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Venerdì 18 aprile 2008 18:28 Trieste - Verità e giustizia per Riccardo Rasman

Incontro Pubblico in Casa delle Culture

Verità e giustizia per Riccardo Rasman

Incontro pubblico con:
Alessandro Metz - [ Audio1 ]
Giuliana Rasman - sorella di Riccardo - [ Audio2 ]
Fabio Amodeo - avvocato famiglia Rasman - [ Audio3 ]
Giovanni Di Lullo - avvocato famiglia Rasman - [ Audio4 ]
Conclusioni - [ Audio5 ]

Riccardo Rasman aveva 34 anni il 27 ottobre del 2006. E’ morto nella propria casa dopo l’intervento di due pattuglie di Polizia.

Per il fatto sono indagati quattro agenti: Francesca Gatti, Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi.

Riccardo era un ragazzone alto 1 metro e 85 e pesava 120 chili, il termine tecnico della sua malattia era "sindrome schizofrenica paranoide". La sua depressione ebbe inizio durante la leva militare, quando subì violenti atti di "nonnismo", tanto da vedersi riconosciuta dalla corte dei conti l’infermità dipendente da causa di servizio.

Aveva paura, viveva nella paura delle divise, poco importa se militari o di polizia, quelle divise gli avevano portato la sua malattia e il 27 ottobre del 2006 anche la morte.

Quella sera era eurofico, era felice, il giorno dopo iniziava a lavorare, ma ha commesso un peccato mortale, ha deciso di festeggiare gettando alcuni petardi dal balcone. Questa la causa della sua morte.

Una vicina chiama la polizia, arrivano due volanti, vogliono entrare ma lui ha paura si distende sul letto, è solo, dice che no non vuole aprire, a un certo punto urla se entrano li ammazza, ma è troppo tardi "l’ordine" non tollera insubordinazioni, neanche da chi è ammalato. I poliziotti chiamano i vigili del fuoco, viene sfondata la porta ... e inizia la fine.

Morte per asfissia da posizione.

Sul corpo di Riccardo diverse ferite, molto sangue nella camera, le perizie dei legali di parte dicono: "per causare le lesioni riscontrate gli agenti hanno usato mezzi di offesa naturale in maniera indiscriminata anche verso parti del corpo potenzialmente molto delicate, ma anche oggetti contundenti come potevano essere il manico dell’ascia rinvenuta nell’alloggio o il piede di porco usato dai vigili del fuoco per forzare la porta d’ingresso. Gli stessi agenti hanno ammesso di averlo utilizzato contro il braccio destro di Riccardo". Manette ai polsi e filo di ferro alle caviglie, ma anche i segni di un "imbavagliamento con blocco totale o parziale della bocca, effettuato con un cordino o con qualcosa di simile. Questo imbavagliamento avrebbe causato una ulteriore restrizione, soprattutto della respirazione".

Il PM sta valutando se chiedere l’archiviazione o proporre il rinvio a giudizio dei quattro poliziotti, la difesa afferma che l’intervento dei poliziotti era legittimo e l’azione svolta per legittima difesa, i legali di parte civile affermano: "In caso di delitti ed in particolare di omicidi di cui sono accusati appartenenti alle forze dell’ordine, le indagini devono essere affidate a corpi investigativi che siano indipendenti da quelli coinvolti nei fatti delittuosi. I primi testi furono persino sentiti dagli attuali poliziotti indagati".

L’archiviazione del caso tutto questo non potrebbe chiarire, solo un processo potrebbe aprire alla verità e forse alla giustizia.

Proprio quest’anno si celebra il trentennale della 180, e c’è chi in questa città vuole festeggiare Basaglia, ma ha deciso di tacere su quanto successo a Riccardo, noi vogliamo poter festeggiare anche la Verità e la Giustizia e per farlo non possiamo lasciare una morte come questa nel silenzio.

Per questo ne parliamo e ne parleremo ancora e ancora chiederemo Verità e Giustizia.

Vedi anche:
-  Si riapre l’inchiesta sulla morte di Riccardo Rasman

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