Anche gli analisti del Fondo Monetario Internazionale evocano nelle ultime settimane lo spettro del ’29: la crisi economica mondiale che si sta profilando all’orizzonte – dicono - sarà la più grave che il capitalismo abbia mai conosciuto “dopo la Grande Depressione”.
L’evento della “crisi” è storicamente connaturato al modo di produzione capitalistico e ne segna puntualmente i momenti di passaggio e di evoluzione. Nel corso del Diciannovesimo secolo, la stessa analisi marxiana (in particolare nei Libri II e III del Capitale) assumerà l’andamento ciclico come figura propria del movimento del capitale e la crisi come figura che scandisce la periodizzazione del ciclo. In questa fase i ricorrenti momenti di crisi assumono le caratteristiche fenomenologiche della “crisi di sovrapproduzione”, registrando in sostanza la sproporzione abissale tra capacità di produzione e di consumo. Ovvero, evidenziano la strutturale contraddizione tra la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare sempre più le proprie forze produttive e la diffusa povertà, con la conseguente limitazione alla possibilità di consumo delle masse. A questa fenomenologia, alla sua visione oggettivistica del rapporto di capitale, resteranno per sempre ancorati sia la tradizione riformista, sia l’ortodossia della Terza Internazionale. Marx stesso (anche nelle pagine del Capitale) si spingerà da subito più avanti: fino ad individuare la forma del ciclo come forma del rapporto di forza tra le classi in lotta, ovvero definendo il ciclo come rapporto di scontro dialettico in permanente divenire tra capitale e forza-lavoro complessiva. Ecco, dunque, irrompere nell’oggettività del ciclo, interpretato dal punto di vista capitalistico, tutta la potenza soggettiva del punto di vista operaio: la fenomenologia della crisi illustrata dai teorici dell’economia politica classica può essere interpretata solo a partire dalla lotta di classe. Non si comprenderebbe, altrimenti, il nesso che lega il primo affacciarsi sulla scena storica del moderno proletariato industriale con l’insurrezione parigina del 1848 e la successiva esperienza di organizzazione rivoluzionaria della Comune del 1870, con altrettanti momenti di profonda crisi del ciclo capitalistico e di suoi successivi salti qualitativi e quantitativi, sul terreno dello sviluppo e della riorganizzazione delle forze produttive.
Ma è proprio con il crollo della Borsa del 1929 e i seguenti quattro anni di depressione economica che lo schema marxiano trova la sua più clamorosa conferma. Con la rivoluzione dell’Ottobre ’17, la composizione sociale dell’operaio professionale e la sua organizzazione nel partito leninista afferma concretamente la possibilità di prendere il potere: il socialismo passa dall’utopia alla realtà, la realtà di uno stato operaio che si pone come punto di riferimento mondiale di tutte le lotte rivoluzionarie, di quelle anticoloniali così come delle esperienze consiliari europee e del sindacalismo rivoluzionario statunitense. L’organizzazione scientifica del lavoro di tipo taylorista e l’organizzazione della produzione standardizzata di massa di tipo fordista – insieme all’isolamento diplomatico e all’aggressione militare alla Russia rivoluzionaria – sono la prima risposta: cercano di disarticolare la composizione dell’operaio professionale, di immettere nel processo produttivo nuove forze proletarie, attraverso la massificazione del modo di produrre e la dequalificazione della forza-lavoro. Ma la reazione capitalistica si rivela un boomerang: la “repressione tecnologica” in chiave antioperaia, al tempo stesso, comprime i salari, moltiplica la capacità di produzione di merci, gonfia a dismisura la speculazione finanziaria. Con il Giovedì nero della borsa di New York il meccanismo va in pezzi. La vastità e profondità della crisi impone al cervello collettivo capitalistico un radicale ripensamento del rapporto tra crisi e sviluppo, costringe ad riconoscere, anche teoricamente come nel pensiero di J. M. Keynes, la lotta di classe operaia come potente variabile interna al ciclo economico capitalistico, vero e proprio motore dello sviluppo. Al tempo stesso, orienta una decisiva ristrutturazione, riorganizzazione