Il Maranhao è uno stato prevalentemente agricolo e la sua struttura fondiaria è sempre stata caratterizzata da grandi proprietà terriere.
Già a partire dagli anni’60, le politiche statali, con l’obiettivo di modernizzare lo stato, hanno favorito l’accorpamento delle terre a beneficio di grandi imprese nazionali e internazionali.
Il risultato di questa strategia è stato l’espulsione di migliaia di famiglie dalle proprie terre, la violenza e lo sfruttamento dei lavoratori e la concentrazione delle terre in mano a grandi latifondisti, creando così le condizioni favorevoli per il perdurare della miseria e della fame.
Per questo il Maranhao presenta oggi uno dei più alti indici di esclusione sociale uno dei più bassi indici di Sviluppo Umano.
Se negli anni ’60, chi dettava legge nelle zone rurali erano i fazendeiros e pistoleiros, che uccidevano i lavoratori rurali e i leader sindacali, negli ultimi anni si sta verificando una nuova egemonia, quella delle grandi multinazionali, che implementano progetti legati alle monocoltivazioni, a servizio del capitale internazionale. Questi gruppi sono responsabili di gravissimi danni socioeconomici, culturali e ambientali, di dimensioni devastanti incalcolabili.
Nelle regioni del Sud dello Stato le popolazioni residenti stanno già subendo le negative conseguenze delle monocoltivazioni di soia: esodo forzato verso le grandi città, malattie della pelle e respiratorie a causa dell’uso smisurato di pesticidi tossici, inquinamento dei fiumi e delle sorgenti.
Altra situazione grave è quella delle zone centrali, dove imperversano le monocoltivazioni di eucalipto.
Al nord enormi estensioni di terre sono già state destinate alla canna da zucchero, mentre le zone costiere sono destinate all’allevamento intensivo dei gamberetti, con conseguenze devastanti per la biodiversità marina.
Anche il problema della deforestazione della zona pre-amazzoniche non accenna a diminuire e la devastazione è quasi totale.
La minaccia oggi non è più solo per la vita di quelli che si espongono in prima fila, ma nei confronti della vita stessa delle comunità contadine e della biodiversità. La giustificazione ufficiale dell’appoggio al modello di agrobusiness è quella dello sviluppo. Ma quello che ci si deve in realtà chiedere è: “sviluppo... di che cosa e per chi?!”
“Lula sta mantenendo una politica economica neoliberale che beneficia solo le grandi imprese e le banche e che diminuisce sempre di più i finanziamenti nelle aree sociali. Per questo, nonostante il Presidente dica che vuole fare la riforma agraria, in realtà ne parla solo nei discorsi di propaganda del governo. Anche per le famiglie già insediate la situazione non è facile; non ci sono politiche agricole di aiuto alla produzione e commercializzazione, i finanziamenti beneficiano le grandi imprese, anche le multinazionali e i fazendeiros che fanno parte del circuito dell’agrobusiness.
Queste imprese stanno distruggendo l’agricoltura contadina in varie regioni del Brasile, rendendo le famiglie agricole sempre più dipendenti dai prodotti che loro vendono (sementi, fertilizzanti, pesticidi) o controllando il lavoro e la produzione delle famiglie che cadono nell’inganno delle monocoltivazioni e non praticano una agricoltura sostenibile e che dia priorità alla sovranità alimentare del popolo brasiliano”
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