RASSEGNA STAMPA

da "La Nuova Venezia", mercoledì 1 settembre 2004

L’altra mostra (o quella vera?)

Roberto Ferrucci

Mercoledì 1 settembre 2004

Nel cantiere tra i volontari un ospite inatteso: Marco Muller.

Manca solo Kathy Bigelow lì davanti, o dentro, a questo spazio recuperato al degrado in cui, da anni, era stato abbandonato. Manca la regista di Point break, forse l’unico film capace di raccontare il fascino del surf. È infatti un surfista che cavalca l’onda il simbolo di Global Beach.

Campeggia sul cartellone che dà il benvenuto accanto all’entrata. Là davanti, una dozzina di ragazzi sono al lavoro: c’è chi dà colore alla scritta “Entrée” (in perfetta sintonia col motto che avvolge l’onda: liberté, egalité, flexsecurité), chi dissoda il terreno, chi ricava da una tavola di legno una perfetta ruota. Un paio di ragazze sono alle prese con dei coloratissimi graffiti.

Dentro, il cantiere è in fermento. Da questo posto abbandonato chissà quanti anni fa dalla polizia di stato, i disobbedienti riusciranno a tirare fuori uno spazio per la cucina, un bar, una sala conferenze e una per le proiezioni. E una sala stampa, anche. A due passi dal mare, un gazebo che sarà la zona cocktail. Dietro, defilato, il campeggio, che ospita già un bel po’ di tende. Dei ragazzi stanno ripristinando le docce e i bagni. Basta entrare qua dentro per avere – evidente – davanti agli occhi la vera immagine dei ragazzi del Global Project.

Creativi, faticatori, capaci. E se ne sono accorti in tanti. L’altro giorno sono capitati là dentro due pensionati del Lido e hanno iniziato a dare una mano. Così, senza dire niente. Il giorno dopo sono tornati coi rinforzi. Quelli dello stabilimento accanto, il Paradise Beach, spesso portano qui da mangiare, danno consigli, il cuoco l’altra notte ha fatto da dj. E del Global Beach si è accorto anche un altro. Nessuno si sarebbe aspettato, ieri mattina, di vedere arrivare una macchina con delle bandierine che sventolavano ai lati.

Una vettura ufficiale della Biennale. Nessuno si sarebbe aspettato di veder scendere Marco Müller, il direttore della Mostra. È voluto andare a conoscere Luca Casarini e gli altri. Gli hanno fatto vedere il posto, si è stupito quanto i pensionati il giorno prima. Forse di più. Un caffè al Paradise, ché il bar del Global è ancora in via di allestimento e via a discutere sul festival e sul ruolo che Global Beach vuole avere in questi giorni. Ha saputo che nessuno vuole fare un “contro festival”, anzi. Solo offrire un’altra possibilità. Tipo quello che capiterà stasera, davanti agli obbrobriosi leoni di palazzo del cinema.

Perché i leoni possono costare anche solo 800 lire e non 800.000 euro. Perché allo smoking si può trovare una alternativa affatto opposta. Perché la precarietà (di lavoro ma non solo) è uno status che si può pure scegliere e non subire. Se ne deve essere andato molto meno stupito, Marco Müller. Perché, per quello che ci dice la sua biografia, è uno che dovrebbe stare lontano anni luce dalla grandeur ostentata da questa Biennale.

Forse, andandosene, deve avere pensato che ci sarà davvero da divertirsi (e da riflettere, anche) grazie ai ragazzi di Global Beach. Loro, soddisfatti dall’incontro (unica richiesta: potere entrare alle proiezioni, e visti i codazzi ministeriali che invaderanno a sbafo le sale, sarebbe scandaloso non si trovasse spazio per loro), appena Müller ha rimesso in moto (l’autista, per la verità) loro hanno ripreso in mano palette, seghe e martelli.

Deve essere tutto a posto per il 3, inaugurazione con il concerto degli Assalti frontali, in attesa, poi, di Tim Robbins, Naomi Klein, Spike Lee, Niccolò Ammaniti e di chiunque vorrà andarci, a Global Beach. Il rischio è che diventi davvero, al posto dei funerei leoni miliardari, il cuore di questa 61^ Mostra del Cinema.

www.robertoferrucci.com

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