L’onda lunga del Chiapas prima e di Seattle poi, arriva fino a noi, a Genova. Partiti da biografie differenti, anche a Trento iniziamo a condividere l’esperienza del movimento globale contro il neoliberismo. Per questo sin dall’inizio poniamo le nostre azioni sul terreno locale, per la ricerca di spazi autogestiti che diano un respiro nuovo a questa città asfittica, come pure su quello nazionale, per rivendicare la libertà di movimento dei migranti che fuggono ogni giorno dalla miseria e dalle guerre che crea il neoliberismo.
Apriamo l’ex Zuffo, uno spazio consegnato all’abbattimento: un’occupazione che dura solo pochi giorni ma che dà ai giovani di questa città la possibilità di sperimentare forme di autogestione e di autoproduzione.
E’ il primo atto di libertà. Libertà dai rigidi schemi del mercato; libertà che riporta i giovani alla partecipazione attiva alla vita sociale e alla costruzione di percorsi collettivi, sia nella città che nell’università.
E’ un percorso lungo di liberazione.
Libertà dai condizionamenti che ci vorrebbero costringere ad accettare come ineluttabile un inceneritore proprio in alcuni quartieri tra i più popolati di Trento.
La nostra lucida consapevolezza e la nostra fine sensibilità ci portano a "scoprire" e condividere le ragioni degli esclusi di questa terra sempre ai primi posti nelle classifiche del reddito. Amplifichiamo le rivendicazioni dei senza fissa dimora e dei migranti, costretti in questa città a vivere per strada o in tuguri che costituiscono uno dei pilastri della ricchezza immobiliare del Trentino.
Ma non siamo politici di professione. Conosciamo i migranti, i senza fissa dimora; con loro costruiamo relazioni di solidarietà, pensiamo insieme all’altro mondo possibile.
Sulla base di questi stessi principi intersechiamo l’universo studentesco trentino, il Social forum studentesco e i collettivi universitari.
Con loro rivendichiamo la libertà dello studio, contro una riforma oscurantista voluta dal ministro Moratti, per la quale prepariamo una degna accoglienza quando decide di far visita a una scuola privata cattolica di questa città, ignorando volutamente i diritti e le richieste degli studenti, degli insegnanti e dei genitori.
Le nostre vite precarie ci portano a interrogare i luoghi di produzione del territorio, intervenendo così davanti alla grande distribuzione o presso aziende che sfacciatamente utilizzano la precarietà come un’arma di ricatto contro i diritti dei lavoratori.
Ed è sempre in questo percorso di liberazione che ci poniamo di fronte al teatro Sociale, per mantenere aperto lo spazio della libertà individuale che l’oscurantismo proibizionista vorrebbe consegnare al controllo sociale e alla repressione punitiva.
Ma siamo anche parte di quei 110 milioni che in tutto il mondo si ribellano all’ordine globale imposto con la guerra.
La torta a Boato serve solo a ricordargli le bombe in Afghanistan sulla popolazione civile, che probabilmente aveva "dimenticato" all’atto del voto parlamentare.
Ma se non siamo politici di professione non crediamo neanche che sia un semplice moto dell’opinione pubblica a bloccare l’ingranaggio della guerra globale: per questo partecipiamo alle azioni di trainstopping, assieme a sindaci, cittadini, lavoratori per impedire che la ferrovia civile fosse utilizzata per il transito dei mezzi militari di morte.
Da questo momento in poi siamo protagonisti attivi delle lotte e mobilitazioni che si susseguono anche nel nostro territorio, rifiutando di arruolarci in una guerra che in quanto tale è sempre ingiusta e chiedendo il ritiro delle truppe di occupazione che in quanto tali sono sempre assassine.
Per queste e altrettante iniziative (dal volantinaggio alle iniziative culturali o aggregative) siamo stati sottoposti all’accusa di associazione a delinquere con la richiesta di custodia cautelare per quattro di noi.
Per noi questa è repressione allo stato puro.
La richiesta della Digos di Trento si inserisce nel solco dei teoremi che molte Questure d’Italia cercano di sostenere davanti ai giudici per sconfiggere l’opposizione del movimento con misure carcerarie. Infatti è da sottolineare che l’accusa di associazione a delinquere prevede la pena da un minimo di 3 a un massimo di 7 anni di prigione, senza la possibilità dell’utilizzo della condizionale e dei benefici della legge Gozzini. L’associazione a delinquere significa la galera, e questa accusa è stata mossa anche nei confronti di due minorenni.
Leggiamo chiaramente nel dossier della Digos che anche in questa città gli attivisti del movimento sono pedinati, controllati e spiati. Siamo schedati non per i reatri commessi ma per le nostre idee e per la nostra attività politica
Abbiamo fatto un mare di volantinaggi, attività culturali, sit-in più che pacifici: per queste e altrettante iniziative siamo oggetto delle "attenzioni" della digos che nel dossier annota il tutto come ’azioni eclatanti’ utili al sostegno della tesi dell’associazione a delinquere, spingendosi così fino al punto da limitare la legalità, costruendo dei veri e propri fascicoli che richiamano alla memoria la schedatura politica dei dissidenti in epoca fascista, o gli archivi del generale Delorenzo del Piano Solo.
Gli Stati Uniti sono arrivati al punto di arrestare preventivamente migliaia di manifestanti contro le politiche guerrafondaie di Bush. In Italia numerosi processi, a Milano, Padova, Cosenza, Genova mettono alla sbarra quanti durante questi anni si sono opposti, mettendo in gioco i loro corpi, alle nuove gerarchie sociali imposte dalla guerra e dalle politiche liberticide di questo governo.
Città fortificate, telesorveglianza urbana, controllo sociale diffuso tentano di costruire un vero e proprio coprifuoco nei confronti di ogni espressione di rifiuto verso questa società. La custodia cautelare e i fogli di via sono quanto di peggiore rimane del vecchio retaggio fascista della repressione del dissenso.
Una società che invece di affrontare le istanze di liberazione che i movimenti pongono, ritiene ogni fenomeno conflittuale un problema da affrontare in termini di ordine pubblico, è una società condannata alla paura e all’imbarbarimento, che produce il disagio e l’esclusione sociale come risvolto del proprio fallimento.
Nonostante questi attacchi pesino come macigni sui nostri corpi e le nostre relazioni, continueremo a pensare che questo non sia l’unico dei mondi possibili.
Tanaliberatutt@