Lo stillicidio di morti sul lavoro che sta interessando la nostra Regione e i processi di ristrutturazione che coinvolgono sempre più imprese importanti nei nostri territori che di fatto chiudono i battenti, (emblematica a riguardo la vicenda della Franzoni), impongono una riflessione attenta.
Sembra quasi che tutti i lavoratori morti siano vittime di una fatalità, di un destino atroce e non invece di un modello di sviluppo che riduce il lavoratore stesso a variabile dipendente del capitale.
Sarebbe facile oggi elencare tutti quei provvedimenti che sia con Governi di centro-destra che di centro-sinistra hanno eroso in tutti questi anni i diritti dei lavoratori, che di fatto restano in una situazione di totale precarietà.
Lo scenario che caratterizza la politica istituzionale ci ripropone con forza una questione dirimènte, cioè l’ estraneità degli operai e del mondo del lavoro alle istituzioni. Questa estranietà non nasce solo dalla cancellazione del lavoro dall’agenda politica, cosa ormai nota, ma dall’impossibilità da parte dei lavoratori di farsi carico degli interessi generali e quindi dello Stato.
Tutto ciò potrebbe farci apparire agli occhi dei professionisti della politica come dei nostalgici delle ideologie, cosa assolutamente non vera.
Quello che noi affermiamo sta nelle cose che vediamo e che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.
Questa dimensione fatta di sfruttamento, miseria e morte è inscritta in una visione riformista della società, che appartiene all’intera classe politica, in cui si accetta supinamente il trionfo del profitto a tutti i costi.
In questa situazione si può accettare come vera la "battaglia" a cui stiamo assistendo in questa campagna elettorale tra i partiti,con maggior enfasi da parte sia del PD che della SinistraArcobaleno, rispetto a chi abbia più credenziali per rappresentare il mondo del lavoro.
Ebbene noi pensiamo che entrambi abbiano queste credenziali perchè entrambi agiscono dentro la struttura e la gerarchia dei rapporti sociali comandati dal lavorio salariato che, secondo la loro visione, deve essere sempre più precario, garantire maggiore produttività e di fatto lasciare ampi strati di società nella miseria.
Se i lavoratori possono aspirare a qualche piccola possibilità di "liberazione" questa deve avvenire all’interno di una società vista come il luogo del comando incontrastato dell’interesse di parte capitalistico.
Come Network per i Diritti Globali pensiamo invece che oltre alla struttura di rapporti sociali comandati dal lavoro, vive sempre un tessuto di comunicazione, conoscienza, saperi e cooperazione, che in un certo qual modo ad esso si contrappone e a cui è alternativo.
E’ una dimensione sociale che non si materializza nello stumento vuoto della delega e della rappresentanza ma si concretizza nella lotta attorno ai bisogni reali per meno lavoro e più salario, per il reddito sociale, per il diritto alla casa e ai servizi, per la difesa dell ambiente e del territorio, per non morire di fabbrica e di lavoro.
Quello che in parte manca, soprattuto nel lavoro salariato, è la capacità di creare potere sulla produzione e di produzione, per costruire una reale autonomia. Non serve, come fa il segretario della Camera del Lavoro Corcella, proporre sempre la teoria della catastrofe e del "collasso sociale", più consono a Istituti ecclesiali che ad un Sindacato, ma constatare l’inadeguatezza, la povertà dei rapporti di potere presenti a fronte della ricchezza di cooperazione sociale operanti o da costruire. Per questo oggi il nostro sguardo e la nostra attenzione è rivolta verso tutte quelle risorse sociali che si ordinano attorno all’emergenza dei bisogni conflittuali per costruire l’autonomia sociale e politica.
Alessandro Zagaria- Network per i Diritti Globali