Il comico si collega via Internet: «Vanno coinvolti gli operai». Trecento persone scese in piazza
Hanno sfilato in 300 contro la Ferriera. Arrabbiati, rumorosi e in alcuni casi sfiduciati per la mancata chiusura del «mostro di Servola». Un corteo trasversale partito da piazza Unità e, dopo due ore passate sfilando lungo le vie del centro, arrivato in piazza Verdi. In mezzo alla carrellata delle Porsche e a pochi minuti dall’inizio de La Rondine di Giacomo Puccini.
Una coincidenza, nessuna volontà di contestazione come avviene abitualmente alla «prima» della Scala di Milano. Serviva un collegamento in Internet, gentilmente concesso da un bar, per consentire la benedizione in diretta di Beppe Grillo. Un messaggio dai toni pacati quello del popolare comico genovese, diventato il paladino dello sviluppo ecosostenibile. Reso possibile dal lavoro dei grillini locali, che hanno aderito alla manifestazione. «Non è possibile tenere in piedi la Ferriera, appartiene ormai al passato. Portate avanti questa rivoluzione pacifica, ma fatelo - dice Grillo - parlando quotidianamente con gli operai dello stabilimento e con le istituzioni cittadine». Applausi accompagnati dai fischi quando Grillo si lascia scappare «ci dovrebbe essere anche il sindaco lì con voi». Perché quel corteo eterogeneo, aperto dalle famiglie e chiuso dai no global, non ha fatto sconti alla classe dirigente. Né di destra né di sinistra, di ieri e di oggi. Bacchettate a Riccardo Illy e al centrosinistra reo di aver approvato l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), ribattezzata in un pannello «Autorizzazione illyana ad inquinare», fino al sindaco Roberto Dipiazza e perfino al neoletto governatore Renzo Tondo.
«Stessa casta, stessa razza» ripete all’infinito l’altoparlante posizionato sopra la jeep di Maurizio Fogar, animatore del Circolo Miani. Si alterna al microfono con il verde Alessandro Metz, accompagnando un corteo senza slogan urlati. Ma rumoroso. I manifestanti si fanno sentire con i fischietti, i tamburi, le trombe, perfino una campana che suona a morto. C’è anche una signora che batte un cucchiaio sulla padella. In coda il furgone del Centro delle culture di Ponziana, ricoperto dallo striscione «No nuke» e «Aria pura senza paura», spara musica ska ad alto volume. È il popolo dei no global, guardato a vista dagli uomini della Digos in borghese e la Guardia di finanza in tenuta antisommossa. «Manca solo la forestale» dice un signore avvicinando i finanziarie e osservando come, in piazza Unità, si notino le divise dei carabinieri e della polizia.
Ad aprire il corteo uno striscione semplice e senza etichette. «Ferriera, Regione-Provincia-Comune solo parole». È il leif motive dominante, quello che fra giacche e cravatte e capelli rasta paragona Trieste a Napoli. Solo che qui da noi «non si vedono le immondizie, perché le ritroviamo nell’aria». Cancerogene, ovviamente. E nel mirino c’è la Ferriera. Intesa come proprietà («Alla Lucchini non interessa neanche la salute dei bambini»), ma anche come classe politica accusata di parlare senza agire. «Tondo eletto con i voti dei servolani» è lo striscione che fa bella mostra di sé. Un monito al nuovo governatore bocciato da una parte del corteo, mentre c’è anche chi gli dà fiducia e lo aspetta al varco.
Lungo il percorso, da corso Italia e piazza Oberdan, la gente lungo i marciapiedi osserva fra condivisione e sguardi apatici. Dagli autobus bloccati le persone escono in maniera composta. Qualche «vaffa» dagli automobilisti in coda, ma anche tanta comprensione e forse paura davanti allo striscione «articolo 32 della Costituzione: la Repubblica tutela la salute».
«Sono anni che ci ricattano, adesso basta la Ferriera inquina e va chiusa» è il monologo. Sembra di sentire le parole di Dipiazza e invece è il camioncino dei no global. Quando si arriva in piazza Libertà ce n’è anche per l’assessore Franco Bandelli e il progetto di riqualificazione reo di tagliare gli alberi. Ma è una protesta secondaria, lo zoccolo duro vuole la chiusura della Ferriera, ci sono perfino anziani che si trascinano per chilometri pur di «svegliare Trieste». Fogar spegne il sigaro e se la ride davanti a una manifestazione dignitosa. Lascia che Grillo aizzi la folla dicendo come «sia patetico tenere in piedi questo tipo di industria», per poi monopolizzare il microfono.
«La Ferriera ha fatto scappare anche i coreani che volevano investire sulla piattaforma logistica», dice strappando l’applauso e attaccando un po’ tutti.
Nell’ordine l’Autorità portuale, la Provincia, il Comune e la Regione. Già, quell’amministrazione regionale che ha cambiato da poco colore, lasciando a casa Illy. «Anche noi, andando a votare o disertando le urne - dice Fogar - abbiamo contribuito a mettere la parola fine all’era Illy. Ma adesso Tondo si sta comportando come Dipiazza: solo parole». È un monito al neogovernatore che, durante la campagna elettorale e anche dopo il voto, ha messo in cima alle priorità del suo mandato la chiusura della Ferriera.
È l’ultimo atto della mobilitazione. La manifestazione è sciolta, guardata a vista perfino dal questore Domenico Mazzilli. Le famiglie servolane possono fare rientro a casa, i militanti della Lega e quelli dell’Italia dei valori ringraziati dagli organizzatori possono smobilitare. Senza aver esposto i propri vessilli. Anche i tamburi alcuni marchiati dei quali marchiati con croci celtiche, segno che nel corteo c’erano proprio tutti, possono tornare a riposare come i disobbedienti. Un riposo breve. Torneranno presto in piazza come «i napoletani, più orgogliosi dei triestini». Un’ammissione della sconfitta numerica del corteo? Guai a dirlo, neanche per scherzo.
di Pietro Comelli