della macchina statale, che sarà riassunta dal pensiero operaista nella formula dello “Stato-piano”. Non è più sufficiente che lo Stato sia, attraverso il monopolio esercitato sull’uso legittimo della forza, il garante della salvaguardia dei diritti individuali (primo fra tutti quello alla proprietà privata), ovvero che il potere politico sia esclusivamente elemento di tutela dell’egemonia sociale borghese, lasciando alla “mano invisibile” del mercato, ai suoi “animal spirits”, il governo delle dinamiche economiche. La lezione del ’29 è che la macchina statale capitalistica deve assumere direttamente su di sé il ruolo di fondamentale istituzione di regolazione del mercato, fino ad introiettare quegli aspetti di programmazione e pianificazione dello sviluppo economico propri del modello socialista. Centrale si rivelerà la funzione della spesa pubblica che diviene, attraverso investimenti infrastrutturali mirati e la costruzione di sistemi redistributivi del Welfare, elemento di integrazione indiretta del salario operaio, incrementandone così la disponibilità reddituale e conseguentemente la capacità di consumo dei beni prodotti. La stessa spesa pubblica assume perciò la funzione di volano dello sviluppo capitalistico e di principale fattore di intervento anti-ciclico. Altrettanto significativo è il peso che viene attribuito alle politiche monetarie la cui attuazione è affidata al ruolo delle Banche centrali: nel Secondo dopoguerra, con gli accordi di Bretton Woods e la nascita del Fondo Monetario Internazionale e della World Bank, questa linea evolverà nella strutturazione di un vero e proprio sistema mondiale, saldamente controllato dalle principali potenze imperialiste (USA in primis), finalizzato alla regolazione dei rapporti di cambio e dei mercati finanziari.
La terza figura della “crisi”, che vogliamo per sommi capi riassumere, proprio per evidenziare le strutturali differenze che distinguono le figure finora conosciute dalla crisi che si sta profilando, è quella che investe le economie dei paesi del cosiddetto “capitalismo maturo” agli inizi degli anni Settanta. La sua fenomenologia è quella del boom del prezzo delle materie prime (petrolio in particolare) e della dinamica inflazionistica che lo segue. Nel pensiero operaista, viene però qualificata come “crisi di comando” e ricondotta alla incapacità di parte capitalistica di far fronte, da un lato, allo straordinario ciclo di lotte della composizione sociale dell’operaio-massa nei paesi più sviluppati, dall’altro all’estensione delle lotte di liberazione antimperialiste nel Sud del mondo. Sono queste insorgenze il limite sempre più evidente alla valorizzazione del capitale su scala nazionale e multinazionale. Sono i rapporti di dominio e sfruttamento nel loro complesso ad essere posti in questione. La disarticolazione del regime disciplinare di fabbrica e l’affermazione del salario come variabile indipendente dalla produttività, pura e semplice registrazione politica di un rapporto di forza favorevole alla composizione operaia, incontra nelle politiche economiche inflattive una prima risposta capitalistica proprio sul terreno dell’erosione del reddito sociale proletario. Ma sarà la scelta di sganciare nel 1971 il valore del dollaro dal “gold standard”, ossia dal riferimento alle riserve auree detenute dal governo statunitense, affermando la funzione di puro comando della moneta, a dare il via libera alla “controrivoluzione neoliberista”, ad una stagione caratterizzata da un processo di profonda ristrutturazione nell’organizzazione sociale del lavoro con lo svuotamento della grande fabbrica fordista, da un ulteriore slancio nell’innovazione tecnologica con la massiccia introduzione dell’informatica, da una ristrutturazione della macchina statale – il passaggio dallo Stato-piano allo “Stato-crisi” nella lettura operaista – attraverso la compressione del Welfare state e dei diritti sociali da esso garantiti. Il risultato sarà la sconfitta storica della composizione dell’operaio-massa e delle prime insorgenze di quella dell’operaio-sociale e, d’altro canto, uno straordinario rilancio della capacità produttiva complessiva del modo di produzione capitalistico.
