento all’altro con l’allungarsi della striscia di sangue soprattutto da parte palestinese. A mio avviso ad uscirne con le ossa rotte dal punto di vista politico è ancora il presidente palestinese Abu Mazen che continua a rilevarsi una figura sostanzialmente inutile in questo scenario politico e militare.

Il fatto che sangue chiami altro sangue ci da uno scenario che è drammatico. Dopo l’attacco a Gaza c’è stato l’attentato a Gerusalemme e adesso tu ci hai detto che anche quest’ultimo vuol essere vendicato, può essere la politica ad alimentare questo orribile circolo vizioso?

Certamente. Ma al di là di questo si possono fare 2 considerazioni: una è che questo scenario di continue vendette è uno scenario innanzitutto pericoloso per i civili, in particolare per quelli palestinesi che pagano sempre più di tutti. L’altra è che da questa situazione si crea un altro tipo di pericolo, cioè quello della mancata comprensione da parte dell’opinione pubblica internazionale di questo conflitto, dovuto anche all’atteggiamento da parte dei media che si limita a raccontare l’azione di uno e la reazione dell’altro, l’attacco di uno e la rappresaglia dell’altro.
Invece quello che bisogna ribadire e spiegare ripetutamente è il perché ci sia la guerra in questo lembo di terra e sottolineare che ci cono delle cause politiche ben precise. Innanzitutto c’è una lotta per il controllo del territorio.
Israele vuole controllare la terra a scapito dei palestinesi e sta cercando di portare avanti un presunto negoziato di pace che in realtà serve a realizzare le sue strategie, creare un stato palestinese con una sovranità molto limitata, con ben pochi poteri sul terreno e conservare il controllo effettivo di tutto il territorio israeliano e della piccolissima parte di territorio che dovrebbe diventare lo Stato palestinese.
Su questa terra è in corso una battaglia vera e propria che non si combatte solo con le armi, ma con tanti mezzi, anche con la costruzione di nuove colonie. Infatti Israele in questa situazione di estrema tensione ha dato un nuovo annuncio, la costruzione di centinaia e centinaia di case per coloni intorno a Gerusalemme, dove è in corso una vera è propria competizione per insediare quanti più israeliani possibile per creare una grande Gerusalemme, che si mangerà circa il 10% della Cisgiordania in modo tale che i palestinesi non possano più programmare la propria capitale nella parte araba della città.
Ma questo è solo un esempio, basta guardare le mappe, le cartine che rappresentano le città palestinesi, che sono ormai delle prigioni, delle vere e proprie bantustan, per capire quali sono i giochi sul terreno.
Ecco perché il racconto che spesso i media fanno, non ci permette di capire che in realtà è il gioco politico il vero pericolo dal quale dobbiamo guardarci e di cui essere consapevoli, senza dimenticare che ogni giorno molte persone vengono uccise.

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