RASSEGNA STAMPA

Da “Internazionale” del 29 ottobre 2004

Ostaggi dell’Impero

Aroundhati Roy

Sabato 20 novembre 2004
I veri poteri forti sono impermeabili al voto democratico e alla volontà dei cittadini. che strumenti restano per opporsi? Solo la politica e la pratica del dissenso.

Mi hanno chiesto di parlare del “ potere pubblico nell’età dell’Impero”. Di solito non faccio quello che mi chiedono, ma per una felice coincidenza è proprio di questo che vorrei parlare. Ora che la lingua è stata massacrata e privata di ogni significato, cosa intendiamo per “potere pubblico”? Quando libertà significa occupazione, quando democrazia significa capitalismo neoliberista, quando riforma significa repressione, quando espressioni come “dare più diritti” e “ tutelare la pace” fanno paura, allora “potere pubblico” può significare tutto. Perciò nel corso del mio ragionamento cercherò di definire il concetto di “potere pubblico”. Oggi in India la parola ’pubblic’ è un termine hindi. Significa “popolo”, “gente”. Abbiamo due termini ’sarkar’ e ’pubblic’, il governo e il popolo. L’uso di questi due termini presuppone che il governo sia una cosa completamente diversa dal “popolo”. Questa distinzione ha a che fare con il fatto che in India la lotta per la libertà, per quanto straordinaria, non fu rivoluzionaria. L’élite indiana ha calzato con facilità ed eleganza le scarpe degli imperialisti britannici. Una società impoverita e sostanzialmente feudale è diventata uno stato-nazione moderno e indipendente. Ancora oggi, 57 anni dopo, i veri sconfitti considerano il governo ’mai-baap’ genitore e fonte di sostentamento.
I più radicali, quelli che hanno ancora del fuoco nelle vene, lo considerano ’chor’, il ladro che porta via tutto. In ogni caso, per la maggioranza degli indiani, ’sarkar’ è una cosa diversa da “pubblico”. ma salendo la scala sociale questa distinzione si perde. L’élite indiana. come quella di qualunque altro paese del mondo, trova difficile separarsi dallo stato. Vede come lo stato, pensa come lo stato, parla come lo stato.
Negli Stati Uniti, d’altra parte, la perdita della distinzione tra ’sarkar’ e "pubblico" è molto più accentuata. Potrebbe essere il segno di una democrazia robusta, ma purtroppo le cose sono più complicate e meno belle. Tra l’altro, questa perdita ha a che fare anche con la paranoia generata dal ’sarkar’ statunitense e diffusa dai mass media delle multinazionali e da Hollywood.

Spirale d’isteria
Gli americani sono stati manipolati e spinti a considerarsi un popolo sotto assedio che può trovare rifugio e protezione solo presso il governo. Se non sono i comunisti è Al Qaeda. Se non è Cuba è il Nicaragua. Di conseguenza, i cittadini del paese più potente del mondo – con il suo arsenale di armi, la sua storia di infinite guerre combattute o sponsorizzate e l’unico ad avere usato le bombe atomiche – sono terrorizzati e impauriti dalle ombre. Un popolo che non è legato allo stato dai servizi sociali, dall’assistenza sanitaria pubblica o da garanzie sull’occupazione, ma dalla paura.
Questa paura fabbricata artificialmente serve a ottenere l’approvazione pubblica per ulteriori aggressioni. E così via, in una spirale d’isteria che si autoalimenta, ora ufficialmente somministrata con gli Straordinari Allarmi Antiterrorismo in Technicolor: fucsia, turchese, rosa salmone.
La fusione di ’sarkar’ e pubblico negli Stati Uniti a volte rende difficile per gli osservatori esterni distinguere le azioni del governo statunitense da quelle del popolo americano. Questa confusione alimenta l’antiamericanismo in tutto il mondo. L’antiamericanismo è poi usato e amplificato dal governo statunitense e dai suoi fedeli amplificatori mediatici. Conoscete la routine:”Perché ci odiano? Odiano le nostre libertà”, ecc. Questo aumenta il senso di isolamento del popolo americano e rende ancora più stretto l’abbraccio tra ’sarkar’ e pubblico. Come Cappuccetto Rosso che cerca le coccole nella tana del lupo.

