"Buco di Padova" - Inchiesta della rivista Carta, del febbraio 2007
Intervista a Umberto Curi padovano, filosofo, attento osservatore della realtà padovana e veneta.
D: Di fronte ad alcuni episodi di conflitto - come la manifestazione contro il muro di via Anelli caricata dalla polizia tre mesi fa o il sit in «rimosso» dalle forze dell’ordine al Portello all’inizio di gennaio - alcuni commentatori hanno paventato un ritorno agli anni settanta.
R: I commenti fioriti a margine degli episodi citati sono una prova lampante delle autentiche aber- razioni a cui può condurre la pigrizia intellettuale, spesso accompagnata da una buona dose di disonestà. Come è perfettamente ovvio, anche a Padova le cose sono cambiate radicalmente rispetto a una trentina di anni fa, al punto da destituire di validità ogni possibile paragone. Il fatto è che fa comodo un po’ a tutti – ai politici in primo luogo – affidarsi ai luoghi comuni, come quello malauguratamente mai archiviato degli «opposti estremismi», per nascondere l’indisponibilità a misurarsi con il nuovo. In realtà, l’unico dato davvero invariante è l’ostinazione a non voler fare veramente i conti col recente passato. Col ri- sultato poi di restarne prigionieri anche per quanto riguarda l’analisi del presente.
D: Malgrado le promesse sulla «partecipazione», la giunta di centrosinistra non sembra aver ope- rato alcun cambio di passo: la cultura politica della sinistra, non solo padovana, è in grado, o ha la volontà, di innovare le politiche urbane?
R: La cultura politica non è cosa che si possa improvvisare sulla base di intenzioni più o meno sincere. In poche altre città le forze politiche, anche di sinistra, sono arroccate come a Padova. In poche altre città la politica viene gestita con altrettanto disprezzo non già per la partecipazione, ma anche soltanto per il semplice consenso. La verità è che, per almeno abbozzare una politica di partecipazione, sarebbe necessario an- zitutto abbattere i numerosi steccati esistenti fra zone della stessa società civile, fra le tante microcittà in cui Padova è segmentata: l’università, il tessuto industriale di imprese piccole o piccolissime, i centri di eccellenza della ricerca, il tra-dizionale ceto dei commercianti e degli artigiani, i grandi tycoon della finanza regionale, principalmente concentrati in questa città, le sempre più numerose enclaves di extracomunitari, per i quali non si propone nessuna concreta politica di integrazione. Ma per avviare una politica di questo genere sarebbe necessario ciò di cui maggiormente si avverte la mancanza: un’idea di quale possa essere il futuro di questa città, a cominciare dal suo profilo urbanistico, fino alla sua nuova identità sociale, che non potrà che essere multietnica e multiculturale. A giudicare da ciò che offre oggi il mercato della politica, poco più che un bel sogno.