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Fonte: Il Manifesto 05.04.08
«Meglio gli eretici del Pd che l’Arcobaleno»
Sabato 5 aprile 2008
Il verde Beppe Caccia, uno dei leader dell’ala «disobbediente» veneta, non aderisce alla Sinistra
Orsola Casagrande
Venezia
Beppe Caccia è capogruppo dei Verdi nel consiglio comunale di Venezia e membro del consiglio federale nazionale dei Verdi. Dopo le ultime vicende, in particolare la questione delle candidature in Veneto, decide di rompere con la Sinistra arcobaleno. E di interloquire, a livello locale, con gli «eretici» del Pd. «Non aderisco alla Sinistra, ma non solo per via delle candidature. E’ la vecchia storia del dito e della luna. Certo, non condividiamo né il metodo né le scelte puntuali compiute a Roma nella definizione delle candidature, ma la critica a questa operazione è ben più profonda e strutturale», dice. Cioè? Nasce da una riflessione sull’esperienza governativa compiuta dai partiti della sinistra cosiddetta radicale e sulle conseguenze più generali che bisogna ricavarne. La bancarotta della sinistra all’interno del più generale disastro di due anni di governo è il risultato ultimo della confusione che si è voluta creare tra il piano agito dai movimenti e dai conflitti sociali e quello proprio delle istituzioni e dei partiti. E qui non so veramente cosa augurarmi: se si sia trattato di idiota miopia politica o di ambiguità e malafede. Qualcuno ci aveva raccontato che la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi sarebbe risultata una Porto Alegre italiana, l’incarnazione governativa dei contenuti e degli obiettivi del movimento. Ma l’altro mondo possibile non si costruisce per via elettorale. Chi spacciava questa favoletta dovrebbe sapere bene quale gabbia di compatibilità condizioni i margini di manovra del governo di uno stato-nazione, all’interno della dimensione globale, e su quali rapporti di forza sociali e con quali equilibri politico-istituzionali era precariamente costruita l’Unione di centrosinistra. Aggiungo che, ma questo vale anche per gli altri contraenti di quell’alleanza, si pensava a politiche fondate su un compromesso sociale che faceva riferimento a un modello di organizzazione del lavoro e a una composizione della società italiana che non sono più tali da almeno vent’anni: il patto tra le grandi corporazioni fordiste, Confindustria e i sindacati confederali, big business e big work. E soprattutto non si sono viste le tendenze strutturali che stavano investendo i sistemi politico-istituzionali in questa parte del mondo: in un’ottica di governance, la semplificazione degli schieramenti elettorali, il progressivo affermarsi di un bipolarismo bipartitico, che organizza la contesa intorno ad un’agenda politica dai margini discrezionali molto limitati. Si sono insomma chiusi gli occhi di fronte agli esiti irreversibili della crisi della rappresentanza. Il risveglio non è stato dei migliori... In Veneto è stato particolarmente brusco: penso a questioncelle come il via libera alla realizzazione della nuova base militare statunitense al Dal Molin di Vicenza, alla decisione sulla prosecuzione dei lavori per la costruzione di una grande opera inutile e devastante come le dighe del Mose a Venezia. Ma anche a quelle politiche fiscali, sociali, relative al mercato del lavoro e ai fenomeni migratori, che hanno dimostrato, da qualsiasi punto di vista le si voglia guardare, una totale incapacità di comprendere come si vive e si lavora in un territorio come il Nordest, il cui modello produttivo è più di ogni altro investito, in entrata e in uscita, dalle tensioni e dagli elementi di crisi del mercato globale. In questo contesto dici che la Sinistra arcobaleno nasce morta. Perché? Perché nasce come semplice cartello elettorale, il cui primo obiettivo è eludere i temi cui ho accennato, evitare di fare i conti con il fallimento dell’esperienza governativa, salvare la pelle ai fedelissimi di quei gruppi dirigenti romani, che della bancarotta sono stati responsabili in solido. Intendiamoci, con il polo rossoverde alle comunali di Venezia del 2000, con la proposta di un’aggregazione «arcobaleno» a livello nazionale fin dal 2003, come Verdi veneti siamo stati tra i primi a porre la necessità di lavorare alla costruzione di uno spazio politico-elettorale nuovo, che riuscisse a parlare, sul piano istituzionale, il linguaggio innovativo dei diritti e delle libertà, dei beni comuni del nuovo secolo. Ma allora, come ora del resto, prevalsero i calcoli di bottega, l’autoreferenzialità dei partiti. Oggi l’operazione porta il segno della testimonianza disperata, o peggio dell’istinto di autoconservazione di un ceto politico. Quindi come procedere? Ne discuteremo dopo il 14 aprile. Ma fin d’ora credo sia vitale distinguere tra l’analisi della dimensione politica nazionale, dove i margini saranno sempre più limitati e ridotti, e la dimensione locale dove, pur mantenendo ben distinti il piano delle istituzioni da quello dei movimenti, è ancora verificabile lo spazio di possibili sperimentazioni che intreccino la carica di novità di una cultura politica ecologista, consapevole delle irrisolte contraddizioni sociali del nostro tempo, con esperienze di carattere civico. Il territorio deve tornare a essere centrale se si vuole ricostruire una sinistra degna di questo nome, non per le ideologie con cui si rappresenta, ma per le questioni che riesce a tradurre in esperienze concrete di governo locale. Ed è qui che si può trovare uno spazio di interlocuzione con esperienze eretiche, non allineate, all’interno dello stesso Partito Democratico.
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