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Global Beach e la lingua volgare dei precari

In-ond(a)/azioni nel Lido di Venezia

Francesco Raparelli

Venerdì 27 agosto 2004

“…Ho capito anche che un artista non deve parlare di disoccupazione, di soldi o dell’UNEDIC, perché sono cose troppo volgari per un poeta. E ho imparato a apprezzare questa volgarità, e a rincarare nella volgarità, ho aggiunto altre parole volgari al mio vocabolario: intermittenza, diritto allo sciopero, diritti collettivi, difesa dei precari.”
Un intermittente dello spettacolo (Parigi)

Poco più di un anno fa un bel gruppo di artisti “sboccati” ha cominciato a parlare la lingua volgare della propria esistenza e della propria precarietà. In verità non si è trattato di una parte fredda e concettuale (artisti che si occupano di politica) contrapposta alla dolce liricità evasiva del lavoro e delle performance teatrali o musicali. In verità, ad affermarsi, è stata una poesia dolce a materialissima nello stesso tempo, che non distingue vita da lavoro, felicità da reddito e tempo libero. Poco più di un anno fa nasceva la Coordinazione dei precari e degli intermittenti di Parigi e di lì a poco, mentre proliferavano coordinazioni in tutta la Francia, il festival teatrale di Avignone veniva bloccato. Successivamente, incursioni televisive, occupazioni di ministeri, blocco delle distribuzioni culturali e cinematografiche, le azioni europee a Parigi, durante le giornate del forum sociale, a Roma, a Villa Medici, fino alle mobilitazioni di Cannes.

olti di noi, volgari per attitudine e per piacere, si sono appassionati a queste vicende, così come all’appello dei settantamila contro la guerra all’intelligenza e ai conflitti dei ricercatori, in Italia come in Francia. Hanno colto i tratti singolari (a volte si è detto corporativi???) e comuni di queste lotte di precari, di cognitari, di pre-cog per dirlo con una parola. Hanno verificato il carattere strategico di questi conflitti: tra lavoro, ricerca e performance creativa la coincidenza (facilitata dalla rete e dal digitale) è ormai assoluta; i precari dello spettacolo e della ricerca parlano delle nuove “centralità” dell’accumulazione post-fordista! Poi, possiamo continuare a dirci che esiste ancora lavoro industriale o strettamente manuale o che comunque quest’ultimo è stato dislocato a livello globale, ma non è questo il punto. Il punto è che guerra all’intelligenza e alla cooperazione cognitiva e scientifica è guerra ai luoghi e ai soggetti, alle risorse, agli strumenti (non più separati dai soggetti che li usano), che organizzano, orientano, innovano la produzione sociale e di soggettività in genere.

In questo mondo volgare, l’unicità perde l’aurea e comincia ad essere produttiva, quindi ideologia e metafisica possono finalmente sparire dalla nostra esistenza. Con il linguaggio si lavora e un attore di teatro che chiede diritto ad una flessibilità e ad una intermittenza “offensiva” parla anche di un operatore della comunicazione o dei servizi. Contestare la mostra del cinema di Cannes come quella di Venezia non significa prendersela esclusivamente con “l’apparato ideologico del potere”, con la cultura main stream che soffoca la sperimentazione indipendente, significa parlare della precarietà dei lavoratori della comunicazione, dello spettacolo, della conoscenza. Per questo Global Beach non si limitarà a mettere in scena la verità in contrapposizione alle falsità del dominio ma sa che la verità è sempre produzione collettiva di conflitto. Il vero si produce, con la volgarità e l’intemperanza, con i desideri. Global Beach, la baysquot del lido, dei precari e degli invisibili, dei precog e degli studenti, parlerà di cose poeticamente volgari: reddito per tutti, flessibilità garantita, accesso ai saperi e ai servizi, rifiuto e sabotaggio della guerra ordinativa, questioni ambientali e qualità della vita; macchina desiderante.

Quando gli intermittenti francesi sono giunti in Italia sono rimasti stupiti del fatto che invece di scioperare nelle tv main stream i precari della comunicazione italiani producessero tv, telestreet, invece di occupare teatri, occupassero la città per fare teatro ovunque. È venuto il momento di fare telestreet ma di occupare anche i tg, di fare autoformazione ma di bloccare le università, di produrre cinema e televisione indipendente ma di mandare fuori giri la festa del main stream. L’esodo deve diventare invasivo e virale, la comunicazione e il linguaggio non sono più, qualora lo fossero mai stati in termini pieni, il campo liscio del dialogo e del trasparente scambio democratico, ma sono risorse produttive e quindi territori aperti di conflitto.

Dunque parliamo di tendenza e di nuovo ciclo di movimento e abbiamo in mente il nuovo sciopero nel capitalismo cognitivo, l’immaginazione selvaggia dei cognitari dai piedi scalzi, l’intelligenza collettiva contro le recinzioni del copyright, la cooperazione che non ha bisogno di ricatto lavorista. Le lotte dell’anno che ci ha preceduto (dagli intermittenti francesi a Rainews 24, dai ricercatori universitari ai lavoratori dell’Istat) hanno fatto emergere questa linea di tendenza, anche se le onde sono state brevi o solitarie, o magari si sono infrante subito. Il rompicapo che ci attende e come far si che le onde siano tante e continue, il più lunghe possibili, che si dipanino tra gli interstizi meno appariscenti. Il problema è fare ciclo, nuovo, “selvaggio”, irresistibile, affascinante, chimicamente travolgente.

Da Venezia l’intelligenza e i precari insorgono, a Venezia inizia l’urlo collettivo contro il ricatto, per una buona vita e non semplicemente per una vita giusta.

The future is unwritten: fight for your rights!

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