Gira e rigira, sempre lì si torna. Certo, in un contesto e in un clima, sociale e politico, molto cambiati. Ma sotto le sue varie etichette ("questione settentrionale", "secessione", male del nord”, alternativamente "locomotiva" o "crisi del Nord-est", "federalismo fiscale" e via discorrendo), il nodo irrisolto con cui tutti, nessuno escluso, sono costretti volenti o nolenti a confrontarsi, è qui ben saldo ad occupare la scena: il rapporto tra organizzazione centralistica dello Stato e le molteplici autonomie, non soltanto istituzionali, ma sempre più economiche e produttive, sociali e culturali, su cui essa interviene, si presenta con i tratti di una insuperabile contraddizione, tale da turbare i sonni anche a chi, su di essa, ha costruito le sue fortune in termini di consenso elettorale.
Perché è forse questa la novità delle ultime settimane, cioè il carattere spiazzante di quella iniziativa trasversale che coinvolge oltre 400 sindaci del Veneto nella rivendicazione del trasferimento del venti per cento dell’Irpef prelevata in loco agli stessi Comuni. Richiesta ancora ben lontana da un autentico federalismo fiscale, se si considera che in un’architettura istituzionale di tipo federale, è la stessa logica del prelievo ad essere completamente rovesciata. Ovvero, è il livello locale più basso a dover democraticamente determinare il carico fiscale, a riscuotere le tasse e a devolvere autonomamente, ai livelli di governo superiori, quanto venga ritenuto necessario per garantire le funzioni proprie delle stesse strutture federali.
Ma, per la cultura politica e la prassi istituzionale del nostro Paese, la richiesta di trattenere localmente un quinto per l’Irpef è già vissuta come un vero e proprio sacrilegio. Tant’è che già si levano le voci di autorevoli parlamentari venti del PD (vedi Stradiotto), ancora una volta più realisti del Re, a denunciare i presunti perversi effetti di un provvedimento del genere. Più interessante risulta leggere l’imbarazzo, con cui l’ampiezza delle adesioni alla proposta viene accolta nello schieramento che oggi controlla tante Amministrazioni locali (solo tre capoluoghi su sette, ma la stragrande maggioranza delle realtà medio-piccole), quattro Provincie su sette, la Regione Veneto e Parlamento e Governo nazionali: il sindaco di Verona Tosi, così aggressivo e battagliero quando si tratta di prendersela con i più deboli, diventa insolitamente mansueto sul tema, definendo "impraticabile" la proposta del 20 per cento e richiedendo una (democristianissima) "gradualità" nell’applicazione del federalismo fiscale.
Un segnale questo delle difficoltà in cui si dibattono anche i cosiddetti "vincitori", alle prese con una crisi della governance in tutte le sue varianti (di “destra” e di "sinistra"), costretta a confrontarsi con la dura materialità delle contraddizioni sociali (e quindi territoriali) che ha di fronte. Diviene dunque, per questi Signori, estremamente problematico conciliare la feroce politica di prosciugamento delle risorse finanziarie destinate ai Comuni (perseguita da Tremonti prima, da Padoa Schioppa poi, e di nuovo ancora da Tremonti), che non è solo frutto di una necessità contabile, ma è anche ed essenzialmente scelta strategica di chiusura degli spazi di autogoverno locale, con il sovraccarico di domanda sociale che si riversa sulle Amministrazioni periferiche, chiunque le guidi.
Certo è che nessuno sembra aver voglia di costruire, su questo nodo, azione politica adeguata, che sappia cogliere queste difficoltà come occasione per riprendere un’iniziativa che sia, al tempo stesso, radicalmente federalista e radicalmente democratica. Di fronte alle convulsioni che attraversano il campo avverso, gli amministratori locali del Centrosinistra veneto, anche i più intelligenti, sembrano stare in un angolo a guardare, come pugili suonati o disincantati, perché da troppo tempo avvezzi a calcare la scena del ring. Pensate che forza avrebbe, proprio in questo momento, un movimento di sindaci pronti a schierarsi a fianco del Comune di Vicenza nella sacrosanta battaglia, questa sì per il federalismo e la democrazia, per affermare la sovranità di una comunità sul proprio territorio, nel caso Dal Molin. Tacendo invece, perdono forse l’ultimo treno utile a far propria, anche sul terreno della sperimentazione istituzionale, la parola d’ordine dell’ "indipendenza", interpretata nel senso più profondo di libertà come condizione di non-dipendenza da altri, premessa per l’affermazione di un autogoverno, in grado di "entrare nel merito" delle contraddizioni sociali che attraversano le nostre comunità.
Beppe Caccia – consigliere comunale di Venezia
(parzialmente pubblicato da "Carta Estnord" – 1° agosto 2008)
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