Ancora una volta, forse per l’ultima volta, portato a toccare qui il punto limite della sua rottura, abbiamo visto operare lo schema consequenziale lotte-crisi-ristrutturazione-sviluppo: proprio quella stagione porrà infatti le basi materiali all’epoca della globalizzazione, intesa non solo come dimensione planetaria nel libero scambio delle merci, ma come costruzione di un unico spazio produttivo, finanziario e comunicativo globale, per quanto non omogeneo e segnato da gradienti differenziati e differenzianti. Il concetto di “impero”, nella sua prima proposizione da parte di Negri e Hardt (1999/2000), ha il merito di interpretare il contesto nuovo che si è determinato e di leggere le conseguenze che esso comporta dal punto di vista delle trasformazioni della macchina statale, con la crisi dello Stato-nazione e la più generale messa in questione del nesso tra sovranità e rappresentanza politica. “Impero” fotografa in particolare la situazione come appare all’apice dello sviluppo della cosiddetta New Economy, al culmine cioè di un ciclo apparentemente virtuoso dell’accumulazione capitalistica flessibile, quando, negli anni della presidenza Clinton, sembra essere praticabile dal punto di vista capitalistico una regolazione “dolce” del mercato mondiale, affidata al ruolo predominante di organismi sovranazionali (il WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, più che il FMI), fino a dischiudere l’orizzonte utopico, di una distopica utopia del capitale, della realizzazione di un “governo mondiale” in grado di gestire contraddizioni e conflitti sociali su scala planetaria.
La prima crisi della New Economy, marcata dall’irruzione sulla scena planetaria del movimento di critica della globalizzazione neo-liberista, determina un brusco risveglio. In questo senso, la presidenza Bush, con l’offensiva dei Neo-con, rappresenta la prima risposta alla crisi, e alle caratteristiche che la rendono inedita. Il tentativo di riaffermare il ruolo egemone, il comando unipolare esercitato dalla potenza politico-militare degli Stati Uniti, la dottrina e la prassi della “guerra preventiva” come elemento ordinativo nel mercato mondiale, si scontrano ben presto con l’inaspettata diffusione, capillarità ed efficacia di una pluralità di resistenze. La guerra permanente è anche costretta a verificare sul campo l’impraticabilità del “keynesismo bellico” immaginato dall’amministrazione Bush: i miliardi di dollari bruciati nella strutturazione di un imponente apparato securitario interno e, soprattutto, nelle spedizioni militari esterne in Afghanistan e Iraq gonfiano a dismisura la spesa e, soprattutto, il debito pubblico statunitense (i cui titoli di Stato sono in gran parte detenuti dalla Banca centrale cinese); ma non funzionano affatto come volano di un ciclo economico positivo. La sconfitta militare patita sullo scenario mediorientale, combinata con l’enorme domanda di materie prime da parte delle macchine produttive energivore di Cina e India e la variabile indipendente chavista, impedisce ad esempio di domare la corsa del prezzo del petrolio. Ma è soprattutto la suggestione “neo-imperialista” nell’impero a scontrarsi con la moltiplicazione di polarità organizzate intorno a potenze economiche regionali (Asia, America Latina e, per quanto contraddittoriamente, Europa), ciascuna delle quali non ripropone un ritorno alla forma dello Stato-nazione, ma si muove seguendo, internamente ed esternamente, sempre più logiche di carattere imperiale.