Un consenso quasi assoluto
Usare la minaccia di un nemico esterno per trascinare il popolo con sé è un cavallo di battaglia che i politici cavalcano da secoli per conquistare il potere. e se la gente fosse stanca di questo povero ronzino e cercasse qualcosa di diverso? Una vecchia canzone di un film hindi recita: la gente, lei sa tutto. Non sarebbe bello se la canzone avesse ragione e i politici torto? Prima dell’invasione illegale dell’Iraq da parte di Washington, un sondaggio Gallup aveva rivelato che in nessun paese europeo il sostegno a una guerra unilaterale superava l’11%. Il 15 febbraio 2003, qualche settimana prima dell’invasione più di 10 milioni di persone hanno marciato contro la guerra in vari continenti, Nordamerica compreso. Eppure i governi di molti paesi teoricamente democratici sono andati in guerra. La domanda è: la “democrazia” è ancora democrazia? I governo democratici rispondono alla gente che li ha eletti? E soprattutto, il pubblico dei paesi democratici è responsabile delle azioni del suo ’sarkar’? In questi tempi che si presumono democratici, il pensiero politico corrente afferma che il potere politico si esercita con il voto. I cittadini di decine di paesi di tutto il mondo andranno alle urne nei prossimi mesi. la maggioranza di loro (non tutti) avrà il governo per cui ha votato. ma avrà il governo che vuole?
E gli elettori statunitensi hanno una reale possibilità di scelta? E’ vero che se John Kerry diventerà presidente alcuni magnati del petrolio e i fondamentalisti cristiani lasceranno la Casa Bianca. Saranno in pochi a rimpiangere Dick Cheney, Donald Rumsfeld o John Ashcroft e il loro spudorato spirito da rapina. Ma il vero timore è che con la nuova amministrazione le loro politiche proseguiranno. Avremo il bushismo senza Bush.
I veri detentori del potere – i banchieri, gli amministratori delegati – sono impermeabili al voto. Purtroppo le elezioni statunitensi sono degenerate in una sorta di gara tra personalità. Un litigio su chi è più bravo a guidare l’Impero. John Kerry sostiene l’idea dell’impero con lo stesso ardore di George W. Bush. il sistema politico americano è stato costruito per tenere fuori dalle stanze del potere chiunque discuta la validità della struttura di potere militare-industriale-aziendale. Così, malgrado lo scambio di insulti, il consenso è quasi assoluto. Sembra che, anche se gli americani voteranno per Kerry, otterrano sempre Bush. il presidente John Kerbush o il presidente George Berry. La loro non è una vera scelta. E’ una scelta apparente. Come scegliere una marca di detersivo. Che compriate Ivory Snow o Tide, il proprietario è sempre la Procter & Gamble.
Questo non significa che non ci siano sfumature, che il Congresso e il Bjp, il New Labor e i Conservatori, i Democratici e i Repubblicani siano uguali. certo che non lo sono. Non lo sono neanche Tide e Ivory Snow. Tide ha la forza dell’ossigeno, Ivory Snow è un detergente delicato. E’ meglio o peggio per noi che viviamo nei paesi sudditi? Per il mondo è meglio avere al potere un imperatore più intelligente o più stupido? E’ la nostra unica scelta? Mi dispiace. So che sono domande sgradevoli, perfino brutali, ma qualcuno deve farle. Il fatto è che la democrazia elettorale si è trasformata in un processo di cinica manipolazione che offre uno spazio politico molto ridotto. sarebbe ingenuo credere che questo spazio costituisca una scelta reale.
La crisi della democrazia moderna è profonda. Sul palcoscenico globale, fuori dalla giurisdizione dei governo sovrani, gli strumenti internazionali del commercio e delle finanze dirigono una complessa architettura di leggi e accordi multilaterali che hanno introdotto un sistema di appropriazione da far impallidire il colonialismo. Un sistema che consente a enormi quantità di capitale speculativo di entrare e uscire dai paesi del terzo mondo senza difficoltà, e poi di fatto dettare le loro politiche economiche.

