RASSEGNA STAMPA

Fonte: Il Manifesto 22.08.08

Un ministro senza qualità

Venerdì 22 agosto 2008

Finalmente un ministro dei beni culturali è riuscito a farsi intervistare da Grazia. Complimenti. Non conta cosa dice, ci insegnò Warhol. Chi viene eletto, poi, può perfino gesticolare oscenamente o dire ciò che vuole, perfino che lui di «arte contemporanea non capisce nulla», colta citazione postmoderna da Alberto Sordi, che lui trasforma da farsa in tragedia. Infatti poi ha cominciato a strafare, inebriato dalla celebrità e dal suo estremismo iconoclasta, che già «colpì a morte» Biagi e Eco, le intoccabili colonne della nostra cultura critica.
Un film sulle Br, Il sol dell’avvenire, finanziato dallo stato ha uno straordinario successo in un prestigioso festival mondiale? All’indice. E d’ora in poi sul cineterrorismo giudicherà sovrano un tribunale speciale «sopra le parti» (lo consiglierei formato da carabinieri, polizia, o agenti dei servizi deviati) per non addolorare i parenti delle vittime (in ordine cronologico: le famiglie Pinelli, dei morti in piazza Fontana, dell’Italicus, della stazione di Bologna...).
Ma questa era l’epoca nella quale il ministro di Fivizzano i film li vedeva. Adesso gli basta informarsi sul genere. Quando combattono gli elefanti è un documentario su un ferroviere sessantottino, che protesta per la sicurezza sui treni e contesta i tagli ai binari? «Ha solo un valore documentaristico e di denuncia sociale». Dunque «è doveroso far cessare lo scandalo dell’utilizzo di soldi pubblici per finanziare opere che si spacciano per culturali ma che in realtà approfittano del rapporto con la politica e il potere».
Non sembrerebbe troppo, visto che al Lido non andrà (come non vanno centinaia di film indigesti perchè artistici: bisognerà pur scegliere)... Invece per il ministro è la prova che bisogna «rivedere i criteri di assegnazione». Il «cinema italiano fa schifo» perché il 50% dei 50 film realizzati mettendo le mani in tasca agli italiani, gli italiani non li vedono. Il ragionamento, martellante e ripetuto, non è matematico: incassano di più, e aggiungono più ricchezza di immagine Ciprì e Maresco che vendono in tutto il mondo o Neri Parenti che vende solo in Italia? Per Bondi non c’è dubbio. Cultura è incassare qui.
Lui lo sa: coordinò la stesura di Una storia italiana, l’agiografia fotografica che arrivò in tutte le nostre buche delle lettere nell’anno 2001 e come incasso fece vincere l’elezione qui al gran comunicatore... Il mondo del cinema italiano, dando prova di insospettata unità, si mobilitò, all’inizio dell’estate, quando venne minacciato dall’attuale governo il blocco dei finanziamenti all’industria cinematografica (perché quando si deve congelare una democrazia si taglia sempre alla voce «cultura») e il fermo di alcune iniziative di rilancio (come il tax credit) che dovevano favorire l’ingresso di capitali privati nella produzione distribuzione e esercizio. Si minacciò il blocco della presenza italiana nei festival, che non è proprio come far le barricate, ma la minaccia - in fondo i festival internazionali finalmente li vincevamo, dunque quelle commissioni che danno i soldi dimostravano di funzionare - fu sufficiente a riesumare l’arcaica scenetta dorotea dell’elargizione paternalista ai questuanti: Letta padre (governo) accontentò Letta figlio (Medusa), soldi e sblocco della leggi Prodi arrivarono, e tutto tacque.
Il neoministro per i beni culturali, neanche 50 anni, è giovane e estremista (il berlusconismo fase suprema, anzi sepolcrale, del comunismo) ma non originale né innovatore, e copia gli antenati omologhi «dc» Folchi, Natale, Scaglia, Lupis (pdsi), Signorello,D’Arezzo...
Affetto da «provincialismo bilioso», «mancanza di educazione e equilibrio» e «acredine pari solo alla sua insipienza politica e intellettuale», per usare i suoi affondi polemici, offende come tutti i luogotenenti dell’«imprenditore illuminato» devono, e ci riporta all’epoca nella quale tutta l’Europa rideva dell’Italia che tagliava i finanziamenti pubblici proprio a corti sovversivi, doc scandalosi e sperimentalismo (quel che Bondi non capisce) e poi fu costretta a reintrodurli per non perdere lucrose coproduzioni. Sarebbe il momento di chiedere al mondo del cinema di rispondere in modo adeguato.

Roberto Silvestri

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