La domanda che dobbiamo porci, a questo punto, è la seguente: questo articolarsi dei mercati e della politica internazionali a quale situazione di classe corrisponde ? Con quali rapporti di forza sociali si sta misurando ? Quali dinamiche di conflitto è costretto ad inseguire ? Se dovessimo approssimare una definizione della crisi capitalistica attuale, parleremmo di “crisi da eccedenza” o di “crisi delle eccedenze”. Insisteremmo cioè sul suo carattere affatto strutturale, tutt’altro che transitorio o congiunturale. Perché la sua spiegazione affonda le radici nei caratteri fondativi dell’attuale forma del modo di produzione capitalistico, nelle modalità specifiche con cui si determina lo sfruttamento e il dominio, nei limiti intrinseci al modello di organizzazione del comando politico, secondo il quale è andato modificandosi l’esercizio della sovranità.
Prendiamo ad esempio la vicenda dei “mutui subprime” e gli effetti a catena che essa sta producendo sul mercato finanziario globale. Ciò che proprio non funziona è la lettura che tanti “economisti di sinistra”, per primi dalle pagine de ‘il Manifesto’, ci stanno riproponendo come un disco rotto: la contrapposizione tra un capitale produttivo “buono” e un capitale speculativo “cattivo” all’origine di una bolla finanziaria inevitabilmente destinata ad esplodere con le conseguenze che sappiamo. Al di là del fatto che, nell’analisi dei contemporanei rapporti di capitale, la dimensione produttiva, materiale o immateriale che sia, e i processi di finanziarizzazione risultano essere oggi integralmente coimplicati, al punto da risultare indistinguibili; e che la finanza, lungi dal rappresentarne un aspetto di gioco puramente speculativo, costituisce invece un elemento determinante nella costruzione dei meccanismi di appropriazione e di comando esercitati, questi sì in termini ormai interamente parassitari, sulle dinamiche produttive sociali singolari e complessive; letture come quella citata hanno soprattutto il vizio di occultare quel elemento soggettivo che ci pare giochi, nella crisi dei “subprime”, un ruolo decisivo. Cerchiamo di spiegarci: sul mercato immobiliare statunitense, dove l’acquisto o l’affitto di una casa si mangia come da noi una fetta consistente della disponibilità reddituale, l’accensione di mutui a tasso variabile a forte rischio di operazioni speculative ha costituito l’unico modo, per centinaia di migliaia di proletari o appartenenti al cosiddetto ceto medio impoverito, per concretizzare il proprio diritto ad una abitazione decente. Molti di loro, e questo chiarisce l’altissimo tasso di insolvenze che ha originato la crisi, hanno contratto il mutuo pur consapevoli del fatto che non sarebbero stati in grado di pagarne il rateo mensile; ma, evidentemente, la soddisfazione del proprio bisogno di un tetto, l’affermazione del diritto ad un bene comune come quello della casa, veniva prima del rispetto delle regole, dei feroci meccanismi di indebitamento che valgono sul mercato dei capitali. Non solo: la vastità delle dimensioni della crisi ha costretto, pensate il paradosso, l’amministrazione neo-liberista di George W. Bush a ricorrere alle più classiche misure keynesiane di intervento statale, con la costituzione di un fondo di garanzia che salvasse gli istituti di credito dalla bancarotta e i sistemi finanziari dai prevedibili dirompenti effetti a catena, evitando al contempo di generare quelle tensioni sociali che sarebbero inevitabilmente seguite ad un massiccio pignoramento delle abitazioni da parte delle stesse banche. Se guardiamo alla crisi dei “subprime” da questo punto di vista soggettivo, per così dire “di classe”, non possiamo così non riconoscervi il segno di un gigantesco movimento di riappropriazione moltitudinaria di un bene comune come la casa, in diretto conflitto con la rigidità dei vincoli del comando finanziario. In questo senso, si esplicita come la diffusione moltitudinaria di un preciso comportamento, cioè una spinta soggettiva, ovvero un’insorgenza di classe, per quanto non immediatamente individuabile se si utilizzassero le sole tradizionali categorie di analisi dei fenomeni sociali, stia all’origine della presente instabilità dei circuiti finanziari globali.