Imporre il cambiamento
Tutto ciò fa sotto la bandiera della “riforma”. Grazie a questa riforma, in Africa, Asia e America Latina migliaia di piccole imprese e industrie hanno chiuso i battenti, milioni di operai e contadini hanno perso il lavoro e la terra.
Secondo lo Spectator di Londra “noi viviamo nell’era più felice, sana e pacifica della storia umana”. Miliardi di persone si chiedono: chi è questo “noi”? Dove vive? Come si chiama? Bisogna capire che la democrazia moderna ha come premessa un’accettazione quasi sacra dello stato-nazione, ma la globalizzazione delle multinazionali no. I capitali liquidi no. Così, anche se il capitale ha bisogno dei poteri coercitivi dello stato-nazione per domare le rivolte nelle stanze della servitù, questo aspetto garantisce che nessuna singola nazione possa opporsi da sola alla globalizzazione delle multinazionali.
Il cambiamento radicale, allora, non può essere negoziato dai governi, può solo essere imposto dalla gente. Dal pubblico. Un pubblico capace di unirsi e tenersi per mano oltre i confini nazionali.
Perciò quando parliamo di “Potere Pubblico nell’Età dell’Impero” spero non sia presuntuoso affermare che l’unica cosa che vale la pena di discutere seriamente è il potere del pubbico dissenziente. Un pubblico che si oppone al potere reale – governi e istituzioni internazionali, nazionali o locali che appoggiano e servono l’impero. Quali sono gli strumenti di protesta a disposizione di chi vuole resistere all’impero? Per resistere non intendo solo esprimere il proprio dissenso, ma imporre realmente il cambiamento.
Nel gennaio 2001, a Porto Alegre in Brasile, ventimila attivisti, studenti, registi – alcune menti migliori del mondo – si sono ritrovati per condividere le loro esperienze e scambiarsi le idee sull’opposizione all’Impero. Lì è nato l’ormai storico World social forum (Wsf). E’ stato il primo incontro ufficiale di un nuovo tipo di “potere pubblico” - emozionante, anarchico, non indottrinato ed energico. Il grido di battaglia del Wsf è “Un altro mondo è possibile”. E’ diventato una piattaforma dove centinaia di incontri, dibattiti e seminari hanno elaborato la visione del mondo che vorrebbero. Nel gennaio 2004, il quarto Wsf che si è tenuto a Mumbai (India) ha raccolto 200mila delegati. Non ho mai partecipato a un incontro più stimolante. Il fatto che i mezzi d’informazione indiani più diffusi l’abbiano completamente ignorato è stato un segno della riuscita del Social forum. Ma ora il Wsf è minacciato dal suo stesso successo. L’atmosfera sicura, aperta e festosa del forum ha permesso di partecipare e di farsi sentire a politici e organizzazioni non governative radicate nei sistemi politici ed economici a cui il forum si oppone. Un altro pericolo è che, dopo aver svolto un ruolo così vitale nel movimento per la giustizia globale, il Wsf possa diventare fine a se stesso. Solo per organizzarlo, ogni anno consuma le energie di alcuni dei suoi migliori attivisti. Se i ’discorsi’ sulla resistenza prendono il posto della vera disobbedienza civile, il Wsf potrebbe far comodo a quelli a cui vuole opporsi. Il forum deve continuare a svolgersi e deve crescere, ma noi dobbiamo tornare a convogliare i nostri discorsi sull’azione concreta.

