Via Torino porta al centro di Kabul? Dietro piazza Fontana c’è il duomo di Baghdad? E i famosi piccioni, cacano sulla statua di Mugabe?
Domande spontanee, che possono venire a chiunque si imbatta nei gloriosi italici militari, da questa settimana agostana di stanza in piazza Duomo a Milano, a garantire la sicurezza di fotocamere giapponesi e di turistiche ascelle sudate. I ministri La Russa e Maroni hanno finalmente riportato la sicurezza a Milano. Infatti tutti sanno che in piazza Duomo si commettono ogni giorno omicidi, stupri, rapine, sparatorie… è normale, data la sua natura di luogo buio e appartato. Se poi vi saltasse in mente di ricordare i 16 più uno morti della Strage di Piazza Fontana come unico grave attentato alla sicurezza in zona Duomo nel dopoguerra, come pure le numerose aggressioni fasciste dei sanbabilini, amici di La Russa che menavano anche gli amici dell’allora lottacontinuista Maroni (com’è piccolo e putrido il mondo)… be’, se vi saltasse in mente, sarebbe solo perché siete tendenziosi.
Se poi vi sorgesse il dubbio che tale dispiegamento di citrulli verde militare sia puro simbolismo mediatico, un amo dei tanti cui è solito abboccare il pesciolone italiano medio (Bocchalonis italicus, lo chiamano gli ittiologi), ci penseranno i 300 tiranni (lapsus: soldati), dispiegati nella città già avente il record di poliziotti ad abitante e a chilometro quadrato, a farvi cambiare idea durante uno dei pattugliamenti previsti. Attenti a non opporre resistenza, però, perché quelli militari sono e militarmente esercitano la democrazia: per resistenza e oltraggio c’è la fucilazione. O il rimpatrio, se avete la sfortuna di essere migranti e lungo la linea 90 degli autobus vi rastrellano. Ah, no, pardon, questo lo facevano già prima.
Fortunatamente i milanesi se la caveranno solo con i carri armati davanti alle vetrine di Montenapoleone e i bazooka in stazione centrale. Siamo un paese in guerra contro l’intelligenza, è il prezzo da pagare perché l’ignoranza vinca la battaglia decisiva. Ma se non altro non ce la passiamo come i nostri vicini di Novara, che non si potranno ritrovare in più di tre persone nei parchi la sera (ai tempi del fascismo era 5 la soglia per la sedizione). Però le comitive di ragazzi possono sempre mettersi a due a due in panchine vicine e negare di conoscersi a vicenda. Un bel passo avanti per la sicurezza di quelli che, tanto, la sera stanno davanti al televisore.
Nel 2003 piazza Duomo si sorbì le varie caserme di polizia e carabinieri che la domenica mattina facevano l’alzabandiera. Si era allo scoppio della guerra in Iraq, i movimenti di disobbedienza alla guerra facevano presa su milioni di persone e quella manifestazione di militarismo, a noi che a quei tempi fermavamo i treni di guerra con il trainstopping, parve nauseabonda. Per questo una mattina di marzo, con un presidio in stile anglosassone, impedimmo l’alzabandiera delle 12. La bandiera si alzò poi alle 13, ingloriosamente protetta da un girotondo di sbirri. Intorno, le vie del centro continuavano il loro shopping. La scena era vagamente penosa, ridicola, surreale.
La fase storica, evidentemente, è cambiata. Le scene di questi giorni non fanno pena: fanno schifo. Fa schifo un paese dove muoiono quasi mille persone all’anno sul lavoro, il quadruplo sulle strade e centinaia in mare. Questi ultimi non sono cittadini italiani, sono migranti; ma sono forse morti che valgono meno, come le due ragazzine rom di Napoli lasciate affogare nell’indifferenza generale!? Fa schifo un paese dove un qualsiasi La Russa, che ha ancora voglia di giocare ai soldatini, può proclamare lo stato d’assedio interno in assenza di nemici della patria. Fa schifo che la smania di centurie e presentat’arm venga proposta quale soluzione a bisogni (indotti) di sicurezza, quando significa solo più armi sparse per le strade, per giunta in mani guidate da cervelli di dubbia efficienza.
La strada è il luogo delle contraddizioni sociali. Come tale, se mai fossimo in democrazia, ne sarebbe il laboratorio. Chi della democrazia pretende di essere il rappresentante, immette armi e gonfia il petto. Chi la democrazia la esercita, invece, è chiamato a riprendersi le strade e le piazze. Il percorso è noto: parte sempre in basso a sinistra, vicino alla fermata dei diritti, all’incrocio con via della lotta. Presto o tardi, si vedrà quanti saremo a camminare.
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