La proposta dell’Assessore regionale alla Sanità Bissoni (PD) prevede, nelle future Linee guida regionali sull’applicazione delle Legge 194, la possibilità, per le associazioni laiche e cattoliche per la difesa della vita, di offrire consulenza nei consultori alle donne che si rivolgono al servizio pubblico per abortire. Il passo successivo sarebbe poi la stipula di Protocolli di Intesa tra Azienda ASL e associazioni come Movimento per la Vita per autorizzarle ad entrare nei Consultori in pianta stabile, come già succede a Forlì dal 2007.
Se fosse approvata, la proposta di far entrare associazioni cattoliche e antiaboriste nei consultori famigliari rappresenterebbe un attacco, ulteriore e gravissimo, al diritto all’autodeterminazione, un ulteriore spazio di libertà sottratto alla diritto di scelta che le donne hanno sul loro corpo, la loro salute, la loro indipendente volontà di decidere se, come, quando, con chi affrontare o non affrontare una gravidanza. Sarebbe un’invasività violenta all’interno di strutture nate dalle lotte dei movimenti delle donne che negli anni Settanta avevano deciso che la conoscenza di sé doveva anche e necessariamente passare attraverso una consapevolezza del proprio corpo e della propria salute, che veniva in questo modo sottratta ai saperi di una medicina scritta e praticata da mani maschili, spesso impregnate di pregiudizi cattolici.
Quando nel 1975 venne promulgata la legge 405 che istituiva i consultori pubblici, le femministe contestarono la definizione “famigliare” che venne ad essi applicata, che annacquava il valore della soggettività femminile che questi spazi avevano voluto mettere al centro. Da allora molti altri passaggi hanno portato ad uno svuotamento del progetto originale dei consultori e questo sarebbe solo l’ultimo, ma certamente gravissimo, passaggio.
Ne parliamo con Stefania Voli del collettivo guai a chi ci tocca
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