di Sandro De Riccardis
Sono arrivati al luna park di musica estrema protetti dalla legge del segreto, in fuga per giorni dal mondo e dagli obblighi della loro vita. Hanno ballato senza fine, abbandonandosi alle onde di musica coi sensi stravolti da droghe chimiche che devastano il sistema percettivo. «Ho visto suoni, ho sentito colori. C’ero io che mi vedevo da fuori. Come morire e resuscitare».
Hanno piercing e felpe con cappuccio, pochi punkabbestia e qualche giovane dei centri sociali, molti studenti e tanti ragazzi normali. Tutti in volo per ore prima di ricadere in giorni senza forza e senza volontà, nella cameretta di sempre, davanti alla tazza della colazione, in cinque ore immobili tra i banchi di scuola. In attesa di nuovi sballi: viene annullato il rave di Firenze del 25 aprile, ma restano annunciati in Internet quelli di Monza del 19, quelli di Milano del 5 e 6 aprile e del 10 maggio.
Lo sanno i sociologi e gli psicologi che tentano di varcare il confine del delirio. «I rave party sono popolati da giovanissimi. Ci sono i ventenni e anche i trentenni. Ma soprattutto i ragazzi tra 15 e 18 anni». Quelli che possono permettersi di disconnettersi dal mondo durante i «giorni dell’orgia musicale», ma soprattutto dopo: quando l’ecstasy ti spegne la mente e ti annulla i muscoli. Diciannove anni aveva Mattia, la vittima del raduno di Segrate, e diciassette il suo amico, che lo ha soccorso mentre anche lui sentiva nel corpo le fitte provocate dagli acidi. Studenti come i loro amici che ieri sera nella chiesa di San Giulio a Castellanza hanno cantato altra musica in ricordo dell’amico scomparso.
Chi si annienta nei rave? «Un popolo di ragazzi indistinguibili dagli altri. Che va a scuola e veste alla moda» dice Massimiliano Abbiati, che da anni incontra gli adolescenti in discoteche e raduni con l’unità mobile antidroga dell’associazione Ala. «Apri la finestra e guarda fuori: sono loro» risponde Franz Purpura, mente del centro sociale Bulk (poi sgomberato), da vent’anni nella galassia di luoghi e musica alternativi, ora collaboratore dell’assessorato provinciale alle Politiche giovanili. Sono «al liceo del centro e nelle scuole di periferia, tra gli ultrà allo stadio e i centri sociali».
Indistinguibili. Perché chi si ritrova in un capannone dimenticato dalla storia e lo riempie di energia estrema, ha già vissuto la musica dei locali e delle discoteche. E può essere il deejey appena passato dai Magazzini Generali o dal Cox 18 di via Conchetta ad annullare il confine tra il popolo dei rave e quello dei circuiti legali. Ed è tra il Cantiere di via Monterosa, il Barrio’s della Barona, e l’afterhour al Pulp di via Alserio, che si viene a sapere della prossima nonstop di follia pura.
Se negli anni ’80 gli illegal party arrivano nell’hinterland - promossi dal Leoncavallo e dal centro sociale Breda 37 - sulla scia dei Mutoids, londinesi con le creste colorate e l’abbigliamento punk che fanno rivivere le aree dismesse per restituirle alla comunità, oggi i raduni nei ruderi della società post-industriale lasciano distese di rifiuti che si aggiungono ad altri rifiuti e corpi di essere umani che si aggirano come fantasmi. In arrivo dalla Germania e dalla Svizzera, dalla Grecia e dall’est Europa, da Napoli e Bologna, «attirati a Segrate - racconta chi ha lavorato in passato a questi eventi - da una vera e propria organizzazione imprenditoriale che ha messo su una lucrosa strategia di marketing».
Dove il logo è la trasgressione e l’illegalità, il target sono gli adolescenti che cercano evasione, lo scopo è fare soldi. A volte si guadagna col biglietto, a volte con gli introiti dei bar, sempre con la droga. «Arrivano, montano gli amplificatori, incassano e se ne vanno». Nel frattempo si sono vendute dosi a cinquemila persone. La ketamina, spesso cotta sul momento, che ti dissocia la mente e ti mischia i sensi. Il trip con Lsd, Mdma e funghi allucinogeni che ti fa leggero e ti accompagna tra visioni e fantasie oniriche. La coca, più diffusa nei locali ufficiali. «Non c’è devianza - dice un frequentatore dei rave -. Da una parte c’è gente che vuol far soldi, dall’altra i ragazzini che si vogliono impasticcare per vivere la loro serata straordinaria. Poi può succedere di cadere in un pozzo abbandonato, o di collassare con pasticche artigianali. Ma può succedere anche in corso Como». Due notti ben rifornite di droga sono centomila euro di incasso. Significano, mischiate a birra, vodka o vino, accelerare le pulsazioni del cuore e tenere testa al ritmo della musica che va come una scarica incessante di mitragliatrice. (26 marzo 2008)