I pericoli del movimento
Vorrei parlare di tre pericoli che oggi minacciano i movimenti di resistenza: il difficile punto di incontro tra movimenti di massa e mezzi d’informazione; il rischio di ong-izzare la resistenza; il confronto tra movimenti di resistenza e stati sempre più repressivi.
Mass media e movimenti di massa s’incontrano in modi complicati. I governi hanno imparato che la stampa – alimentata dalle crisi – non può restare troppo a lungo nello stesso posto. Come le aziende hanno bisogno di denaro fresco, i mass media hanno bisogno di crisi fresche. Interi paesi diventano vecchie notizie. Smettono di esistere e l’oscurità cala più fitta di prima.
Mentre i governi imparano l’arte di attendere che si spengano i riflettori su una crisi, i movimenti di resistenza sono sempre più spesso intrappolati i un vortice e cercano il modo di presentare le crisi in formati facilmente consumabili, apprezzati dagli spettatori. Di conseguenza ci si aspetta che ogni movimento di popoli degno di questo nome, ogni “campagna” lanci una mongolfiera che ne pubblicizzi il marchio e lo scopo. Le dighe non meritano l’attenzione della stampa finché la devastazione che producono non fa buona televisione (e allora è troppo tardi).
Un tempo protestare contro una diga aspettando per giorni e giorni che l’acqua salisse guardando naufragare la propria casa e i propri averi era una strategia efficace. Oggi non lo è più. I mass media si sono annoiati a morte. perciò le centinaia di migliaia di persone che vengono sfollate a causa delle dighe dovrebbero architettare nuovi stratagemmi se vogliono attirare l’attenzione – oppure rinunciare a combattere.
Le manifestazioni colorate e le maree del weekend sono importanti, ma da sole non bastano a fermare le guerre. Le guerre si fermeranno solo quando i soldati rifiuteranno di combattere, quando i lavoratori rifiuteranno di caricare le armi sulle navi e sugli aerei, quando la gente boicotterà gli avamposti economici dell’Impero dislocati in tutto il globo.
Dovremo liberarci dalla tirannia dei reportage sulle crisi e dalla loro paura della monotonia. Dobbiamo usare la nostra esperienza, la nostra fantasia, la nostra arte per smascherare gli strumenti che consentono alla “normalità” di restare quello che è: crudele, ingiusta, inaccettabile. Dobbiamo denunciare le politiche che trasformano le cose comuni – cibo, acqua, casa e dignità – in un sogno così lontano per la gente. Il vero attacco preventivo è capire che le guerre sono il risultato di una pace difettosa e ingiusta.
Quanto ai movimenti di resistenza, il fatto è che nessuna copertura della stampa, per quanto ampia, può sostituire l’azione pratica. non c’è alternativa, in effetti, alla faticosa mobilitazione politica vecchio stile. Il secondo rischio che corrono i movimenti di massa è la “ong-izzazione” della resistenza. Sarà facile distorcere quello che sto per dire per trasformarlo in un atto di accusa contro tutte le organizzazioni non governative (ong). Sarebbe una falsità. Nelle acque torbide delle ong fasulle nate per succhiare il denaro dei sussidi o come espedienti fiscali (in stati come il Bihar indiano sono usate come dote matrimoniale), naturalmente ci sono ong che svolgono un lavoro prezioso. Ma è importante considerare il fenomeno in un contesto politico più ampio.
In India, per esempio, il boom delle ong è cominciato tra gli anni ’80 e i ’90, in coincidenza con l’apertura dei mercati indiani al neoliberismo. All’epoca lo stato indiano, rispettando i requisiti dell’aggiustamento strutturale, stava tagliando i fondi per lo sviluppo rurale, l’agricoltura, l’energia, i trasporti e la sanità pubblica. Mentre lo stato abdicava al suo ruolo tradizionale, le ong cominciavano a lavorare negli stessi campi. La differenza, ovviamente, è che i fondi messi a loro disposizione sono una proporzione minuscola della spesa pubblica. La maggior parte delle grandi ong è finanziata e protetta da agenzie di aiuti e di sviluppo che a loro volta sono finanziate dai governo occidentali, dalla Banca mondiale, dall’Onu e da alcune multinazionali. Anche se forse non coincidono con le stesse agenzie, fanno sicuramente parte della stessa disinvolta realtà politica che sovrintende il progetto neoliberista e sollecita come prima cosa l’abbattimento della spesa pubblica.
Perché queste agenzie dovrebbero finanziare le ong? E’ solo zelo missionario vecchio stile? Senso di colpa? C’è qualcosa di più.
Le ong danno l’impressione di riempire il vuoto creato da uno stato in ritirata. In effetti lo fanno, ma con scarsi risultati materiali. Il loro vero contributo è quello di disinnescare la rabbia politica e distribuire come aiuto benevolo quello che la gente dovrebbe avere di diritto. Modificano la psiche collettiva. Trasformano le persone in vittime dipendenti e indeboliscono la resistenza politica. Le ong rappresentano una sorta di cuscinetto tra il ‘sarkar’ e il ‘pubblico’. Tra l’Impero e i suoi sudditi. Sono diventate gli arbitri, gli interpreti, i mediatori. Trasformano la contrapposizione in negoziato. Depoliticizzano la resistenza. Interferiscono con i movimenti popolari locali che per tradizione sono abituati a contare su se stessi. Le ong hanno fondi per dare lavoro a persone che altrimenti potrebbero essere attive nei movimenti di resistenza, ma che sentono di poter fare del bene in modo creativo e immediato (e contemporaneamente guadagnarsi da vivere). La vera resistenza politica non offre queste scorciatoie. La “ong-izzazione”della politica minaccia di trasformare la resistenza in un posto di lavoro civile, ragionevole, stipendiato, con orario d’ufficio e qualche gratifica aggiuntiva. La vera resistenza ha conseguenze vere. E non ha uno stipendio.

