Sarebbe bello poter parlare del Brasile senza doverne raccontare i problemi. Vorrei vederlo con gli occhi di un turista, che ne ammira le bellezze, tra due passi di samba e una caipirinha. Ma proprio non riesco a restare indifferente a ciò che vedo. A non interrogarmi e chiedermi il perché di tante cose.
Dalla cittá di São Paulo a Salvador sono 33 ore di autobus.
Chilometri di terra e di cielo, a perdita d’occhio.
Viaggiando in autobus ci si rende conto di quanto sia vasto e complesso questo paese.
E di come stia cambiando.
La mia conoscenza del Brasile è una strana storia, lunga e appassionata, alla quale forse non avrò mai il coraggio di mettere la parola “fine”, perché ogni viaggio mi regala nuove emozioni e nuove conoscenze, perché questa terra infinita, che alle volte mi sembra così immutabile, in realtà cambia di continuo, nei suoi paesaggi, forme, colori,…
Tutto è cominciato nel 1999, a São Paulo. E da qui, quest’anno, un nuovo viaggio è ricominciato.
Ho ancora ricordi tremendamente vivi, nonostante gli altri viaggi e gli anni passati, di quei primi 3 giorni nella grande metropoli.
Tra le immagini che mi ritornano in mente, quella di una distesa di baracche e tende nel mezzo di una terra incolta e desolata.
Era la prima volta che conoscevo l’MST, Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra.
Mi avevano portato in visita di un accampamento di centinaia di famiglie che avevano occupato un terreno a qualche chilometro dalla capitale paulista.
La notte prima della nostra visita, decine di poliziotti avevano intimato lo sgombero, e l’accampamento si stava spostando “na beira da estrada”, sui margini della strada, fuori dalla proprietà, per continuare la protesta.
A distanza di tutto questo tempo, quella conoscenza rimane uno dei ricordi più forti e significativi.
E qui, dove tutto è cominciato, sono oggi ritornata, ospite di questo vasto e complesso Movimento.
Un altro viaggio. Nuove emozioni. Antichi problemi ancora irrisolti, nonostante anni di lotte e proteste.
Cambierà mai questo Brasile?
Quante battaglie, quanti sogni e speranze coltivati su questa terra. Una ricchezza così grande e problemi che sembrano insormontabili.
Chilometri di favelas, con le loro “lucine da presepio” ai lati della strada che sto percorrendo.
Poi è solo terra e un cielo che si tinge di rosso nella luce del tramonto.
Riapro gli occhi in una sorta di paradiso, chilometri più a nord da dove sono partita. Verdi colline, un fiume che scorre al lato della strada e un sole caldo che mi da il buon giorno.
Sono al confine tra l’Estado de Espirito Santo e Minas Gerais.
Poi il paesaggio cambia all’improvviso. Piantagioni e foreste di eucalipto a perdita d’occhio.
Non c’è traccia di erba né di foreste rigogliose.
Centinaia di chilometri di terra disboscata per lasciare spazio a una delle nuove “piaghe” brasiliane: le monocoltivazioni di eucalipto, impiantate dalle grandi multinazionali europee. ( foto )
L’eucalipto “come tudo”, si mangia tutte le risorse del terreno e quel che resta è solo terra rossa e secca ai piedi dei tronchi. Mi spaventa pensare come sarà il paesaggio tra qualche anno, quando gli alberi verranno tolti per produrre cellulosa e carbone.
I danni per l’ambiente e per le popolazioni locali sono inestimabili.
“Tem que lutar…” dicono i Sem Terra. Ma il potere economico delle multinazionali della cellulosa e degli agrocombustibili si è ormai sostituito al potere politico locale o ci va perfettamente “ a braccetto”.
Alle volte mi sembra tutto così insormontabile, e la speranza “de mudar as coisas”, la speranza di cambiare le cose, e il destino già scritto di questo Brasile, deve essere davvero l’ultima a morire.
Poi di nuovo il paesaggio cambia. Cala la notte e si attende un nuovo giorno.
Il sole del mattino illumina una distesa infinita di baracche.
Salvador é vicina. Prima di arrivare alla “rodoviaria” chilometri di favelas ai lati delle strade.
Minuscole casse di terra, mattoni, legno, cartone. Bimbi scalzi giocano per le strade, incuranti dei rigagnoli di fogna e dei cumuli di lixio ai margini delle strade.
Anche questo é Brasile. La faccia piú conosciuta, ma che non fa piú scalpore.
Tutto é immutato, come 10 anni fa. O forse. Le favelas crescono di pari passo con l’aumento degli investimenti nell’agrobusiness, che incentiva l’esodo rurale e la disoccupazione dei campesinos e che crea l’auemnto dei prezzi degli alimenti e l’intossicazione della terra e dell’acqua.
Cambierá mai questo Brasile?
Sta cambiando. Ma nella direzione sbagliata.
Elisa Lindner, per l’Associazione Ya Basta!Reggio Emilia