La permanente fibrillazione degli strumenti della finanza, che si erano qualificati come la principale leva del comando capitalistico esercitato sulle nuove modalità biopolitiche della produzione sociale, non è tuttavia l’unica sfaccettatura di una crisi che tanto si presenta come concatenamento aperto di una pluralità di eventi e di fattori, quanto il mercato globale si rivela vieppiù come intreccio di interconnessioni e interrelazioni, condizionanti e vincolanti le une le altre. Si pensi qui al rapporto tra crisi ecologica, crisi energetica e crisi alimentare: rivolte di piazza e scioperi operai stanno punteggiando, negli ultimi mesi, la mappa di diverse sezioni dell’economia globale nei continenti del Sud del mondo in risposta al vertiginoso incremento dei prezzi al consumo di generi di prima necessità quali i cereali (e tra questi in particolare riso e grano). Tra gli elementi che più incidono sugli aumenti, nel contesto di mercati agricoli “liberalizzati” dalle direttive del WTO, vi è l’imprevedibilità del ciclo produttivo in agricoltura in conseguenza del surriscaldamento planetario e dei relativi mutamenti climatici, ma anche il crescente impiego degli stessi cereali nella produzione dei cosiddetti bio-carburanti, quale risposta capitalistica al problema dell’insostenibilità dell’emissione di anidride carbonica e altri gas serra in atmosfera, causa prima del Global warming, e alla crescita inarrestabile del prezzo del petrolio. E, se ciò non bastasse, entra in scena anche qui il sistema finanziario: la crisi del mercato azionario e quella dei mutui ha decisamente orientato i grandi investitori verso strumenti derivati quali i “futures”, cioè verso quei titoli che investono la possibilità della propria valorizzazione sull’incremento dei prezzi delle materie prime e dei generi di prima necessità, caratterizzandosi come una sorta di profezia costretta ad autoavverarsi. Il tutto ha innescato un circolo vizioso, che si presenta senza apparente via d’uscita.
Ma veniamo ad un ulteriore aspetto della crisi: l’epoca del farsi della globalizzazione è stata segnata dalla continua combinazione di processi di de-territorializzazione e ri-territorializzazione produttiva e sociale, con una netta prevalenza dei primi, al punto che la stessa categoria dell’ “esodo” prima ancora che essere utilizzata per suggerire percorsi di liberazione, potrebbe essere utilmente impiegata per descrivere le grandi trasformazioni verificatesi nell’ultimo quarantennio. Che cos’altro è stato, ad esempio, il processo di decentramento produttivo negli anni Settanta del secolo scorso, la disseminazione sul territorio di singoli segmenti del ciclo della fabbrica fordista se non un vastissimo fenomeno di “esodo” dell’organizzazione del lavoro, segnato anche dalla necessità capitalistica di inseguire sul territorio l’ “esodo” operaio dal regime disciplinare di fabbrica ? Che cos’altro è stato il processo di delocalizzazione, nell’Est europeo prima e nel Far East asiatico poi, negli anni Novanta, di singoli segmenti del ciclo produttivo dei distretti industriali se non un altrettanto ampio fenomeno di “esodo” verso una rinnovata divisione internazionale del lavoro, che individuasse su scala globale una nuova leva di forza-lavoro più flessibile e a buon mercato ? E che cosa altro sono stati e sono i giganteschi movimenti di quella stessa forza-lavoro globale, strutturalmente precaria, che definiamo “migrante”, se non un fenomeno di “esodo”, nel quale necessità oggettive del mercato mondiale del lavoro e pulsioni soggettive alla fuga verso migliori condizioni di vita continuamente e variamente si ricombinano ? Ecco perché, dal nostro punto di vista, la categoria dell’ “esodo” si è rivelata decisiva sia per descrivere i comportamenti soggettivi che hanno caratterizzato il ciclo del movimento “no-global” nella sua estrema mobilità e nel suo essenziale nomadismo, sia per offrire a questo stesso movimento un orizzonte ideale e di azione politica: come non sentire risuonare nell’efficace parola d’ordine dell’ “altro