Libertà limitata
E questo ci porta al terzo pericolo di cui voglio parlare: la natura mortale della contrapposizione tra movimenti di resistenza e stati sempre più repressivi. Tra potere pubblico e agenti dell’Impero.
Ogni volta che la resistenza civile ha mostrato di voler passare dall’azione simbolica a qualcosa di vagamente minaccioso, la repressione è stata spietata. Abbiamo visto cos’è successo a Seattle, Miami, Goteborg, Genova. Il Patriot Act statunitense è diventato un modello per le leggi antiterrorismo approvate dai governi di tutto il mondo. Le libertà sono limitate in nome della difesa della libertà. E quando abbiamo rinunciato alle nostre libertà, per riaverle ci vuole una rivoluzione. Nel mondo di oggi non c’è discussione più importante di quella sulle strategie di resistenza. E la scelta della strategia non è interamente nelle mani del pubblico. E’ nelle mani del ‘sarkar’.
In quest’epoca irrequieta, senza speranza, se i governi non fanno di tutto per rispettare la resistenza non violenta, finiscono automaticamente con il privilegiare chi adotta la violenza. Un governo che condanna il terrorismo non è credibile se non riesce a dimostrare di essere aperto al cambiamento sollecitato dal dissenso non violento. E invece i movimenti di resistenza non violenta sono schiacciati. I governi e i mass media delle multinazionali (e non dimentichiamo l’industria cinematografica) dedicano alla guerra e al terrorismo tempo, attenzione, tecnologia, ricerche e ammirazione. La violenza è stata deificata. Il messaggio che arriva è inquietante e pericoloso: se cerchi di dare voce a una protesta pubblica, la violenza è più efficace della non violenza.
Mentre il solco tra i ricchi e i poveri si approfondisce, e diventa sempre più urgente controllare le risorse del mondo e appropriarsene per alimentare la grande macchina capitalistica, l’instabilità non fa che aumentare. Per quelli di noi che sono dalla parte sbagliata dell’Impero, l’umiliazione sta diventando intollerabile. Ogni bambino iracheno uccisi dagli Stati Uniti era nostro figlio. Ogni prigioniero torturato ad Abu Ghraib era un nostro compagno. Ogni loro grido era nostro. Quando sono stati umiliati, noi siamo stati umiliati.
I soldati statunitensi che combattono in Iraq – per lo più volontari in un esercito della povertà che fa reclutare nelle piccole cittadine e nei quartieri poveri delle grandi città – sono vittime quanto gli iracheni dello stesso mostruoso processo che chiede di morire per una vittoria che non sarà mai loro.
I mandarini del mondo delle multinazionali, i direttori generali, i banchieri, gli uomini politici, i giudici e i generali ci guardano dall’alto e scuotono la testa severamente “Non c’è Alternativa”, dicono. E sguinzagliano i cani della guerra. Poi, dalle rovine dell’Afghanistan, dalle macerie dell’Iraq e della Cecenia, dalle strade della Palestina occupata e dalle montagne del Kashmir, dalle colline e dalle pianure della Colombia e dalle foreste dell’Andhra Pradesh e dell’Assam arriva la risposta agghiacciante: “Non c’è alternativa al terrorismo”. Terrorismo. Lotta armata. Rivolta. Chiamatelo come volete. Il terrorismo è perverso, orribile e disumano per chi lo pratica come per le sue vittime. Ma lo è anche la guerra. Si potrebbe dire che il terrorismo è la privatizzazione della guerra. I terroristi sono gli alfieri del libero mercato della guerra. Sono persone che non credono che lo stato abbia il monopolio dell’uso legittimo della violenza. La società umana è in viaggio verso una meta terribile. Naturalmente un’alternativa al terrorismo esiste. Si chiama giustizia. E’ tempo di ammettere che nessun arsenale pieno di armi atomiche, nessun dominio globale, nessuna bomba taglia-margherite, nessun consiglio di governo è in grado di comprare la pace a costo della giustizia. Alla volontà di egemonia e predominio di alcuni farà da contrappunto l’anelito di dignità e giustizia di altri. Che forma assumerà questa battaglia, se sarà bella o sanguinosa, dipende da noi.

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