MILANO - Qualcuno se lo ricorderà ancora, quando anche sui muri di Milano si scriveva «Vietato vietare». Altri tempi. Adesso, sotto la Madonnina, non è più aria di lassismi. Anzi, dai divieti si è passati al reato. Quantomeno alle contravvenzioni. Multa a chi si fa uno spinello in strada; multa a chi si ferma a parlare con una prostituta; di peggio per chi disegna graffiti sui muri («Deve diventare reato» - ha tuonato l’altra sera, proprio a Milano, Silvio Berlusconi, preannunciando opportuno decreto legge). E il prossimo obiettivo è già inquadrato: «In meno di tre mesi - ha ricordato ieri il vicesindaco Riccardo De Corato - la polizia municipale ha già censito oltre 700 persone senza fissa dimora e dedite all’accattonaggio».
Tranquilli, un nuovo divieto non tarderà: «Gli uffici del Comune stanno studiando la migliore soluzione per intervenire efficacemente». Ma piace, ai milanesi, questo revival «proibizionista»? Non a tutti, a quanto pare. «Il Popolo delle libertà mi pare in crisi semantica - commenta il critico ed ex assessore (in una giunta di centrodestra) Philippe Daverio - visto che le libertà le sta abolendo un po’ tutte». Alternative? «Bisognerebbe lavorare nei quartieri, far sentire di nuovo, a chi ci abita, la città come cosa propria. I giovani non devono vedere in un graffito l’unica possibilità di affermare la propria identità». Funziona? «A Quarto Oggiaro, quando ero assessore, funzionò».
Sui graffitari pende poi l’eterna domanda: artisti o vandali? A Daverio i murales non piacciono. Gillo Dorfles concede «alcuni writer sono degli artisti. Ma questo non li autorizza a sporcare muri senza permesso ». Giusto quindi multarli o processarli? «Temo che sarebbe controproducente: i graffitari vogliono violare le regole. In passato si era tentato di dare loro cartelloni bianchi o muri da dipingere, ma nessuno di loro si era fatto avanti». Eppure, non dappertutto è così: «Sono stato a Berlino - dice lo scrittore e architetto Gianni Biondillo - e vi assicuro che i graffiti hanno abbellito molti muri di edifici in stile socialista. Però, là, nessuno osa imbrattare con una bomboletta un palazzo del Settecento». A Milano, invece... «È inevitabile che, in un paese maleducato, anche i ragazzi crescano maleducati. Certo, a uno che imbratta i muri di Sant’Ambrogio, io spezzerei le dita una ad una». Però? «Però questo pugno di ferro mi sembra mal indirizzato. A me preoccupa molto di più che la criminalità organizzata si stia comprando interi pezzi di città e infiltrando negli appalti per l’Expo». L’assessore Maurizio Cadeo, invece, elogia Berlusconi: «Da tempo, sui graffiti, chiedevamo un intervento legislativo. Finalmente è in arrivo. Non si può starsene con le mani in mano in attesa che migliori il senso civico dei giovani». Per don Gino Rigoldi, invece, la chiave è proprio l’educazione: «I giovani hanno grandi risorse, ma non devono essere lasciati soli. Sono infastidito da quest’idea che sulla droga, i vandalismi o la prostituzione basti mostrare i muscoli per procurarsi consensi. Bisognerebbe invece investire nell’educazione e nell’integrazione». « Il piú sicuro ma piú difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione». Lo scriveva un milanese, più di due secoli fa. Beccaria, chi era costui? Luca Angelini 07 ottobre 2008