mondo possibile” l’eco della Terra promessa da raggiungere e su cui fondare un’altra società ? Ma, se oggi, nella crisi della globalizzazione che corrisponde al compiersi del processo di costituzione del mercato globale, i processi di valorizzazione capitalistica scontano il raggiungimento di un limite quasi fisico all’estensione dei propri processi di de-territorializzazione e si vedono costretti ad uno sbilanciamento a favore di processi di ri-territorializzazione, che si mostrano talvolta con la maschera mostruosa della chiusura identitaria o con quella grottesca di semplicistiche ricette neo-protezioniste, che cosa ne è dei movimenti e delle loro prospettive ? Pur lontani da qualsiasi caricatura che si connoti come un ingenuo e regressivo “ritorno al territorio”, ripiegamento strategico e identitario in una dimensione localistica, ecco allora che qui l’accento non può che spostarsi dalla prospettiva dell’ “esodo verso l’ altro mondo possibile” a quella della “costituzione del comune”, ovvero alla costruzione nella lotta di quelle condizioni comuni di vita liberate, qui ed ora, dalle costrizioni del comando capitalistico. Qui ed ora significa nei nostri territori, cioè in un territorio che non è naturalisticamente definito, ma permanentemente connesso al globale e continuamente riplasmato dalle dinamiche produttive e conflittuali che lo attraversano, e nel tempo presente, cioè in una pratica dello Jetzt-Zeit che non rinvia ad un indeterminato futuro l’ansia della liberazione. In estrema sintesi, si potrebbe dire che, senza buttare via nulla del ciclo che abbiamo e che ci ha attraversato ma facendo anzi tesoro dell’accumulo soggettivo che esso ci consegna, l’intensità delle pratiche, il loro radicamento territoriale, sta alla proliferazione dei movimenti moltitudinari dell’oggi, come l’estensione, la mobilità degli eventi, stava al movimento “no-global”.
E sono anche queste caratteristiche dell’azione dei movimenti, che dobbiamo imparare a leggere nella realtà e ad assumere, al tempo stesso, come progetto soggettivo, a rivelare, nella crisi globale, anche il limite toccato dai meccanismi propri della finanza, della comunicazione, della guerra, pur variamente e creativamente ricombinati nelle figure della governance, quali strumenti di regolazione politica post-statuale. La governance, che della crisi della sovranità e della rappresentanza era al tempo stesso sintomo, prodotto e risposta in avanti, si scontra qui con quella che sempre più appare come la strutturale ingovernabilità del mercato capitalistico globale. Lo testimoniano i comportamenti sociali diffusi di rifiuto e sottrazione, la proliferazione di conflitti, di lotte sociali moltitudinarie (e chissà quante sfuggono ai nostri occhiali dalle lenti spesso appannate !), i movimenti di appropriazione singolare e collettiva di quote di reddito e di spazi di libertà (e chissà quanti stanno scavando il reale senza che siamo in grado di leggerli !).
Questo significa “crisi delle eccedenze”: l’ultima fase, che abbiamo conosciuto, di sviluppo del modo di produzione capitalistico ha spinto così oltre la produttività sociale complessiva, ha messo in moto un sistema globale di produzione così potente, che gli sfugge da ogni parte, la cui sovrabbondanza deborda, eccede i limiti posti dallo stesso dominio del capitale. Non vi è qui, da parte nostra, alcun catastrofismo, né alcuna riproposizione di “teorie del crollo”. E, tanto meno, sciocco ottimismo ideologico. Tutt’altro. Siamo ben consapevoli del fatto che proprio il carattere strutturale della presente crisi produrrà risposte feroci da parte capitalistica, che già ora stanno determinando l’impoverimento di milioni di donne e uomini. Per questo siamo convinti che, forse, ora più che mai la parola d’ordine non possa che essere: “costituzione del comune o barbarie!” E che sul come, sull’invenzione di strumenti nuovi di inchiesta e di organizzazione, debba misurarsi il nostro desiderio di liberazione.
Vai alla feature Assemblea pubblica di movimento. Domenica 4 maggio al Cso Rivolta