* di Francesco Raparelli
In una vignetta uscita qualche giorno fa sul Corriere della Sera Vincino costruiva una singolare similitudine tra «la tribù degli uomini rossi», da poco scoperta in amazzonia, e gli studenti della Sapienza, i contestatori, o picchiatori, seguendo la vignetta, del preside Pescosolido. Se per Paolo Conti e Fabrizio Roncone, entrambi assenti la mattina di giovedì 29 maggio – giornata della grande manifestazione per la libertà di Emiliano e a difesa democratica della Sapienza dall’invasione di Forza Nuova –, l’università era stata teatro di un efferato sequestro, per Vincino si era trattato di violenza dispiegata.
Ma non tanto la violenza – quella che non c’è stata – ci interessa, quanto il paragone: gli studenti che ancora esprimono dissenso o fanno politica all’interno delle aule universitarie sono residui primitivi di una società e di una storia scomparse una volta per tutte. Al pari della tribù degli uomini rossi si tratta della contemporaneità del non contemporaneo, di una persistente sacca selvaggia che non può far altro che respingere il nuovo che avanza. E il nuovo, secondo Vincino, sarebbe il preside Pescosolido o il fatto che l’università italiana possa ospitare dibattitti organizzati da partiti politici dichiaratamente neofascisti, razzisti e negazionisti (dunque anticostituzionali) come Forza Nuova. Se questo è il nuovo sarebbe quasi conveniente riscoprire la potenza selvaggia del non contemporaneo!
Ma senza farci prendere dal fascino della fuga nel passato conviene impiantarsi in pieno nel contemporaneo e capire quale partita si sta giocando sull’università. L’università è uno dei nodi produttivi della metropoli post-fordista, la formazione si alterna al lavoro così come il lavoro non può procedere senza continue incursione nei processi formativi: questa novità toglie ogni fascino romantico alle mobilitazioni studentesche e le consegna alla durezza dello scontro sulla produzione (a mezzo di linguaggio e di sapere), sul reddito, sulla vita.
Cancellare il ‘68, in questo senso, diviene un obiettivo assai più ambizioso di quelli perseguibili con una manciata di revisionismo storico a buon mercato. Con il ‘68 bisogna cacciar via l’idea di rivoluzione, o più semplicemente l’idea che il conflitto possa attaraversare la nuova composizione del lavoro. Se l’università produce, l’università e chi la abita devono cambiare natura: la libertà di espressione deve essere bandita, al pari della libertà di ricerca.
Chi prova a costruire un’altra università nell’università in crisi (non bisognava aspettare il Corriere della sera o l’inchiesta di Alma Laurea per capire che l’università del 3+2 aveva fallito), chi quotidianamente organizza seminari e autogestisce saperi deve essere riportato all’ordine e, laddove si rileva una certa promiscuità tra pratiche di autogoverno studentesco e autonomia gestionale dell’università, beh allora bisogna colpire con maggiore durezza.
Non è casuale che proprio il tema del pluralismo viene utilizzato per attaccare. A Roma, come a Torino, come a Padova, il copione è lo stesso: far parlare le destre neo-fasciste, far parlare squadristi xenofobi per aprire il caso, creare confusione e cominciare l’offensiva. Come un ritornello l’offensiva non ha dubbi: la discriminante dell’antifascismo non ha più senso di esistere; si tratta di «ubriachi che fanno politica»; la solita sfida tra opposti estremisti; la violenza e gli anni scuri della repubblica rientrano nelle università.
Il ritornello dice sempre le stesse cose, avendo in mente sempre lo stesso obiettivo: separare il sapere e la sua produzione dalla libertà, dalle istanze critiche, dalla ricerca collettiva, dalla cooperazione. “Studenti, ricercatori e docenti, quando si produce non si pensa!”, questo sembra dire l’adagio. Ma come separare sapere e critica, conoscenza e politica, linguaggio ed etica? Questo è il rompicapo di Confindustria e riformatori, Corriere della sera e politica.
Attorno a questo rompicapo bisogna far convergere la resistenza e la creatività di chi fa del sapere una risorsa di libertà e di democrazia, di solidarietà e di conflitto. Sarà un processo duro e anche molto lungo, che passerà forse per una riforma di sistema da parte della neo-ministra Gelmini; si tratta di una battaglia che non possiamo pedere!
* Dottorando di ricerca, Rete per l’autoformazione – Roma